Sarete tra gli hashtagger più accaniti. Avrete imparato ad usarli su twitter. Li avrete notati su facebook e cercato di capire come funzionano. Vi sarete adeguati all’uso folle, senza chiedervi davvero a cosa servono. Un giorno a caso avrete pensato che mettere un cancelletto davanti ad una o più parole sul vostro status l’avrebbe reso più variopinto – mi sembra di sentire la vocina nel vostro cervello: ‘Uh! Guarda! Diventa tutto blu!’ Li odierete con tutti voi stessi. Davanti a cose come #oggimartedidiecinovembrecèfinalmenteilsole o #siamoipiùfighidelmondo o anche #facciodeigiochidiparoleemicredoungenio vi verrà un’ulcera, ogni volta.

Ad ormai più di sei anni dalla diffusione di questo strumento, a (quasi) tutti noi si applica almeno una delle frasi qui sopra. Se proprio dovessi essere estremamente sincera con voi, a me nello specifico si applicano particolarmente bene gli ultimi due casi. Scommetto però che chi ha pensato inizialmente alla loro funzione, mai avrebbe immaginato che sarebbero stati usati più con un altro scopo, decisamente improprio.

Un tag è un’etichetta. Un hashtag è un’etichetta digitale. Funziona (ed è efficiente) come le etichette di cui avete esperienza, chi prima chi poi, dall’età di tre anni, quando la mamma o il papà vi mandava all’asilo con un sacchetto di stoffa su cui la nonna aveva attaccato con cura una figurina che era uguale – guarda un po’, le coincidenze della vita, il mondo è proprio piccolo, per non parlare della scomparsa delle mezze stagioni – dicevo, era uguale a quella che c’era su un armadietto della scuola. Quindi, voi, estremamente ligi alla corrispondenza figurativa, mettevate il vostro sacchettino nell’armadietto corrispondente. Ecco miei cari, così funzionano le etichette. Quando poi eravate ben più grandi ed almeno consapevoli del sistema di scrittura adottato nel nostro Paese, avete ogni tanto pensato di attaccare con lo scotch ad ogni pennarello dell’astuccio un rettangolino con sopra il vostro nome, ma poi l’estrema pigrizilungoibordi-eleganzeapostrofate-hashtag1a ha prevalso sui più, facendo in modo che solo chi era particolarmente preciso/a o aveva una mamma particolarmente sollecita – sia chiaro, non io – potesse conservare tutti i propri pennarelli più a lungo di qualche mese. Anche questo è un esempio di etichetta con successo.
È evidente invece che gli hashtag sono tendenzialmente delle etichette fallite. Nell’universo delle etichette li prendono tutti in giro. Non servono più a categorizzare, a richiamare tutto ciò che ha la stessa etichetta, ma piuttosto a dire altro, di diverso rispetto a ciò che non sta nell’etichetta. Non sono più loro, insomma.
Prima di procedere nella dissezione degli hashtag non più hashtag, mi sento in dovere di fare una precisazione: tutto ciò non è vero sempre. A parte l’utilizzo che ne fanno i singoli, che ormai è quantomeno imprevedibile, l’unico ambiente che ancora tiene rispetto alla loro funzione iniziale è twitter. Su twitter, molto più spesso che in qualunque altro ambiente o contesto, chi usa gli hashtag lo fa a ragion veduta e trattandoli per ciò che sono: delle etichette digitali che aiutano a rintracciare tutto quello che c’è a proposito di quella cosa lì, che l’etichetta dice. Mi sento di fare due considerazioni in proposito: innanzitutto, twitter è dove gli hashtag sono nati – e quindi chiaramente sono stati creati per risolvere una necessità di indicizzazione dei contenuti altrimenti velocissimi che si era probabilmente presentata. Inoltre, un uso sensato su twitter degli hashtag viene incoraggiato ed incentivato attraverso dettagli come i trending topics con l’hashtag. Tutto ciò non ha fatto altro che fornire un’ulteriore argomentazione al popolo di twitter per denigrare chi li usa solo su facebook per esempio, ma questo non è un articolo sui facebook haters quindi questa è un’altra storia.
Siamo giunti dunque al punto in cui vi spiegherò quali sono gli elementi chiave che rendono la maggior parte degli hashtag in uso ultimamente inutili ed insensati.
1. L’associazione di parole

