Durante la notte faccio un lavoro molto creativo: “la pettinatrice di pollami”. Se una pettinatrice di pollami vuole conservare la propria integrità mentale, è costretta a pensare ad altro mentre 160.000 polli al giorno le passano alla velocità della luce sotto agli occhi. Mentre pettino i pollami, quindi, penso al libro che sta leggendo in quel periodo, tutto il tempo. Il risultato sono queste recensioni, un “pollibro” ogni mese.

Titolo: Siamo Buoni se Siamo Buoni
Autore: Paolo Nori
Edito: Marcos y Marcos
Numero pagine:  219
Mese: Luglio

Ve lo ricordate come l’abbiamo lasciato Ermanno Baistrocchi ne “La Banda del Formaggio”?
Se ve lo ricordate non è certo grazie alla mia recensione, ma grazie al fatto che l’avete letto, quindi un grazie a voi stessi; se non l’avete letto, ve lo dico io: Ermanno Baistrocchi l’abbiamo lasciato morto, come il suo migliore amico Paride, anche se sono morti in maniera diversa.
Ne La Banda del formaggio Ermanno l’abbiamo lasciato morto ma invece in Siamo Buoni se Siamo Buoni è vivo, Paride continua ad essere invece morto, ma vive un po’ in Cianuro, un po’ in Bromuro ma soprattutto in Ermanno.
Siamo Buoni se Siamo Buoni è un libro con la copertina blu ma invece è quasi un giallo.

Ma è tanto altro: è le femmine disinvolte ad esistere, è l’uscita di un libro di uno che aveva detto “fatelo uscire quando sono morto” e invece è successo un casino, è le arance sul davanzale che solo a guardarle ti fanno venire sete, è gli autobus che fanno commuovere, è una donna con tanta pelle;
è la storia di uno che fa kiss spotting alla stazione e parla con uno travestito da capotreno di Italo, la storia di uno che aspetta succeda chissà che cosa e invece succede chissà che niente, è i ricordi che abitano nella pancia, nella testa, nelle orecchie e nel naso;
è la storia della gente in giro che è un po’ nervosa, talmente nervosa che a volte è capace di litigare con la cassa automatica del supermercato, è l’ingiustizia del fatto che i nomi delle vie non le dedicano mai a quelli che ad esempio stanno alla finestra a mangiare radicchio;
è parlare di uno che è talmente largo di ossa, da far pensare che un domani sarebbe morto in piedi, è la storia di uno scrittore che usa le parole come un muratore usa i mattoni, ma deve patire il nervoso quando ha a che fare con gli editori;
è il paragrafo numero 94 che è bellissimo;
è la storia di uno che a un certo punto va in Africa che è un posto dove sembra che le gambe siano fatte per camminare, e di uno che si accorge che tutto ha un’ombra tranne le formiche;
è l’incontro di Ermanno Baistrocchi con uno che non usa psicofarmaci ma solo cocaina a chilometri zero e cambia personalità ogni due o tre anni, ed è proprio quando Ermanno Baistrocchi conosce questo tizio, che come ho già accennato all’inizio,  il libro da blu diventa giallo.

Ero in vacanza della pollameria, e stavo finendo di leggere questo libro mentre il moroso guidava la macchina, e come ogni anno (a noi ogni anno ci piace andare a fare una piccola vacanza in un posto del mare dove tutto sembra fermo negli anni 90) e come ogni anno, quando è arrivato il momento di uscire a Bologna (uscire in autostrada a Bologna è un casino perché è piena di svincoli, Bologna) io non lo so, avessi provato a cercare dov’era magari ci riuscivo, ma guarda, fatalità il mio moroso ad un certo punto mi ha detto “Ve’, guarda dove siamo!” E il cartello diceva “Casalecchio di Reno” che è un posto che se uno è fan di Nori come lo sono io, ossia come le adolescenti una volta lo erano fan di Simon Le Bon, allora può capire in quale stato di agitazione mi sono ritrovata di tutto un colpo.
E questo è un aneddoto che non centra nulla col libro, l’ho scritto solo per dire:
Sposerò Paolo Nori”.

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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.