Ma davvero è utile voler vedere applicati i principi democratici agli spazi virtuali? E sopratutto: ci sono le condizioni per farlo?

 

Prendo spunto da un fatto accaduto di recente. Con un atteggiamento ormai abbastanza retrò, frequento un forum riguardante uno dei miei hobby. È una comunità molto “profonda” (ci sono operatori del settore, professionisti, persone nel campo da decine di anni, ecc.) ed è la prima risorsa in Italia sull’argomento, attivo ormai da una decina d’anni e letteralmente strabordante di ogni tipo di informazione su praticamente tutto.
La comunità è ovviamente molto ampia e questo permette di risolvere molto velocemente tutti i nuovi dubbi e trovare informazioni molto specifiche e articolate, tuttavia, come per tutte le comunità attive da tempo, non sempre l’impatto con i nuovi iscritti è facile: a volte i novellini dell’argomento sono anche di giovane età e abituati a tutt’altro tipo di interazioni virtuali.

Da qualche giorno uno dei moderatori ha aperto un topic per riflettere assieme alla comunità su alcune lamentele verso l’operato degli altri mod e dell’amministratore. Una cosa normale che ciclicamente capita.
Bisogna specificare che è uno di quei forum super ordinati, dove il Regolamento (sempre e rigorosamente maiuscolo) è fatto rispettare alla lettera in ogni occasione, senza nessuno sconto.
Ed è anche uno dei forum più longevi, ricchi di informazioni e civili proprio per questo motivo.
Comunque, dopo qualche pagina di discussione abbastanza amorfa e opinionistica, che girava attorno ad alcune questioni piuttosto leziose (ma i moderatori sono troppo severi? Ma perché non si può discutere pubblicamente delle scelte dei moderatori?) è intervenuto anche l’amministratore e fondatore del sito, che ha ribadito un concetto semplice: questo forum non è una democrazia.

E la sua affermazione è perfettamente sensata: lui ha fondato il sito, spende di persona i soldi per il mantenimento dello stesso e ci dedica da anni ore e ore della sua vita. Ha stabilito un regolamento molto chiaro che vuole vada rispettato per il bene di tutti (e funziona davvero così). L’unica condizione per essere ammessi è rispettare questo regolamento, che si sottoscrive al momento dell’iscrizione e nel quale è chiaramente specificato il rapporto che lega amministratore/moderatori e utenti.

Quindi è inutile pretendere scelte collegiali sull’andamento del forum: è come voler decidere su come ritinteggiare le pareti della casa di un amico solo perché questo ti ha invitato a bere una birra da lui. In quest’ottica non ha nemmeno senso pretendere l’uguaglianza di comportamento fra tutti i membri: semplicemente è un problema che non si pone e la bontà dell’operato si può giudicare sono in base al coinvolgimento degli utenti e all’utilità secondo gli obiettivi che si sono posti.

Ma il suo ragionamento ha anche altri due capisaldi: uno è che fondamentalmente non vale la pena di scomodare la democrazia per una cosa come un forum, perché non è una questione di vita o di morte e non viene leso nessun diritto se non ti viene permesso di usarlo perché non ne segui le linee guida.
Oltretutto, per questo tipo di cose, la democrazia è un modello che non funziona in questo contesto: bisognerebbe consultare tutti gli utenti ogni volta? Anche quelli inattivi? Oppure solo quelli che partecipano di più? Per tutti i problemi o solo quelli di una certa gravità? Chi decide la gravità del problema? Ma allora non sarebbe più democratico…e via così le decisioni per la gestione e per la moderazione diventerebbero impossibili.
Il secondo punto che emerge è invece molto più sottile e interessante: un forum è uno spazio virtuale in cui potete esercitare il vostro libero diritto di parola e opinione purché ne sottoscriviate i principi guida e li rispettiate. Ma questo spazio non è vostro per nascita o per diritto perché non l’avete o non lo potete scegliere (come lo spazio fisico nel quale nascete), ma vi è bensì concesso dall’alto e donato. Quindi non è un diritto inalienabile e questo spazio può esservi dato e tolto a discrezione.

Credo che questo ragionamento sia logicamente ineccepibile (oltre che correttissimo nel caso specifico di questa comunità particolare) e che ci ponga anche di fronte ad alcune contraddizioni che attraversano spesso tutta la nostra “vita virtuale”.

 

Spazi pubblici, spazi privati

Di fatto il web non è uno spazio formalmente pubblico, anzi: è semmai formato da una miriade di entità private che sono a loro volta tenute assieme e regolamentate da alcune sovrastrutture sia pubbliche che private.
Tuttavia è per noi un pensiero comune che questo non debba essere un impedimento all’espressione totale dei nostri diritti fondamenti e civili e che il web sia quindi un’estensione naturale dello spazio fisico nel quale viviamo e che ne condivida quindi questi principi.

