Sia chiaro, credo che l’insostenibile numero di esseri umani sulla terra, la potentissima capacità tecnologica di produzione di carne, la malsana qualità dell’ambiente e il grado di consapevolezza e cultura media della popolazione occidentale non ci diano alcun alibi per non essere o non provare ad essere vegetariani, o almeno per non cercare di limitare il proprio consumo di carne.

Quando si parla a qualcuno della propria dieta vegetariana, oltre alle risate, si deve sempre fornire spiegazioni riguardanti al motivo della propria scelta: la sofferenza animale? Una scelta ambientalistica? Salutare? E, come sempre, ci si trova a dover far fronte a domande ironiche come: “ma cosa pensi che cambi il tuo impatto?”, o ad un: “beh, vuoi mettere una bella bistecca?”.

Domande come quest’ultima dimostrano un’ovvietà, sempre che un’ovvietà abbia la necessità di essere dimostrata: il fatto che nella società contemporanea l’influenza del gusto dettata dal proprio palato e l’atavica necessità di soddisfare i propri bisogni sia più forte di un qualsiasi tentativo di giustificare attraverso un’etica le proprie azioni quotidiane. Dopotutto, dare una direzione etica è difficile, l’unica etica che manteniamo salda, e da cui siamo costantemente condizionati, è quella d’esser tutti profondamente cristiani: se così non fossimo forse avremmo ancora gli schiavi e forse, però, non mangeremmo gli animali.

Malgradotutto si parla sempre più spesso di togliere la carne dalle nostre tavole, e perché riesco a vedere anche questo come un problema?

Perché la maggior parte dei motivi per cui abbiamo tolto (chi ha provato) la carne dalla propria tavola mi sembra debole, mi sembra che ottengano soltanto il risultato di non aumentare il consumo di carne ma che non cambiano radicalmente ciò che dovremmo cambiare: il nostro rapporto con gli altri esseri viventi.

immagine hetty baiz

La religione salutista, essere vegetariano per sé.

Ho visto il vegetarianesimo entrare nelle discussioni degli ultimi anni da una porta sbagliata: quella della nuova religione della salute dell’occidente, il “mangiar sano”. D’improvviso è esplosa l’ideologia volta alla rinuncia, una rinuncia fisica ma con forte connotazione spirituale:

Rinunci al glutine? Rinuncio,

rinunci al lievito? Rinuncio,

rinunci al glutammato di sodio? Rinuncio,

rinunci agli OGM? Rinuncio,

rinunci alla carne? Rinuncio,

rinunci ai derivati animali? Rinuncio.

E così via con i carboidrati, lo zucchero eccetera. La nuova etica della dieta ha come primo comandamento la privazione, derivante dall’idea secondo la quale la deriva della società starebbe portando alla creazione di una sempre più grande quantità di sostanze tossiche dalle quali è necessario liberarsi come ci si libera dal male, incarnando però il male ora in un alimento, ora in un altro.

Non è l’olio di palma a far male al mondo e a farvi male, è il capitalismo.

Esiste una parola chiave che racchiude questa religione salutista (non è una moda, è qualcosa di più serio): la natura, gli alimenti naturali, l’inclinamento al biologico, al naturale. È una parola molto debole e al tempo stesso immensa la parola natura, ci ricorda le domeniche delle scampagnate in montagna quando dovrebbe ricordarci un mondo in cui si-mangia-tutto-quello-che-si-può-e-nel-più-breve-tempo-possibile. 

L’abbinamento naturale uguale sano è potente e allettante, ma ha lo stesso valore dell’accezione “famiglia naturale” usata per descrivere e garantire la legittimità di quella fondata su uomo e donna. Dovremmo, credo, tenere un atteggiamento meno reazionario nei confronti del presente in favore di un non precisato passato ideale dove si stava meglio, dove i valori erano veri valori, dove la razza era una e incontaminata e dove tutto era più naturale.

L’uomo è un animale razionale, non carnivoro, non vegetariano e non buono: la tecnologia potrà aiutare l’umanità a mangiare e vivere in modo sostenibile. La natura dell’uomo non è quella di tornare al passato ma quella di trovare le potenzialità razionali ed empatiche per controllare lo sviluppo tecnologico per la sopravvivenza, umana o del pianeta; la natura dell’uomo è la cultura, non lo stato brado, per questo quando si parla di uomo la dicotomia naturale VS tecnologico non ha molto senso.

Per tutto questo comprare cibi e oggetti “naturali” significa, come per qualsiasi merce,  tentare di comprare un’esperienza, uno status, l’idea che questa merce rappresenta; un’idea che ritengo fuorviante tanto da risultare profondamente sbagliata e controproducente.

Tutte le immagini sono di Hetty Baiz.

L’alimentazione non sostenibile, essere vegetariano per l’ambiente.

L’altra forte motivazione per non mangiare carne è quella ambientale, e se la sensibilità di gestire al migliore dei modi la mia salute non l’ho mai avuta, quella per la salvaguardia ambientale in parte sì. Tutte le brave persone che non mangiano carne per cercare di migliorare l’ambiente (cosa che va più forte negli USA che da noi), fanno la cosa giusta, tutte le brave persone che creano associazioni, fanno politica, conferenze e sensibilizzano più gente possibile sui problemi legati all’allevamento intensivo hanno tutta la mia stima per un semplice motivo: cambiano davvero il mondo, loro, ottengono risultati concreti, tolgono la carne da migliaia di tavole.