Gli hashtag, in quanto etichette, devono essere concisi, brevi ma efficaci. Sono stati ideati per twitter, perciò l’idea è che occupino dei già troppo pochi 140 caratteri il meno possibile. Tendenzialmente sarebbe meglio che fosse una sola parola, tipo #sanremo,  ma se proprio non è possibile ha senso accoppiare tutte le parole (o le cifre) necessarie per far capire di cosa si parla, come per esempio #expo2015, oppure #iovoto. Quello che invece non ha senso per nulla, per svariate motivazioni, è l’associazione di svariate parole, che formano magari un periodo complesso, decisamente irriproducibile da chiunque altro, una cosa tipo: #ciaomammaguardacomemidiverto oppure #certagenteèproprioignoranteenonsenerendepernienteconto. Non solo non funzionano come etichette – soprattutto fanno diventare pazzo chi cerca di leggerli. E desiste dopo 30 secondi di tentativi. Il momento però in cui tutti noi vittime dei vostri hashtag chilometrici gioiamo è quando, da bravi esecutori della grammatica italiana, inserite un apostrofo.

#piùfigodimenonc’ènessuno, ma gli hastag mi fregano ed #iononmen’accorgo.

2. L’elenco di hashtag

Foto di scarpe nuove. #new #shoes #shopping #like #tag #rosse #righinebianche #talnegozio #tempolibero #lacci #pavimento #bottoncini #stanza #roba #cosesulpavimento #serata #serataaverona #fotodiscarpe #nonsmetteròmai

Devo davvero spiegare perché non è il caso di fare quattro righe di parole a caso che nessuno mai guarderà, se non chi cercherà di usare #serataaverona per sapere che si fa di sera a Verona e si troverà una foto di un paio di scarpe (probabilmente brutte)?
3. Gli slogan
Nel caso precedente è evidente che l’inappropriatezza emerga soprattutto dal voler sfruttare gli hashtag per ottenere più like possibile. I veri pro degli hashtag però li usano per incrementare il loro status sociale, e lo fanno attraverso il sapiente utilizzo degli slogan da parole di moda, se così si possono chiamare. Sto parlando di cose tipo #sapevatelo, #mainagioia o #pezzone, giusto per citarne tre esempi con tempi di notorietà diversi. Ecco, il vostro status sociale non aumenta in nessun modo e metterci davanti un cancelletto non attenua il disagio che state evidentemente vivendo non usando parole vostre, sappiatelo, or better, #sapevatelo.
4. L’interpretazione
C’è però anche un fenomeno diverso in atto, molto interessante e ben più difficile da identificare. Gli hashtag vengono spesso associati a degli altri contenuti (foto, status fb, video) svelandone l’interpretazione che l’autore vuole che chi legge ne dia, ma allo stesso tempo tende a non volerla troppo imporre, perché se ne vergogna o perché non vuole esporsi troppo: gli hashtag qui hanno perso la funzione di etichetta, ma acquisito quella di attenuatori di contenuti.
Succede quindi che si postino foto di situazioni ritenute imbarazzanti corredate da #awkward o #wtf, in cui l’unico scopo dei cancelletti è servire da attenuanti al giudizio dell’autore, che vuole dire ohmamma questa cosa è imbarazzante ma in realtà non vuole dirlo, perciò se la cava con un # davanti. Un altro esempio lampante di questo fenomeno potrebbe essere una foto di libri ed appunti da studiare, il cui titolo esplicito è good morning, ma l’hashtag è #goodmorninguncazzo. Chi scrive esplicita nell’hashtag l’ironia che vuole sia colta da chi vede la foto, che scaturisce dall’associazione del titolo (positivo) con l’immagine (negativa). Il tutto è nato così – la maggior parte delle volte il processo è evidentemente inconscio, si procede solo per emulazione (vedo uno, due, cinque miei contatti usare così gli hashtag e lo faccio pure io) ma è diventato talmente pervasivo che ha iniziato a succedere questo:
lungoibordi-eleganzeapostrofate-hashtag
dove è evidentissimo come l’hashtag abbia totalmente perso il suo valore d’indicizzazione digitale (chiaramente inapplicabile) e sia diventato qualcosa di completamente diverso – uno strumento comunicativo a pieno titolo, tanto quanto qualunque altro segno d’interpunzione, ma figlio dell’era digitale.
P.S.: godetevi loro, e riprendete pure ad hastaggare il mondo reale.

 

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteLovelace
Articolo successivoElogio di Announo
Vale ne scrive: Cecilia è la borsa di stoffa piena di frutta e verdura di una signora che è appena tornata dal mercato. Ha i gambi lunghi del sedano che spuntano fuori e le mele sul fondo che pesano di più. Sfreccia per la città nel cestino di una bici, altro volevo dire ma credo che basti questo. Attenti a non schiacciare le fragole. Scrive "Eleganze apostrofate".