A cementare questo pensiero, ha contribuito il web 2.0 che ci ha messo nella condizione di considerare la rete come fluida e interconnessa invece che formata da tante bolle più o meno grandi e non necessariamente in contatto fra loro. E così abbiamo perso via via di vista la dimensione privata del piccolo sito internet di appassionati, della comunità costruita su un interesse settoriale, delle piattaforme che offrono contenuti da loro realizzati esclusivamente per essere usufruiti in quel contesto.

Internet è diventato in breve tempo sempre più simile al nostro spazio fisico, dove non esistono barriere formali alla circolazione di idee e strumenti, spazi, comunicazioni.
Ma è davvero così? Internet può davvero essere questo spazio “omogeneo e vuoto” sul quale si estendono le prassi della vita reale?

 

Comunità elitarie e hive-mind

Certamente il pensiero che una struttura basata su principi non democratici possa essere in qualche misura migliore di una dove le scelte sono condivise, ci fa venire un prurito irresistibile. Siamo sempre stati abituati a pensare che la democrazia sia un modello migliore a prescindere e adatto a tutti i contesti. Spesso interpretando in maniera abbastanza distorta e parziale le conseguenze di questo fatto (basti pensare al problema dei social e della libertà di parola) dimenticandosi di tutta quella parte di rispetto delle regole del vivere civile che fanno parte del mondo democratico tanto quanto la libertà di decidere e dire ciò che si vuole.

A questo si aggiunge un pensiero che proprio attraverso la rete ha preso piede sempre di più negli ultimi anni: il prodotto intellettuale generato dalla massa è intrinsecamente migliore di quello dei singoli perché permette un processo di revisione costante, condiviso e che si basa su una quantità enorme di menti, molto maggiore di quello che può dare un comitato scientifico, ad esempio.
Sì, sto parlando di Wikipedia: è il cosiddetto modello hive-mind: la mente collettiva che prende decisioni e sviluppa conoscenza come un’unica entità composta da innumerevoli singoli.

Da qui il passo verso la democrazia digitale, le decisioni politiche prese in rete tramite consultazioni dirette e via dicendo è molto breve, anche se si riscontra un’oggettiva fatica a raggiungere dei risultati concreti: insomma sì, la gente partecipa alla possibilità di fare politica in rete, condivide le proprie conoscenze specialistiche…ma anche no!

O meglio: lo fa in misura troppo ridotta per essere influente, e soprattutto i soggetti che possono vantare le conoscenze utili per usare uno strumento del genere responsabilmente e costruttivamente, sono solo una piccola frazione di quelle che decidono di partecipare spontaneamente.

 

Le regole del gioco

A riguardo di tutte queste cose interconnesse che riguardano la democrazia delle comunità virtuali, la conoscenza condivisa, la democrazia digitale, io penso che ci siano dei problemi di fondo: innanzitutto l’introduzione troppo veloce di queste dinamiche nella vita collettiva perché possa essere già avvenuto un sano meccanismo di prove e revisioni che abbia scremato i metodi funzionanti da quelli fallimentari.

In secondo luogo la perdita della visione di internet come connessione di spazi privati in favore di un unico gigante spazio pubblico, ha fatto presto dimenticare che le regole non sono le stesse, ma soprattutto che può essere benissimo accettabile pensare alla propria vita in rete in maniera molto più leggera, senza che questo comporti una serie gravissima di attentati alla libertà e questo proprio perché non è uno spazio pubblico dove esercitare le proprie libertà, ma un insieme di spazi privati!

Pensateci: sarebbe come iscriversi ad un club di tennis e iniziare a rompere l’anima a tutti perché è vietato portare borracce in campo (magari si rovina il campo…che ne so io, mica gioco a tennis) solo perché nel club di calcio si possono invece portare e “questo è un paese libero e posso portare le mie borracce dove voglio”.

Insomma: meno democrazia in rete è un problema solo se si vuole veramente farla diventare uno spazio pubblico a tutti gli effetti, ma contro tanti miti che vorrebbero la realtà virtuale un patrimonio dell’umanità, non è così.
La democrazia va bene per la vita reale, pur con i suoi difetti e le sue storture. Conviene ancora, finché le cose non cambieranno strutturalmente, vivere il web come un luogo ricreativo e libero da vincoli politici e morali sulla sua organizzazione: con questa prospettiva si riuscirebbe non solo a viverlo meglio e senza ansie, ma si sarebbe anche molto più attenti alla condivisione delle proprie informazioni e della propria vita privata (che se viene messa in piazza, sicuramente ci sarà qualcuno che vorrà sfruttarla per fare soldi).

Per quanto stupida, a volte la domanda giusta da porsi è: ma lo farei mai nel mio club di tennis?
(Se rispondete di sì, per favore cambiate club).

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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.