Cosa lega i migranti che resistono sugli scogli, le sberle che ho preso per dare tempo ad una ragazza di fare una telefonata, e chi dice che il Pontefice è “l’unico di sinistra nel mondo?”

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Lungotevere, sera. Torno verso casa, in macchina, scendo in un sottopassaggio. Sulla ringhiera dell’uscita del tunnel una ragazza piange seduta sul marciapiede, ha i jeans rotti all’altezza del ginocchio. Un’altra ragazza la rincorre uscendo da una macchina poco distante.

Mi fermo, per capire cosa stia succedendo e se c’è bisogno d’aiuto. La ragazza non sta evidentemente bene, non vuole rientrare in macchina, vede che mi sono fermato, si divincola dalla presa dell’altra, mi carica. Inizia a farmi domande: chi sei, che vuoi. Non rispondo. Continua a farmi domande, rispondo il minimo indispensabile, rimango fermo. Cerco di dare tempo all’altra ragazza di chiamare chi deve, di fare le sue telefonate. La ragazza mi è addosso e continua ad urlare: rispondo il minimo indispensabile, prendo tempo. A un certo punto, inizia a prendermi a sberle.

Schivo. Paro. Incasso. Ogni tanto si ferma, poi riprende. Intanto l’altra continua a telefonare. Schivo ancora. Paro, blocco qualche sventola. Come ti chiami, mi chiede? Rispondo. Chiedo il suo nome: mi risponde, Martina (e il nome vero, certo, è un altro). A ondate, si ferma e ricomincia a menar sberle. A un certo punto, fa un passo verso il traffico, all’indietro.

Capisco che la posizione che teniamo è sbagliata. Lentamente le giro intorno per spingerla verso il marciapiede e farcela salire, voglio evitare che il rischio aumenti, intanto continuo a prender pizze, paro, scanso, piglio. A volte, sembra voler fare di peggio.

Lentamente, la situazione va in stallo. Non ha cattiveria, sento che si calma, si siede. Arriva l’altra ragazza, che dice di essere una parente, le offre una sigaretta, io ho l’accendino; poi mi allontano, lascio spazio. Dopo poco, Martina si avvicina: “Scusami, ti chiedo umilmente scusa, ti auguro ogni bene. Io non sto bene, sono costretta a stare in una comunità qua vicino. Grazie”. Guardo la parente, aspetto di vedere che entrino in macchina; poi, vado via.

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“Bastardi! Che fate! E’ un bambino, ha tredici anni, maledetti!”: la voce dal telefono è energica, combattiva, si sente nel sottofondo il rumore del mare, il mar Ligure. Il presidio NoBorder di Ventimiglia sta venendo sgombrato dalle forze dell’ordine, e nel mio lavoro, capita anche che un amico, un compagno, ti contatti alle otto del mattino per dirti che sta succedendo quel che trovi sulla prima pagina di Repubblica, e che ha dei numeri di telefono da darti. “Che fate? Che fate?!”: le parole dell’attivista dall’altra parte della cornetta si interrompono quando, sugli scogli, la polizia fa un passo avanti: “Siamo accerchiati”, mi dice.

La chat degli attivisti di Ventimiglia frulla tutto il giorno, turbina, tanto che è necessario mettere il silenzioso per continuare a lavorare, intanto fluiscono foto, notizie, informazioni, e a un certo punto risalta un messaggio, inviato in maiuscolo completo: “Sta arrivando il Vescovo!”.

Già. Antonio Suetta è un vescovo relativamente giovane, regge la Diocesi di Ventimiglia: grazie alla sua intercessione i migranti riusciranno ad abbandonare gli scogli e la situazione si sbloccherà. Me l’aveva già detto l’attivista: “Ieri abbiamo sentito il vescovo, con cui in questi mesi abbiamo costruito un rapporto; aveva ricevuto rassicurazioni, sul fatto che non ci sarebbe stato uno sgombero. Evidentemente hanno raggirato anche lui”.

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Ero a Montecitorio, per la prima volta in Transatlantico, e l’hanno ridetto. Era estate quando ho iniziato a sentire questa frase; ero a Tor Fiscale, dove seguivo l’evento di presentazione di un movimento che, sfortunatamente, non è riuscito nella sua prima iniziativa politica nazionale. Poi l’ho risentita alla televisione, da un sindacalista che non si capisce cosa voglia fare, e la ripetono, spaventati, gli esponenti della destra americana, invece di preoccuparsi del proprio rapporto con le armi da fuoco: le stesse, acquistabili in farmacia insieme alle aspirine, che mentre qui dormivamo hanno permesso all’ennesimo fanatico di ammazzare dieci poveracci in un’università. Ancora, una delle persone con cui mi capita di interfacciarmi per lavoro l’ha detta, pure. Oggi, l’hanno ripetuta davanti ai miei occhi due deputati del principale partito di governo: “Non so se Papa Francesco sia il leader di un partito, di sicuro è il leader della sinistra”.

