“Perché cacchio deve commentare? Chi gliel’ha chiesto?”: alle otto di mattina di lunedì 18 gennaio mentre sono sprofondato in poltrona la voce della collega che commenta il rullo di SkyTg24 mi sveglia dal mio sonnecchiare. Io ho letto male l’orario di lavoro e sono arrivato alle 7 invece che presentarmi alle 9, con tutto ciò che ne è comportato in tema di calcolo degli orari la sera prima; lei inveisce alla tv rivolgendosi ad Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che poche ore prima era uscito, in un’intervista, schierando la Cei a sostegno del Family Day in programma per la fine del mese a Roma. Una manifestazione esplicitamente convocata per opporsi al cammino, e all’approvazione, del ddl a prima firma Monica Cirinnà sull’introduzione delle unioni civili nel nostro ordinamento.

Penso, a una cosa che penso da tempo: e cioè che io alle unioni civili, fondamentalmente, sono e rimango contrario. Ci pensai la prima volta quando si parlava dei Pacs francesi, i Patti Civili di Solidarietà: alcune persone che conosco (e che stimo) girarono addirittura un piccolo spottino di propaganda che mi fece poco ridere e che mi convinse ancora meno. Intendiamoci: fossi parlamentare, voterei il Ddl Cirinnà. Senza esitazioni: perché le cose giuste si fanno; e perché, ho imparato, è bello essere radicali sui principi e allo stesso tempo progressivi sulle situazioni. E allora voterei la legge sulle unioni civili perché mi dispiace che la gente stia male, perché è brutto che ci siano dei diritti non ancora garantiti, e perché è passato davvero troppo tempo senza risposte. E allo stesso tempo il problema lo porrei al movimento delle persone omosessuali, innanzitutto, e poi alla società: questo che stiamo costruendo è il modello sociale migliore, quello che garantisce la migliore felicità per tutti?

Lo chiedo perché ho un sospetto: che le unioni civili siano una conquista – sarà paradossale – principalmente degli eterosessuali. Quelli che ad oggi si potrebbero sposare, e che però, siccome, che fai, te sposi? Oh me stai a mette l’ansietta, me soffochi; oh ma lo sai che Daniela e Ruggero hanno fatto un’unione civile e se trovano benissimo?

“A me piacciono le prese di posizione”, mi scrisse una persona, e aveva ragione; alle cose certo bisogna arrivarci, e il viaggio è la parte più bella. Questo però significa che mi sembra brutto e solo provvisoriamente accettabile restare nel mezzo: fino a che intravedo, e cerco di costruire un giudizio di valore complessivo può funzionare; scelta però una direzione vediamo di procedere, a tamburo battente se possibile. O no? C’è una storia: ero sulle scale del Campidoglio a seguire la celebrazione delle prime unioni civili nel registro istituito dal comune di Roma; e c’era un fascista, sulle scale, venuto a far caciara, a urlare cose come “siete contro natura  frocidemmerda”: carino lui. Una donna che si stava per iscrivere nel registro insieme alla compagna fermò i consiglieri comunali che erano pronti a fare a botte.

Lei li fermò con le lacrime agli occhi e disse: questa è la mia festa e decido che è la festa anche sua. A me fa poca differenza se è qui ad insultarmi, nella mia festa nessuno fa a botte: questo è il mio spazio. Forse romanzo un po’, però una cosa tipo “qui c’è solo amore” ricordo che la disse: e io ci rimasi, come dire, e anche l’articolo che scrissi ne risentì. “Troppo coinvolto”, mi dissero: eh, può essere.

Ed ecco, quello per cui questa persona lotta da una vita, più che un’unione civile, secondo me è il matrimonio.

