Svegliarsi al mattino, a causa del gracchiare sconsiderato di uno stormo di pappagalli non mi era mai capitato, nemmeno in Sudamerica. È nella moderna Barcellona che si può vivere l’esperienza, soprattutto in quei quartieri dove l’invasione è così seria che è più facile vedere un pennuto verde che un normalissimo piccione.

La parola “invasione” rientra appieno nel vocabolario biologico per descrivere il fenomeno: l’ISPRA infatti definisce le specie invasive come “specie non indigene la cui introduzione e/o diffusione al di fuori dei loro range naturali passati o presenti rappresentano una minaccia per la biodiversità”. Tutto infatti si può dire, tranne che questi rumorosi uccelli siano originari del continente europeo. Provengono soprattutto dall’Argentina e dall’Uruguay (il più diffuso è infatti comunemente conosciuto come “cotorra argentina”) e la loro comparsa in Europa si deve a numerosi episodi di liberazione da parte di privati.

La cosa più o meno funziona così: la gente si compra un pappagallo per avere un po’ di compagnia (in una grande città, si sa, la gente si sente incredibilmente sola), poi stanca del loro continuo gracchiare o esasperata perché il pappagallo non riesce a ripetere nemmeno “ciao”, lo lascia alla metropoli e al suo destino, credendo che così tutti possano vivere felici. Se però il suddetto pappagallo riesce a metter su famiglia (in una grande città, si sa, gli incontri sono più probabili), può nascerne una discendenza, una colonia o perfino una dinastia. Infine se gli stessi pappagalli sono generalisti nella dieta, o facilmente adattabili a varie situazioni, (in una grande città, si sa, le opportunità sono maggiori) la diffusione risulta incontrollabile e l’espansione una mera questione di tempo.

Sono ormai sette le specie di pappagalli che si possono trovare in città, mentre alcune hanno oltrepassato il limite metropolitano e stanno colonizzando progressivamente la Catalogna e altre regioni del Mediterraneo. È ormai comune vedere le cotorre bisticciare con i piccioni per un pezzo di pane o volare in grandi stormi chiassosi, soprattutto al sorgere e al calar del sole. Durante il giorno preferiscono muoversi in coppia, con il partner che scelgono per tutta la vita, e così passano la giornata ciangottando allegramente.

Per assurdo pare quasi che si sforzino di imitarci, con la loro capacità di ripetere parole, muoversi in gruppo, e con il loro essere propense alla monogamia.

Noi europei, che ce le siamo portate nelle nostre città, non possiamo negare che stiamo intraprendendo un cammino inverso, inclini al ciangottare (nel senso stavolta di parlare a vanvera, cianciare) e riducendo le nostre conversazioni a brevi flash di centoquaranta caratteri, convulsi messaggi istantanei e tweet.

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Anna Ambrosi ne dice: Alberto Boscaini come albero in un bosco. Innamorato della Pacha Mama al punto da dedicarle la vita e gli studi. Investigatore di pietre, mai soddisfatto dalle superficiali apparenze. Armato di martello e pazienza, rompe tutto per ricostruire il passato di tutti. Riempitosi gli occhi di forme più o meno attuali, rielabora ogni bellezza in parole raffinate e immagini adeguate. Per dissimulare la sua professionale serietà festeggia e si gode appassionatamente il cielo invernale di BCN. Scrive "Olocene".