Durante la notte faccio un lavoro molto creativo: “la pettinatrice di pollami”. Se una pettinatrice di pollami vuole conservare la propria integrità mentale, è costretta a pensare ad altro mentre 160.000 polli al giorno le passano alla velocità della luce sotto agli occhi. Mentre pettino i pollami, quindi, penso al libro che sta leggendo in quel periodo, tutto il tempo. Il risultato sono queste recensioni, un “pollibro” ogni mese.

Titolo: “Gli Uccelli”
Autore: Germano Zullo e Albertine
Edito: Topipittori
Numero pagine:  60
Mese: Dicembre

E allora a un certo punto la vista mi si è appannata e ho visto la sabbia, tipo come un deserto di sabbia, con le dune, e in mezzo a quel tipo di deserto, c’era una strada battuta dalle ruote di un furgoncino.
Dopo ho visto il furgoncino rosso arrivare, e avanzare,  per poi giungere a un punto, tipo come un burrone, e quel furgoncino rosso si è fermato, sul ciglio del burrone.
E dopo ho sentito chiaramente il portellone posteriore aprirsi, con quel cigolìo che fanno i portelloni dei furgoncini che sono stati usati tante volte, usati tante volte da uno che lavora molto, e che ripete l’azione di aprire il portellone posteriore, almeno “ille” volte al mese.
E dopo la vista a quel punto non era più appannata perché si è ambientata all’ambiente come quando gli occhi si abituano al buio e tutto diventa nitido e chiaro, quel gioco di pupilla che riescono a fare i felini, la notte.
E ho visto delle macchie di colore uscire dal vano contenitore del furgoncino, e queste macchie di colore io le fissavo e più le fissavo, più prendevano forma e la forma era quella di un corpo, col becco, e le ali, e ogni forma aveva un piumaggio diverso, qualcuna con le strisce, qualcuna con i pois, qualcuna aveva due o tre o quattro o cinque colori di tinta unita tutti distribuiti e mescolati addosso, e questi corpi facevano un gran schiamazzo mentre si liberavano dal corpo del furgoncino per poi confondersi nel cielo, alzavano l’aria, ma non un’ aria di quelle che danno fastidio come quella di un ventilatore, o delle pale di un elicottero, o di un getto di scarico dell’aria condizionata, no-no, un’ aria leggera, come una brezza di primavera, la stessa brezza che riesce a scomporre i fiori di tarassaco quando sono pronti per librarsi in giro a seminare.
E lo schiamazzo era come quello che fanno i gabbiani d’estate, quando sono vicini al mare, però uno schiamazzo più leggero, perché intorno a parte quel suono non c’è nulla, quindi non esiste l’esigenza d’urlare più forte per farsi sentire.  È più uno schiamazzo liberatorio, la felicità condivisa per la libertà appena conquistata, il respirare le nuvole, lo sgranchirsi le ali dopo un lungo viaggio, il fare finalmente la pipì dopo averla tenuta per troppo tempo.
E mentre gli uccelli diventavano dei punti piccolissimi, nel mentre guadagnavano la strada verso l’orizzonte, ho visto l’uomo del furgoncino, con il collo piegato e la testa che guardava il cielo, e aveva la faccia stanca, ma per il viaggio, per il lavoro, non per lo spettacolo che andava gustandosi, quello spettacolo non lo annoia mai, lo testimonia quella ruga perenne che scava il lato dei suoi occhi, e la piega delle labbra che non vuole spingersi troppo vicino ai lobi delle orecchie, ma comunque tende a salire.
E ho visto quell’uomo con la salopette di jeans, e la camicia di flanella a quadri, tornare al portellone del furgone per chiuderlo ma fermarsi prima di farlo, perché dentro al vano contenitore, ha scoperto esserci ancora qualcosa.

 

Poi però non ho potuto andare oltre.
Ché una pettinatrice di pollami ho sentito ha detto a un’altra pettinatrice di pollami che io sono una che dorme, e ci sono rimasta male perché non mi sembra che io sia una che dorme, io direi -se posso permettermi di descrivermi senza mai dire di conoscermi troppo- direi piuttosto che sono una che  immagina.

Allora ho guardato l’orologio e ho visto che mancavano solo 10 minuti e poi basta, timbravo e andavo a casa.
E allora ho fatto finta d’interessarmi ai pollami, anche se io di preciso non lo so cosa c’è da interessarsi in un pollame morto e fatto a pezzi, però ho pensato che se facevo così, magari, sembravo una persona sveglia.
Mi sono concessa solo una piccola divagazione, un pensiero fugace che ho cercato  non andasse ad impegnare tutti quegli interi 10 minuti, altrimenti poi era un casino, e sembrava che dormissi, ho pensato, 10 minuti ancora e poi me ne torno a casa.
10 minuti.
Poi me ne tornerò a casa.
Poi aprirò il libro, e andrò a vedere cos’è rimasto dentro al vano contenitore del furgoncino rosso.

 

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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.