Cosa sia ‘sto matrimonio famoso, io ancora non lo so: mi sa che c’entrano i viaggi in una macchina grande e piena, imparare a giocare a tresette, i giochi e le risate a pranzo, gli auguri con i biglietti attaccati ai frigo, la Francia e la Spagna, Wittgenstein che irrompe nei discorsi, il telefono da posare a tavola, le radici da rileggere, capire e innaffiare; gli abbracci da imparare, le attese, gli scazzi e gli screzi, costruire insieme, essere migliori. Di testa, mesi fa, mi ha colpito una persona che parlava del suo matrimonio. Peraltro, non ancora celebrato, né programmato: “Il matrimonio io lo faccio in chiesa”, ha detto: “Io prometto davanti a Dio, non davanti agli uomini. Chi cazzo sarebbero gli uomini? Io prometto davanti a Dio: mi fido di più”.

Spoiler: scrive su Lungoibordi. Ora dunque, a me piace questo, di tipo di società: perché nel mondo liquido, destrutturato, in cui tutti i corpi sociali e intermedi sono saltati in aria, l’unica risposta, l’unica ripartenza a me sembra ancora la responsabilità personale. Una presa di posizione: dolce, tosta e divertente come quella di mio fratello dopo che sono andato via da casa.

unioni civili

Mi dispiace che il dibattito pubblico sull’amore sia violentato da gente caricata a pallettoni; da un lato, la destra clericale e il clero di destra, a braccetto come fossimo ai tempi di Bettino Ricasoli e dei sequestri dei beni della Chiesa: con loro ce l’ho particolarmente perché fra Family Day e Sentinelle in Piedi è diventato davvero un casino parlar bene dell’antropologia cristiana. Che sarebbe poi bella e per carità, io sono anche contento di fare la mia parte anche e sopratutto nella Chiesa: ovvero, sostenere che l’amore è qualcosa che ha a che fare con le persone. Che si impara. E che è divertente.

Io ‘sta roba mi ricordo di averla incontrata camminando sulle montagne, in una route – fazzolettoni, eccetera: una persona importante aveva organizzato un gioco di catechesi, era “il processo alla religione”, venne bene. A un certo punto salta fuori “il sesso prematrimoniale”, e quello vince il gioco calando l’asso, nascosto, tenuto coperto fino alla fine: “La Chiesa dice che non si può fare sesso prima del matrimonio? Sbagliato: la Chiesa, i cristiani, dicono che c’è solo l’amore. Che bisogna esser solidi e fare le cose lavorando per progetti. Tutto il resto è forma“. Quella dall’altra parte, che era “l’avvocato dell’accusa” ha alzato le mani e ha detto: ho perso, ma che davero è così? Già, è così, ha risposto l’altro, e bastava poco mi sa, quattro sfigati col fazzolettone sui monti: e qui invece abbiamo passato gli ultimi cinquant’anni ad ascoltare gente terrorizzata (invidiosa?) che i preservativi usi i preservativi allora hai scopato eh ma hai scopato e quanto hai scopato e con chi hai scopato e che hai fatto mentre scopavi e allora e il sesso e allora lo vedi che scopi dimmi come scopi e i principi non negoziabili eh ma i bambini E NESSUNO PENSA AI BAMBINI; e la bellezza delle cose si perde, è un momento, è un secondo.

E perciò, se due persone sono amore, io Tommaso son contento, osservo, indago, prendo esempio, imparo; lo Stato, la politica, credo dovrebbe interessarsi (e promuovere, persino) un loro impegno che sia pubblico, trasparente, tendenzialmente a tempo indeterminato: e trovo un po’ curioso che la sinistra (cosiddetta, sedicente) reclami l’inviolabilità e la perpetuità dei diritti sociali – le piazze contro l’abolizione dell’articolo 18 – salvo poi rivendicare la fluidità di quelli personali: sposàti con l’azienda, liberi tutti a casa, e si dicono pure femministi; mentre chi sta di merda poi per separazioni e divorzi saranno donne in attesa di alimenti, figli partiti de capoccia e uomini stipati nei residence: miserie sole.

