Durante la notte faccio un lavoro molto creativo: “la pettinatrice di pollami”. Se una pettinatrice di pollami vuole conservare la propria integrità mentale, è costretta a pensare ad altro mentre 160.000 polli al giorno le passano alla velocità della luce sotto agli occhi. Mentre pettino i pollami, quindi, penso al libro che sta leggendo in quel periodo, tutto il tempo. Il risultato sono queste recensioni, un “pollibro” ogni mese.

 

Titolo: Revolutionary Road
Autore: Richard Yates
Edito: Minimum fax
Numero pagine: 457
Mese: Settembre

“La pettinatrice di pollami” è una razza umana molto particolare.
E io mi ci infilo dentro.

Credo tutto dipenda dal fatto che l’interno della pollameria non ha finestre che s’affacciano sul mondo esterno, o per via della questione che il nostro, è un lavoro noiosamente ripetitivo, o magari perché non possiamo prendere una boccata d’aria fresca durante l’orario di lavoro, o perché siamo in tante, ognuna coi suoi pensieri, ognuna co’ le sue crisi pre-mestruali, ognuna con le sue crisi mestruali, ognuna con le sue crisi post-mestruali, e in qualche maniera c’è da convivere, possibilmente nel migliore dei modi, che quasi sempre è impossibile.
Quando vedo le pettinatrici di pollami che litigano una con l’altra, a volte mi scappa detto che lì dentro nella fabbrica, ci sono più galline vive che pollami morti. Le pettinatrici di pollami quando litigano, sembrano quelle del pubblico di “Uomini e Donne” della De Filippi Maria. Solo che quelle del pubblico della De Filippi Maria possono prendere una boccata d’aria, le pettinatrici di pollami invece, vivono in cattività, quindi se possibile, sono ancora più “temprate”.

E siamo in tante, proprio in tante, ma veramente tantissime, talmente tante che io se posso dire in tre anni che lavoro lì dentro non ho ancora parlato con tutte, non lo so se dipende dal fatto che siamo in tante, o perché io sono una che tutto sommato le piace starsene per gli affari suoi.

C’è stata una, ci ho parlato una volta in tre anni, poi non si è più presentata l’occasione per farlo.
Veramente è stata lei, a parlarmi, io ascoltavo, come mi si confà, e quella prima e unica volta che mi ha parlato, l’ha fatto per raccontarmi che la sera prima era andata in un bar, e dopo è andata in bagno, e dopo ha trovato una sua amica che si è tagliata le vene dei polsi con un pezzo di specchio.
Quando me l’ha raccontato, ho pensato due cose: magari io sono una che ispira un certo genere di confidenze, oppure la pettinatrice di pollami è una razza umana molto particolare.

Ho letto un libro, si chiama Revolutionary Road, l’ha scritto Richard Yates, c’è un pezzo che fa’ così:

(…) Vedi, tutto quel che voglio è mettermi in tasca abbastanza quattrini per sbarcare il lunario per un anno o due, finché riesco a organizzarmi meglio; nel frattempo desidero conservare la mia identità. Di conseguenza, ciò che più mi preme di evitare è qualsiasi tipo di lavoro che possa essere considerato a buon diritto “interessante”. Desidero qualcosa che non possa assolutamente toccarmi. Vorrei una ditta di quelle grosse, vecchie, ipertrofiche, che abbia continuato a fare soldi nel sonno da cent’anni a questa parte, e in cui debbano assumere otto tizi per ogni mansione, perché da nessuno di loro ci si può aspettare che s’interessi davvero a quella cosa noiosa di cui, almeno in teoria, dovrebbe occuparsi. I voglio entrare in un’azienda del genere e dire: sentite, voi potrete avere il mio corpo e il mio bel sorriso da universitario per tante e tante ore al giorno per tanti e tanti dollari, ma a parte questo, c’ignoreremo completamente. Capito l’antifona?

 

Quando ho letto questo pezzo, mi si sono spalancate le pupille e ho sorriso buttando fuori un po’ di aria dal naso.
Poi mi è venuta un idea meravigliosa.

 

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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.