[miscellaneous type=”superscript”]Immaginate qui un preambolo su Django Unchained, sulla sua rilevanza come film sullo schiavismo ed in quanto capolavoro di Tarantino: vorrei che lo immaginaste perché mi sembra superfluo qui ed ora, ma mi sentirei in colpa a non averne nemmeno accennato. A questo punto siamo d’accordo su quanto valga la pena averlo visto, su quanti indizi politici, antropologici o sociologici ci si possano trovare, per non parlare delle risate inaspettate.[/miscellaneous] 

 

 

Sono sempre più i giovani italiani che padroneggiano l’inglese abbastanza da poter vedere un film, e, proporzionalmente, chi si lamenta del perenne ed onnipresente doppiaggio italiano trova sempre più terreno fertile. Una delle argomentazioni preferite di costoro si fonda sulla presunta perdita subita dagli spettatori del film doppiato – perdita di significati intraducibili, sfumature d’accento, interpretazioni degli attori. Django Unchained è in apparenza un perfetto appoggio a questo tipo di argomentazione: chiunque l’abbia visto in originale ha ben presente la differenza tra la varietà d’inglese parlata dal dottor Schultze – forbita e con un leggero accento tedesco, quella dei bianchi proprietari terrieri (Southern American English) – decisamente più colloquiale, e quella parlata dagli schiavi neri, piena di stereotipi linguistici legati alla varietà dell’inglese afroamericano. Tutte queste differenze sono difficilmente riportabili attraverso un doppiaggio, soprattutto in alcuni casi: se una varietà di lingua ‘alta’ e forbita è certamente riproducibile in italiano, ciò che sicuramente non lo è sono le varietà geograficamente connotate, come negli altri due casi. Per chiarire ulteriormente, mentre è probabile che in molte lingue ci siano elementi tipicamente colloquiali, che si possono quindi sfruttare nel processo di doppiaggio, le caratteristiche linguistiche proprie di una varietà linguistica con una storia specifica per natura non hanno corrispettivi: precisamente per questo motivo, per salvare almeno un po’ della connotazione geografica nel doppiato, in uno dei più famosi esempi di film doppiati verso l’inglese, La vita è bella, ‘Buongiorno principessa!’, così caratteristico e ricorrente nell’interpretazione tipicamente toscana del protagonista, è stato mantenuto tale, anche a rischio che risultasse incomprensibile al pubblico anglofono. Ci sono anche casi in cui la varietà linguistica connotata geograficamente in originale non è rilevante in quanto tale quanto piuttosto che la sua presenza: un esempio piuttosto conosciuto di questo tipo è la parlata di Willie nei Simpson: in originale è scozzese, mentre nel doppiato italiano ha un forte accento sardo. Qui però la scelta è decisamente felice, dato che appunto ciò che importa non è tanto che lui sia effettivamente scozzese (e in questo caso in italiano si perderebbe tutto), quanto che abbia un forte accento che si distacchi linguisticamente e culturalmente dall’americano standard parlato dagli altri personaggi.

 

L’inglese parlato dagli schiavi afroamericani nell’800, il cosiddetto Black English, non ha paralleli di nessun tipo in italiano: sembrerebbe quindi che chi guarda Django Unchained in italiano ne perda ogni effetto.

 

Andando però nello specifico ad osservare il linguaggio del film ciò che emerge è ben altro: gli esempi che caratterizzano la parlata dei neri, soprattutto Django e Stephen, sono caratteristici di moltissime altre varietà dell’inglese cosiddette ‘substandard’: colloquiali o sviluppate a partire dal periodo del colonialismo, quando l’inglese è stato diffuso in molte altre parti del mondo.

 

 

Betina What’cha do for your massa’? Tu cosa fai per il tuo padrone?
Django Didn’t you hear him tell ya, I ain’t no slave. Non hai sentito che non sono uno schiavo?
Betina So you really free? Cioè adesso sei libero?
Django Yes. Sì.
Betina You mean you wanna dress like that? Ti vesti così perché piace a te?

[miscellaneous type=”subscript”][Dialogo tra Django, schiavo comprato e poi liberato dal suo padrone, e Betina, giovane schiava.][/miscellaneous]

 

La mancanza dell’ausiliare (do) e la doppia negazione (ain’t no), evidenti qui ma presenti in molti altri scambi del film, sono tipici esempi di ciò di cui stiamo parlando: segnali di varietà substandard, ma non nello specifico di Black English. Se ad un anglofono ‘so you really free?’ suona solo come fortemente colloquiale, a questo punto il doppiatore può scegliere di procurare lo stesso effetto nel suo pubblico: ‘cioè adesso sei libero?’ suona in italiano decisamente meno standard di un eventuale ‘quindi ora sei libero?’.

 

 

Stephen Because you wouldn’t pay no never mind to four hundred dollar. But twelve thousand got you real friendly. Quando mai ti scomodavi per trecento dollari. Ma per tredicimila… Amiconi per quello, vero o no?

[miscellaneous type=”subscript”][Monologo di Stephen al suo padrone, Calvin Candie.][/miscellaneous]

 

Qui il basso registro testimoniato in originale dalla doppia negazione (wouldn’t pay no) viene a mio avviso ben riprodotto in italiano dall’uso scorretto dell’imperfetto: in italiano standard una traduzione adeguata sarebbe potuta essere ‘quando mai ti saresti scomodato per trecento dollari’.

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Vale ne scrive: Cecilia è la borsa di stoffa piena di frutta e verdura di una signora che è appena tornata dal mercato. Ha i gambi lunghi del sedano che spuntano fuori e le mele sul fondo che pesano di più. Sfreccia per la città nel cestino di una bici, altro volevo dire ma credo che basti questo. Attenti a non schiacciare le fragole. Scrive "Eleganze apostrofate".