Nei miei non ancora molti anni di attività di spaccatastiere, confesso di non aver mai messo piede, occupandomi di…

Posted by Tommaso Caldarelli on Giovedì 1 ottobre 2015

Ecco. “L’unico di sinistra è Papa Francesco, il leader della sinistra è Papa Francesco, l’unico che dice cose di sinistra è Papa Francesco”: ed è questa la frase, che mi ruota in testa da molti giorni, che collega tutte e tre le storie. Una ragazza che deve sostenere un peso per lei non solo insopportabile, ma ingiusto, chiamata a gestire una parente in difficoltà di cui a farsi carico dovrebbe essere la comunità intera, e che invece rimane parcheggiata in una struttura di recupero, affidata probabilmente ad operatori che lavorano spinti solo dalla loro vocazione e dalla pratica ormai radicata nello schivare problemi, risolvere matasse, districare burocrazie; e storie migranti spiaggiate sugli scogli al sole della Liguria, circondate dalla polizia in antisommossa, difese da chi, sui giornali del giorno dopo, sarà consueta carne da macello e una situazione sbloccata da un Vescovo, invece che dalle autorità competenti; e ancora, palazzi del potere, prospettive, pensieri.

C’è un’orda di dimenticati nelle nostre città, in quest’era di silenzi ciclici, di domande lasciate appese, di spazi larghi in cui si sta stretti e in cui tutto cambia; di mondi nuovi, di viaggi, di migrazioni, di sfide: per tutti, prima di tutto interiori. Un’era in cui le storie che raccontiamo sembrano ricalcare la Storia, quella con la maiuscola; e nello studio dove scrivo, davanti al computer del ragazzo coi capelli bianchi che si prenderà metà della mia laurea in Legge per tutte le ore che ha passato ad ascoltarmi, il parallelo mi sembra reggere. “E’ come con le invasioni barbariche”, mi ha detto nonno: “Il Tardo Impero dentro i confini; le migrazioni oltre il muro; e la Chiesa come supplente delle istituzioni civili, a sostenere il mondo”.

“Dobbiamo anche considerare una cosa, Tommà”, mi ha poi detto un ragazzo di canzoni, un poeta viaggiatore, un uomo senza compromessi: “Non era mai successo nella storia che un sistema economico singolo vincesse in maniera così roboante da tutte le parti del mondo. Tutte le alternative si stanno ancora riprendendo dalla botta, dalla sconfitta. Siamo così, siamo qui”. E’ un’epoca diversa, senza criteri di lettura che abbiano retto alla pressione degli anni e degli avvenimenti; una crisi d’epoca, per dirla con chi ne parla oggi sui giornali.

Quel che vedo intorno mi colpisce, mi allarma. Mi coinvolge da cittadino, mi fa riflettere da cattolico, mi interroga da socialista. Ogni volta che sento, da una persona di sinistra – che di media lo dice sorridendo – “ormai solo il Papa è di sinistra”, mi viene da pensare che si sia persa completamente la bussola; e che, sopratutto, la sinistra nel mondo abbia alzato la bandiera bianca, mettendosi comoda ad applaudire un pontefice che a) non è di sinistra, perché è il Papa, ed è un’altra cosa; b) fa semplicemente il suo lavoro, e quel che ci piace in ciò che dice è solo la dottrina sociale della Chiesa, che è lì in effetti da un po’ di anni; c) non ha cambiato una parola della dottrina e del Catechismo della Chiesa Cattolica, di cui è naturale garante, e certamente uno straordinario ed efficace comunicatore. Basta, questo?

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Intendiamoci, credo che Papa Francesco sia un bel regalo per il mondo, che come tale è fra noi perché è stato meritato, preparato, voluto, costruito dai tanti che hanno lavorato e pensato, spesso nel silenzio se non nel discredito, e senza alleati, per una Chiesa diversa e viva; e credo che sia un tornante irreversibile nella storia della Chiesa Cattolica: appunto, della Chiesa Cattolica. Sinceramente, non ho capito quando sia diventato un punto di snodo della storia della sinistra mondiale, visto che è un uomo che interpreta con semplicità ed efficacia quella che è la sua vocazione: il prete. Il prete, il sacerdote, nella Chiesa ha un lavoro preciso: l’evangelizzazione. Tutto ciò che fa il Papa, tutto ciò che fa un sacerdote, per statuto, è volto all’evangelizzazione e all’annuncio della Parola; alla guida dei Cristiani che già ci sono, con l’obiettivo, possibilmente, di tirarne fuori qualcun altro. E perciò mi piacerebbe che tutti quelli che dicono “il Papa ormai è l’unico di sinistra”, se si sentono così in sintonia con un Pontefice, traessero le debite conclusioni e si cercassero una qualche messa da (ri)frequentare: ce ne sono di ottime, possiamo provare a dare qualche indicazione.