Due persone, persone. Esseri umani: una definizione unisex, tipo le felpe verdi Fruit of the Loom del mercato del sabato. E le persone – lì è il bello, per me – crescono, cambiano, imparano, camminano, aspettano, lavorano. Scelgono e si scelgono. Io parto dalla testa: valori, principi, affinità elettive, visioni del mondo, parole che risuonano. E beccata questa roba, tutto il resto lo costruisco, sbaglio, formo, sformo; e tento, provo, aspetto, e limo. Lavoro su di me, nella realtà.

Anche qui, il più sentito ringraziamento alle campagne per il sì (all’abrogazione) del divorzio e per la famiglia indissolubile santa e martire e difendiamo i nostri figli; per fortuna che qualcuno m’ha spiegato, davanti a un cinema, che è stata sua madre a stare con suo padre anche nell’errore, anche nel brutto, anche nel cupo e nel sanguigno; perché sennò, in un momento, andava tutto all’aria. Ed è così, nella persona più che nei roboanti proclami di papi e preti, che m’è sembrato di capire in che senso il matrimonio è bello pensarlo solo nullo, semmai, più che annullabile o divorziabile: e nell’era in cui tutto scorre, in cui tutto vola, le persone ancora rimangono, e cambiano, e le cose si aggiustano. E ci si prende le responsabilità delle proprie scelte, anche da soli, soprattutto da soli: l’amore, ho letto su un libro, è fatto di libertà; la libertà rimane un atto di coraggio; da cui, l’amore è una presa di posizione.

La liquidità, insomma, va bene se crea uguaglianza; se è invece una truffa comoda ad uso prevalente di maschi bianchi eterosessuali emotivamente ed intellettualmente pigri la lascio ai ricchi, che possono giocare con la vita della gente, tanto al massimo cambiano cameriera. E le unioni civili secondo me sono quelle solide: e allora o ti sposi, capo, o passi. Prendi posizione.

E così, nel disegno di legge Cirinnà mi piacerebbe che cambiassimo la prima parte e lo trasformassimo in una legge per la modifica della Costituzione, che vada a modificare l’articolo 29 della Carta dove si legge che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Perché prendiamoci poco in giro, a Costituzione vigente secondo me il matrimonio egualitario è dura inserirlo, senza cambiare i termini. Coniugio, andrà benissimo: sponsale. O inventiamocela, la parola. E senza una modifica della Carta, comunque poi bisognerà andare in Corte Costituzionale a star dietro al primo giudice che, in coscienza, giustamente “non me la sento, la famiglia naturale, i figli, la sodomia, è incostituzionale”: e giù udienze su udienze, sentenze su sentenze, tutto bello, io me l’accollo pure di starci dietro – tranne il martedì sera, che ci ho la musica bella da ascoltare.

E’ una Gavotte, e loro sono i Naragonia, pazzeschi; ingredienti: matrimonio, figli e organetti.

Tutto il resto della legge, “i diritti delle coppie di fatto”, assistenza ospedaliera e benefit, per favore lo togliamo: per le vecchiette che condividono casa e si vanno a trovare in ospedale costruiamo uno strumento migliore, per le coppie che “ah sai, chissà, magari è una cosa seria, mo’ vediamo, è presto”: tutto bellissimo, liberi tutti e quindi niente doveri, e allora niente diritti; coppie, peraltro, tendenzialmente eterosessuali, perché i gay – siccome attualmente gli è impedito – credo si sposerebbero volentieri; oppure no, molti di loro vorranno rimanere sciolti, chi lo sa, dipende dalle persone. Quindi sì, bisognerà cambiare la Costituzione: e cambiamola. Abolire il Senato sì, estendere i diritti no?