In una società abituata a far nascere la vita per ucciderla e mangiarla credo questa sia una scelta etica necessaria.

Attenzione però, sia la motivazione che ha come scopo un tentativo di salvaguardia ambientale sia quella salutista hanno il grosso difetto di non cambiare il nostro rapporto con il mondo, con la natura e con gli animali. Il risultato forse è proprio quello di non mangiare carne, certo, ma non per non-uccidere gli animali. Se mangiare carne fosse estremamente salutare e se consumare derivati animali invece che vegetali salvaguardasse quel che rimane del pianeta allora continueremmo ad uccidere gli animali senza porci alcun problema.

I risultati di questo tipo di atteggiamento alla propria dieta sono accidentali, non sistematici.

Questo tipo di vegetarianesimo, soltanto “utile”, mi mette i brividi, rimane un fatto solo umano, troppo umano, e non cambia il senso di quando pronunciamo ciò che è solo una parola, un’entità linguistica: l’animale.

Tutte le immagini sono di Hetty Baiz.

Cambiare la concezione di quello che è l’animale e quello che è l’uomo.

Il limite di approcci ambientalistici e salutistici è che rimangono inesorabilmente incentrati sulla figura dell’uomo e, attraverso le loro strategie discorsive, all’uomo continuano a rifarsi.

Questo perché gli esseri umani non sanno guardare al dato grezzo, ma soltanto ad elementi inseriti in uno schema: per questo la nostra concezione di animale è la somma delle definizioni di uomo che hanno accompagnato la cultura e la filosofia occidentale fin dagli albori.

Sostanzialmente, grazie ad Auschwitz, abbiamo imparato che l’uomo, inteso come individuo dotato di pieni diritti e riconoscimento sociale e morale, sa definirsi solo precludendo umanità a qualcun altro. Nella storia i confini dell’umano si sono allargati e ristretti a seconda del susseguirsi delle varie epoche: se per i greci gli schiavi non erano “umani” con l’avvento del cristianesimo il termine umano si è allargato, teoricamente, a tutti gli uomini e la morale è divenuta ambito di studio riguardante tutta e solo la razza umana; e così via: La concezione cristiana dell’uomo ci ha eretto al di sopra degli altri esseri viventi, Cartesio ha pensato che ciò che caratterizza l’umano fosse la capacità di pensare, Kant ha separato per essenza il corpo dall’Io e così via…

La storia del pensiero occidentale ci ha portato ad avere una piramide gerarchica delle esistenze dove in cima troviamo il maschio – bianco – adulto – eterosessuale e alla base troviamo gli animali, passando per le donne, i migranti, gli omosessuali, i malati di mente eccetera: tutti i diritti di queste figure (che in un determinato periodo hanno fatto il loro ingresso nella storia) sono tutti intimamente correlati, non si può parlare di diritti animali senza parlare dei diritti delle donne o di ciò che riguarda gli estremi stati della vita come morte e nascita.

La sfida di pensiero da intraprendere è tentare di minare le fondamenta di questa piramide.

Uomo e animale sono solo parole, che da sole non vogliono dire nulla, ma che per come si sono fondate e sedimentate nel linguaggio comune hanno portato con sé la linea di separazione – assieme alla separazione corpo-pensiero o corpo-anima – che ha dato vita a tutte le divisioni ontologiche, sociali e politiche della nostra contemporaneità.

Credo che sia giunto il momento di pensare al nostro rapporto con gli animali al di fuori di una dicotomia umano/animale che ancora perdura, che ancora agisce silente anche tra un certo tipo di attivismo ambientalista o salutista.

Questa separazione, così netta, non è più sostenibile: per motivi politici, per motivi scientifici-etnologici e per motivi etici.

Credo, inoltre, che questa radicale inversione del pensiero sia legata e debba passare attraverso ai problemi e ai nuovi orizzonti di consapevolezza riguardo la vita, il corpo nelle sue condizioni più estreme: prima della nascita, al confine con la morte, nella differenza tra l’umano e l’intelligenza artificiale, tra l’umano e il bionico. La rivoluzione dovrà passare attraverso il corpo umano, la bioetica, e il corpo animale, per andare a ricercare dove stia il luogo di congiunzione tra tutti gli esseri viventi gettati nel mondo quali siamo noi, quali sono gli animali, un luogo di congiunzione che non stia nella capacità di pensiero razionale o nella caratteristica contingente di “avere un’anima” – e, perché no, nemmeno in quella di saper parlare e usare il concetto –  ma altrove.

Solo cambiando la nostra concezione profonda della parola animale ci potrà essere una trasformazione del nostro rapporto con la natura, del nostro rapporto con gli altri esseri viventi e, come conseguenza finale, del nostro rapporto con quello che mangiamo.

Tutte le immagini sono di Hetty Baiz.

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Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".