Il mio amico Alberto non mi scrive mai. Ma proprio mai. Eppure, mentre me ne stavo finalmente spalmata sul lettino, durante il mio pressocchè unico giorno di mare in questa estate fully booked, mi distrae l’inconfondibile suono di whatsapp: Alberto mi manda un buongiorno, seguito dalla foto di una pizza già assalita per più di metà, direttamente da Napoli.

Poi la domanda: perché non si può riprodurre un cibo tipico, in un altro posto? Alberto, dopo questa magari ti scriverò una volta in più all’anno perchè la tua è un’ottima domanda.

Io, Giorgia e Flavia anni fa eravamo giovani, belle e in Romania. La Romania deve essere per forza un viaggio gastronomico, a mio parere molto più di tanti altri paesi europei. E il nostro lo è decisamente stato (scelgo bene le mie amicizie eh!). Abbiamo avuto solo un problema, che ci rincorre da tutta la vita per altro, ovvero gli occhi più grandi della bocca. Quindi, ogni tanto, più per il suo effetto placebo che per una reale efficienza rispetto al problema, per aiutare la digestione, ci si comprava un ruttino.

Un ruttino è una bevanda gasata qualsiasi che ti sgorga lo stomaco a suon di sostanze acide e che ti da una fittizia sensazione di digestione che avviene grazie all’anidride carbonica aggiunta, che ti fa fare, per l’appunto, il ruttino.

Nel nostro caso era la Sprite. Ma quanto era buona la sprite romena?!

Pazzesca! Ma che diversa la sprite appena tornate in Italia! Ma come mai? Perchè? Mioddio! È tutto molto semplice e voi ci siete già arrivati: l’acqua, e l’aria. La sprite di Bucarest è in qualche modo migliore o semplicemente diversa perchè l’acqua e l’aria sono migliori o semplicemente diverse. Così come per il caffè che bevo in montagna, che è il più buono in assoluto, fatto con un’acqua e al contatto con un’aria che ciao, noi in città ce la sogniamo.

Qualche mio concittadino ricorderà quell’articolo che parlava della Coca Cola migliore che veniva da un paese della bassa veronese, dove effettivamente si trova un grosso stabilimento. Si vede che il sindaco di Nogara ha investito in un acquedotto decente con acqua di qualità, che ne so io. Non è più la ricetta segreta a fare la differenza, è tutta questione di materie prime e ambiente.

Tutto qui?

Lo so che il mio amico Alberto, dalla spiccata vena polemica, non si accontenterà dell’aria e dell’acqua quindi, come se non lo facessi abbastanza, metterei in campo Jamie Oliver, che oltre ad essere uno degli chef più credibili, a mio parere, del panorama culinario mediatico, è un terribile fissato con la gastronomia italiana. Ogni tanto si spara un viaggetto nel bel paese alla scoperta di cose sensazionali e l’ultima che vorrei portare alla vostra attenzione, si chiama filindeu, una pasta sarda che non sa fare praticamente più nessuno e che è sconosciuta ai più ma non a lei.

Jamie Oliver, ha confessato di aver tirato giù i santi dal paradiso nel tentativo di riuscire ad impastare e realizzare sti fili di dio, eppure lui di cucina ne sa a pacchi. Ma niente, la signora di Nuoro, la sa fare meglio e senza bestemmie perchè lei lo fa da una vita, lo ha sempre visto fare e in qualche angolo del suo DNA probabilmente era già scritto. Ed è proprio questa cosa della genetica della gastronomia che spiega il “lo sa fare e basta” di cui mi parlava Giuseppe nel tentativo di spiegarmi perchè suo padre Battista sa fare il vino senza averlo studiato.

Esiste questa componente della cultura, della giustificazione antropologica della tradizione tramandata o acquisita per contatto e convivenza, per cui la pizza, mio caro Alberto, semplicemente a Napoli è più buona. E sono queste tre cose che la rendono così: aria, acqua e cultura gastronomica. Io non ci ho mai pensato prima del mio viaggio in Romania ma è solo grazie a quello se ho cominciato a chiedermi perchè non si possa riprodurre uno stesso piatto, nello stesso modo, in un altro posto.

Phil, un amico che asseconda tutte le mie paranoie sul cibo e la cucina, ieri sera mi ha coinvolta in una discussione su un piatto tipico della Lessinia, o meglio, su quale fosse la ricetta originale, perchè e per come e quindi stasera ci si trova da lui e si cucina insieme, con la speranza che il risultato sia almeno simile all’originale. Ma in fondo in fondo lo sappiamo che non sarà così.

Ci andremo molto vicini chiaro, perchè abbiamo almeno una delle tre componenti, cioè la cultura gastronomica, che a mio parere è la più importante. Ma penseremo al malgaro e a come cucina lui. Rispetto a questo posso aggiungere solo che le materie prime, ovvero gli ingredienti, esercitano direi la stessa influenza dell’aria e dell’acqua ma solo perchè a loro volta sono vittime di aria e acqua. Quindi in sostanza non vale dire che sono gli ingredienti. Ma sono, di nuovo, aria e acqua che influiscono su di loro. Non c’è via di scampo, è più semplice dell’immaginabile. Uno stramaledetto circolo vizioso.

Insomma, bello provarci a riprodurre la pizza napoletana, o la focaccia genovese, o la pasta alla carbonara. Però non si riesce a farla così. Non si può e basta. Mani in alto, bandiera bianca, ci arrendiamo. Ma non c’è bisogno di abbattersi: si può sempre viaggiare verso i posti dove poter trovare la vera pizza, i filindeu, l’acarajè, i churros, le samosa e il gumbo. E pensate alla vostra personale lista di quello che vorreste assolutamente sperimentare e fatelo, vi prego. Magari, senza questo disperato bisogno di cibo dal sapore standardizzato, qualche McDonald in più chiuderebbe. Finalmente.

P.S.: ti piacerebbe avere una corrispondenza con un funambolo? Lungoibordi ti scrive una lettera ogni mese con una selezione di storie, video, siti che avresti sempre voluto vedere. Iscriviti su: http://tinyletter.com/Altribordi

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteOlimpiadi
Articolo successivoTutti i suoni delle Olimpiadi
Giacomo Mozzo ne dice: Caterina è sempre in grado di sorprenderti. Talvolta si annuncia per una birretta serale, ma non la vedi proprio arrivare. Altre volte promette una cena nella sua splendida casa, ma sul più bello salta tutto. Sarà che lavora troppo, sarà che è sempre in giro. Sarà che ha semplicemente troppi interessi da seguire, troppe amicizie internazionali da assecondare...Quando però avete la fortuna di passare del tempo con lei, rimarrete sorpresi pure dalla sua straordinaria carica di entusiasmo ed affetto, nonché estasiati da tutto ciò che, con amore e dedizione, è in grado di cucinare. Vi invito caldamente a seguirne i consigli culinari. Non ve ne pentirete. Mi ha insegnato che in cucina si può girare il mondo e navigare l'animo umano. Scrive It's a piece of cake.