A chi dice che mancano i voti, in Parlamento e nel paese, rispondo: troviamoli. E su questo credo, chiedo scusa, che la responsabilità principale stia sul movimento LGBT italiano, che è l’altro soggetto caricato a molla che si aggira per l’Italia a far danni: chiedo scusa, dicevo, perché so che chiedo chi non ha diritti di prendersi un peso ulteriore. Tuttavia, la lotta per i diritti è una lotta politica, è consenso, valutazione dei rapporti di forza concreti e reali. In Italia, come ha problemi il movimento femminista, mi sembra che l’abbia anche il movimento LGBT: indeciso fra intellettualismo decadente post-pasoliniano senza Pasolini; movimenti politici che ho sentito definire “sostanzialmente scopatòi” da chi aveva provato, nella più genuina buonafede, a frequentarli per dare una mano alla causa; e manifestazioni quali i Pride e i Gay Village, ormai carnacialesche e sempre più inadeguate a radunare consenso nella società italiana, utili solo a solleticare gli irrisolti di qualche etero convinto così di poter affrontare in maniera facile i problemi con la sua identità sessuale. Mi hanno detto : “Ma il Pride non è mica una manifestazione politica!”; beh, se non lo è secondo me è un problema.

Credo che poco o nulla in questa linea aiuti il cammino dei diritti: e mi ha detto chi se ne intende più di me, “non so se il movimento LGBT abbia dei problemi: di certo non abbiamo un piano. Basta vedere le locandine per gli eventi a sostegno delle manifestazioni per le unioni civili: sembrano quelle degli eventi al Mukkassassina, fatte solo un po’ meglio”.

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Per quello che so io, moltissime persone a cui piacciono altre persone dello stesso sesso sono terribilmente a disagio da questa da questa comunicazione e da questa politica. Bisogna costruire percorsi in altro modo, e sì che le risorse ci sarebbero pure. Noi eterosessuali disposti a dare una mano nei ritagli di tempo, movimenti dei genitori di figli gay, omosessuali cattolici organizzati – lasciati marcire in qualche comunità di base in qualche collina, marginalizzati sia dalla Chiesa che dai gay mainstream: veri martiri, loro. Sopratutto, a me aiuterebbe smetterla di sentir parlare dei diritti dei gay e iniziare a veder parlare di quelli delle persone.

Lo si fa? Non ancora abbastanza: a Soriano nel Cimino, sospetto, non l’hanno ancora capito. Nemmeno mia nonna, mi sa, l’ha capito: convinciamo mia nonna. O scopriamo che, magari, ha ragione lei, e abbiamo da lei qualcosa da imparare. Insomma: mettiamo su un’azione politica che chieda i diritti per tutti in una battaglia di lungo periodo, che punti a cambiare la società e, se capita, la sinistra. Intendiamoci, la strada delle conquiste progressive va bene, e quindi bellissime anche le unioni civili: basta non perdere la barra e fare come in Islanda, dove il governo della socialdemocratica lesbica Jóhanna Sigurdardóttir ha inserito il matrimonio per tutte e per tutti e ha contestualmente abolito le unioni civili, introdotte nel 1996 e cancellate, poi, nel 2011. Come a dire: unioni civili? E che sarebbero? Qui c’è il matrimonio: servitevi.

Anche perché, se si continua la battaglia in questo modo, in primo luogo temo che lasceremo spazio ad un sospetto, ad un margine: che abbiano ragione quelli che dicono che, fondamentalmente, il movimento LGBT è un movimento libertino, che alla fine ‘sti froci vogliono solo l’orgetta libera.  In secondo luogo, lasceremo che i figli delle coppie omosessuali in Italia crescano in una situazione piuttosto dolorosa, quando potrebbero essere invece forti nel rivendicare la propria, normale, solidità.

Già, i figli delle coppie omosessuali: bell’affare. Un affare che io ho sempre schivato, in attesa di capire quel che pensavo: i diritti dei bambini, pensavo, un padre e una madre, quale equilibrio, cosa fare. Prendevo tempo, essenzialmente: poco convinto, fra l’altro, dal lessico che sentivo utilizzare – di nuovo, e colpevolmente, dal movimento dei diritti.