Il punto è un altro, credo. E’ la supplenza delle idee e delle pratiche quella che colpisce, la resa dei progressisti da salotto e l’inconcludenza di quelli da piazza, e il silenzio delle voci e delle idee. Frasi del genere emergono perché manca il coraggio del pensiero, mancano la filosofia e l’elaborazione, manca lo sguardo largo del progressismo che, temo, ormai riesce ad occuparsi e ad elaborare solo soluzioni tampone e solo su singoli pezzi della realtà, senza avere la percezione dell’insieme.

Credo che il capitalismo abbia vinto, credo che il socialismo e la democrazia sociale per come le conoscevamo siano finite, credo che queste siano banalità; credo che la Chiesa debba fare il suo cammino, e credo che papificare tutto, solo perché il Papa ci sta simpatico sia un errore, e sia sopratutto una clericalata. A dirlo, peraltro, non è chi scrive queste parole nei ritagli di tempo, ma il diretto interessato.

Il clericalismo è come il tango, lo si balla sempre in due. Non esistono laici clericali o clericalizzati che non abbiano l’appoggio di qualche prete e non c’è un prete clericale che non abbia qualche laico che muore dalla voglia di fare il prete!

Papa Francesco

Morire dalla voglia di incensare Papa Francesco pone un problema grosso: il problema del Re. Quale monarca assoluto di una teocrazia, il Romano Pontefice non incontra altro limite nel suo potere che quello della sua personale sensibilità e della forza con cui interpreta il suo mandato; e tento di coltivare ogni volta che è possibile una sorta di irritazione istintiva per ogni potere illimitato e incontrollato. E poi, anche questo Papa passerà, e ho paura di arrivare a sentire, da chi si professa persino ateo, “eh, Papa Francesco, lui sì che era bravo”. Vi prego, dai.

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Dico: se Papa Francesco è l’uomo più di sinistra del mondo, allora la sinistra del mondo ha un problema gigantesco, ed è rimasta persa nell’equilibrio inconcludente fra intellettualismo da salotto e velleità anarcoidi; ed è arrivato, è tornato, il tempo della filosofia e del pensiero, di darci da fare e di tirare la palla un po’ più in là:  nell’arte, nella cultura, nella politica, nell’analisi del quadro più ampio possibile. Perché davvero, ricordiamoci che le tre quattro cose che ci piacciono di Papa Francesco sono cose che la Chiesa ha scritto – formalizzato e sistematizzato, intendo – per ultima nella storia dell’umanità, che ha imparato dal movimento laico, dai liberali e dai socialisti; e su cui, mi azzardo a dire, avrebbe volentieri preferito sorvolare.

Anche per questo l’innamoramento tutto terreno – e per questo, fuori luogo – verso Papa Francesco, mi spinge a dire che siamo ad un nuovo e potenzialmente entusiasmante punto di partenza: perché se i laici, se la sinistra, si mettono ad osservare compiaciuti quel che dice il Papa, significa che quel che dice il Papa va bene. E la macchina si ferma, e nessuno impara più niente, e il confronto muore, e la Storia si arena. E invece, che la cultura sociale laica, l’elaborazione socialista si rimettano in moto, serve anche alla Chiesa.

E serve ai migranti di Ventimiglia, perché non debbano più aspettare un vescovo che medi con la polizia; pensiamo all’immagine plastica: un vescovo fra la polizia in antisommossa e i migranti sugli scogli. Sarebbe un buon Pelizza da Volpedo, no? Capiamo dove stiamo finendo? Abbiamo di che spiegare ai sessanta milioni di persone che sono in migrazione nel mondo, che non abbiamo più le basi teoriche e intellettuali per costruire un mondo, o almeno un continente, dove accoglierli?

E serve a Martina che mi ha riempito di sberle, lasciata sola in una comunità di recupero, e sopratutto alla sua parente disperata nella notte romana, ridotta a pregare per un miracolo urbano e ricevendo solo un improbabile avventore su una inadeguata Y10: mi spiace cara, i celestiali con gli occhi azzurri erano probabilmente finiti.

C’era un tempo, però, in cui quelli che avevano tagliato la testa ai Re si presero sulle spalle il destino del mondo. Possiamo anche ammettere che dal 1700 ad oggi si siano fatti alcuni, e qualificanti, errori di prospettiva e d’azione; mi sembra un po’ presto, però, per chiudere baracca e restituire il mondo in mano agli uomini di buona volontà e alle loro imperfezioni mutevoli. Alla Provvidenza ci si può affidare, chiedendo qualche grazia e sperando forte: elevarla a sistema, oltre ad essere un filo superbo, è un modello di gestione delle rogne abbastanza inefficiente.

Possiamo fare, qualcosa di migliore.

Tutte le immagini: Flickr / Creative Commons

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".