Titolo: “L’Uomo che cadde sulla terra
Autore: Walter Trevis
Edito: Minimum Fax
Numero pagine: 231

Questa è la storia di un tizio strano, strano come il latte verde, un tizio che piomba sulla terra e vede gli uomini che la abitano come dei tipi chiassosi, egoisti, volgari; un’effimera civiltà dozzinale senza radici e dalla cultura sfacciata.
Ora noi, per comodità, questo tizio strano lo chiameremo David Bowie.

È passato un mese, dalla morte di David Bowie, tuttavia, lì nella pollameria, c’è un tizio che non smette un attimo di cantare sguaiatamente almeno per due minuti al giorno una canzone, e questa canzone dal momento che la sento cantare così tanto di spesso, riesco a riportarvela con le sue testuali parole (le testuali parole del pettinatore di pollami, intendo) le parole sono queste: “iz a staar-weeeeer ueiti in de scaiiiiii lalla-la-la-lalla…” e io, i primi giorni che il Duca Bianco era morto volevo dirgli a quel pettinatore di pollami lì “Guarda che sbagli le parole e a sbagliare le parole cambi tutto” poi invece ho lasciato stare, un po’ per via di quel fatto che stavo leggendo la storia di questo tizio che era capitato su questa terra abitata da tipi chiassosi e via a discorrere, un po’ perché in fondo mi è venuto da pensare che lo siamo un po’ tutti, strani come il latte verde, e allora ho lasciato correre, che corri-corri magari ad un certo punto forse gli veniva la fatica e da qualche parte si doveva pur fermare, quel pettinatore di pollami lì, ho pensato.

E insomma.
Era bella da vedere che David Bowie moriva a me veniva la voglia di leggere questo libro.
Io sono piena di libri, sullo scaffale, ci metto sopra un sacco di libri che devo ancora leggere, nella mia libreria, perché ogni libro va letto nella sua occasione, io credo, i libri è inutile leggerli così, alla vaffanculo, ogni libro ha il suo momento, e il giorno che nel social internet ho letto che era morto Bowie, io non c’ho creduto un attimo, impossibile ho pensato, sarà come quella volta che avevano detto che era morto Fantozzi, anche se non è la stessa cosa, dico Fantozzi e Bowie non sono la stessa cosa, è che ho una sfiducia io, nelle chiacchiere, che però poi sono andata a lavoro, e c’era quel pettinatore di pollami che cantava  la canzone che vi ho detto prima, che io prima mai lo avevo sentito, cantare una canzone di Bowie e ad un certo punto “il suo suono forte sembrò sfumare e tornò indietro come una voce lenta su un’onda di fase” e lì mi sono detta, eccola lì, è vero allora, e allora quella stessa sera ho cominciato a leggere “L’Uomo che cadde sulla terra”.

E più lo leggevo, più mi accorgevo che no, non potevano scegliere personaggio migliore di Bowie per interpretare Newton (che è il protagonista) nella trasposizione cinematografica tratta dal libro.
E io più lo leggevo, più non riuscivo nella testa a dar altra immagine a Newton, Newton era Bowie e anche viceversa.
E leggere questa storia, che è una storia bellissima scritta da Walter Tevis (uno scrittore che aveva un qualche problemino con gli alcolici ma ancora più problemi con la gente) mi ha alleggerito un po’ il peso, che se anche Bowie di persona non lo conoscevo, mi è dispiaciuto insomma, che abbia deciso di tornare su Marte.

E la storia che ci racconta Tevis è davvero coinvolgente, ed è scritta benissimo, dall’inizio alla fine, e io, che sui finali dei libri sono sempre piuttosto capricciosa, devo dire che questo de “L’Uomo che cadde sulla terra” è uno dei finali meglio riusciti che io abbia mai letto in vita mia, un finale aperto, di quelli che ti sale la sensazione di voler piangere, un conato di pianto che resta intrappolato tra l’iride e lo sterno, e intanto ti blocca il fiato e insieme t’irrigidisce le spalle, e ti fa rimanere lì, in bilico sulla decisione da prendere, se sfogare il tutto in lacrime o meno, ma non piangi, senti solo che comincia a crescerti dentro un senso di protezione e tenerezza, e un’impotenza, una grande impotenza di fronte al fatto che siamo venuti su questa terra per morire soli, e per quanto possibile, nel più silenzioso dei modi.

 

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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.