La paternità, e la maternità, sospetto siano una gran ficata più che “un diritto”: cambiamo parole, per favore, perché ho paura che manometterle possa ferire, ad esempio, chi per avere figli deve rivolgersi alla tecnologia e credo senta di star vivendo un’ordalia, più che una battaglia di principi. E sì, credo abbia ragione da vendere chi dice che il mercato dell’utero in affitto è un problema reale, mondiale, da frenare: perché è mettere in vendita il corpo di una persona nella sua più profonda intimità e lucrarci sopra, una storia che rende la tratta delle bianche e lo sfruttamento della prostituzione un problema triviale.

Poi, ho capito che mi ponevo male la questione: perché le parole non esprimono il cervello.
Le parole lo formano.
Ho capito cosa erano per me i luoghi comuni che sentivo in giro.

Passare dalle parole alle persone è roba difficile, e c’è gente molto più brava di me che ha scritto roba splendida: incarnazione, mi pare che si chiami. Così, ho capito che rimanendo sulle parole, avrei risolto poco: le persone son meglio. E se l’adozione è un affido, ho pensato, a chi affiderei i miei figli futuri per tre ore, a chi farei fare il babysitter? Affiderei i pupi ad un babysitter gay? Perché se può tenere i miei per tre ore mentre sto in giro a chiacchierare dei (e sempre più spesso, con i) Giovani Turchi o controllare se Roma è ancora così bella, mi sa che nulla impedisce che possano poi tornare a casa dai loro, di bambocci. Altrimenti la cosa gira male, è incongruente.

Così, ho capito. E ho deciso.

Ho capito il senso del luogo comune che sento in giro: “Ci sono mucchi di etero che farebbero meglio a non adottare”. Ho ripensato a tutti gli eterosessuali che preferirei si astenessero dal toccare i miei figli e dunque, anche quelli degli altri; e ho pensato che c’è un tema adozioni gigante sulle nostre teste, che ancora non vediamo, e di cui dovremmo preoccuparci; e capire se in generale la coppia (o il singolo) che ottiene l’adozione… chi sono questi? Che fanno? Dove vanno? Saranno poi meritevoli? Saranno poi solidi?

E il mercato delle adozioni, e le tangenti per i bimbi ucraini strappati dagli orfanotrofi, e il doversi realizzare sulla pelle degli altri – magari anche indifesi; e ho pensato che magari dovremmo arruolare legioni di psicologi che stiano lì seduti a fare le pulci ai tizi che vogliono adottare, ché è vero che l’amore trova sempre la sua strada, però se possiamo dare una mano a levare qualche maceria facciamo un buon servizio.

E ho pensato ai miei amici omosessuali. E a una cosa che il mio, di papà, ha provato a ficcarmi in testa a più riprese – il ragazzo si applica, è che io sono di teak: l’ingrediente principale per mandare la palla in buca nella vita è il buonumore, e per quello che m’è parso di vedere, mi sa che il buonumore dei figli è il presupposto. Senza, mi sa vai al manicomio prima che arrivino alla prima elementare, te portano via legato con le mani dietro le spalle e la maschera da Hannibal, e, più allarmante ancora, temo che ci mandi i figli al manicomio senza buonumore.

Ed ecco, io a questo paio di amici gay che mi ritrovo, nella vita è capitato, in passato, che affidassi la tutela e la cura del mio buonumore. E lo rifarei. E lo rifarò.

Perciò, ho capito che mi stavo chiedendo in realtà se avrei fatto mai fare il babysitter ad uno dei miei amici, che hanno facce, cuori, mani, testa, pance, idee: e mi sono risposto di sì, certamente. E mi sono detto che a loro avevo già affidato ben di più. Per carità, bisogna sempre mettere in conto la possibilità di starsi sbagliando: perciò, se vedrete un signore con la barba che guarda fisso il vuoto cercando di riorganizzare idee appena scappate di mano, dopo che qualcuno lo avrà rimproverato perché si è affidato a caotici e malvagi demoni contronatura, ci faremo solo un’altra risata, bambini miei: è solo papà, che ha combinato un altro pasticcio.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".