Che gli esponenti della Lega ci abbiano abituato a delle meravigliose figuracce è un dato di fatto. Fin dai tempi dei comizi, de La Lega ce l’ha duro! e delle uscite del primo cittadino-sceriffo di Treviso Giancarlo Gentilini, il Carroccio ha sempre avuto occasione per dimostrarci di che pasta sono fatti davvero i suoi rappresentanti. Occasioni che, con la diffusione dei social, sono aumentate a dismisura.

Elencare tutti gli status e tutti i tweet vergognosi affidati al web dai leghisti sarebbe cosa impossibile. Ma basterà citarne qualcuno, se mai ce ne fosse bisogno, per capire o ricordare il mood che li governa.

Come dimenticare, quindi, le parole del leghista Francesco Vartolo, consigliere a Verona (poi espulso) alla morte di Mandela? “Finalmente il terrorista Mandela, belva assetata di sangue bianco trasformato in eroe dalla propaganda mondialista, si troverà di fronte a tutta la gente che ha fatto ammazzare. Con le bombe nelle chiese o con i copertoni incendiati intorno al collo”.

O l’europarlamentare Claudio Morganti che commenta così sul suo profilo Facebook la morte di una cittadina cinese a Prato: “Nuovo omicidio nella Chinatown pratese. Strangolata una cittadina cinese. Visto che i controlli non hanno prodotto i risultati sperati e la comunità cinese è aumentata del 50% negli ultimi cinque anni, l’unica speranza per una diminuzione dei cinesi a Prato è che si ammazzino tra di loro”.

E ancora, la padovana Dolores Valandro, che commentando una notizia riguardante Cecile Keyenge (tratta dall’autorevole sito tuttiicriminidegliimmigrati.com) scrive: “Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato?????? Vergogna!” (ovviamente – ci tengo a sottolinearlo –  l’abuso di punti di domanda è suo). Per finire con l’incredibile Massimo Polledri che, accusato via Twitter dal democratico Pierangelo Ferrari di essere omofobo, fraintende il termine e lo scambia per un sinonimo di omosessuale e urla al collega, in aula a Montecitorio che non si deve permettere, che lui non è certo malato. (http://www.repubblica.it/politica/2011/10/20/news/twitter_omofobo-23588776/)

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La cosa che più colpisce, dello status leghista, è l’assoluto populismo. Delle vere e proprie frasi da bar. Fateci caso: prendete i primi tre esempi citati sopra, metteteli in bocca a un leghista semisbronzo di un piccolo paese di provincia che li urla ad alta voce, gesticolando e sputacchiando, all’interno di un bar, mentre attorno a lui altra gente semisbronza con i bicchierini di rosso in mano commenta a favore o meno. Lì, per certi versi, questi discorsi avrebbero anche una loro logica, starebbero alla pari di certe lunghissime e violente discussioni calcistiche da osteria.

Il problema è che questi post saltano fuori su pagine e profili ufficiali. Padroni del nostro social, penseranno i leghisti. A casa mia posso dire quello che voglio. Che è esattamente l’evoluzione 2.o della chiacchiera da bar; chiacchiera da bar che, tra l’altro, sta all’origine del leghismo: una volta abbassato il livello tanto da far credere a chi sta intorno che cazzate senza fonte siano vere (“le bombe nelle chiese” e i “copertoni incendiati intorno al collo” di Mandela, tanto per dire), tutto diventa automaticamente lecito purché colpisca alla pancia e agli istinti più bassi di chi ascolta. In questo senso, il Movimento 5 Stelle ha parecchie analogie con il leghismo (e infatti, in una immaginaria classifica di tweet e status raccapriccianti, leghisti e grillini se la giocherebbero fino all’ultimo).

Restando in casa del Carroccio, colpisce la figura di Matteo Salvini, emblema massimo del tweet e dello status astioso. Con una frequenza quasi giornaliera, il segretario della Lega dice la sua sui sinistri, sull’Europa, sulle politiche degli altri, sbagliate, sull’immigrazione. Salvini non dà mai l’idea di essere veramente incazzato per qualcosa, di avere qualcosa che gli sta a cuore sul serio; piuttosto, funziona spesso il meccanismo contrario: ogni cosa diventa spunto per attaccare i sinistri, l’Europa, le politiche degli altri, sbagliate, sull’immigrazione. Con il fastidio che gli è proprio e che non esplode mai in qualcosa di serio (un fastidio che, come ha detto un mio amico, trovando un’immagine che mi pare perfetta, è simile a quello di un vecchio che riceve tre euro di resto tutto in monete da uno e due centesimi), Salvini usa tutte le tecniche leghiste, che in larga parte coincidono con la chiacchiera da bar: prendere una situazione, ingigantirla, e dire che è cosa comune; usare spesso la parola vergogna; in caso di sbugiardamento, commentare con un altro fatto o con un’altra situazione che non c’entra con il primo, ma che possa permettere di avere qualcosa da ingigantire e da definire cosa comune, e quindi usare, di nuovo, la parola vergogna.

In questo senso, il reportage fotografico dal centro d’accoglienza di Mineo, in Sicilia, è spettacolare: Salvini posta la foto di due ragazzi (su 4000 ospitati dal centro) colpevoli di avere cuffie e un iPod e commenta: “Cuffie, ipod e telefonini ultimo modello. Ai ‘poveri immigrati’, che sono liberi di uscire dal centro dalle 8 alle 20, non manca niente”. E vedendo altalene e scivoli all’interno del centro, commenta: “Se penso a come sono ridotti alcuni giardini pubblici a Milano, mi incazzo”.

Insomma, prima gli italiani, sempre: anche per cuffie, iPod, telefonini e altalene.

L’assoluta certezza di essere nel giusto e di poter dire quello che si vuole perché in un territorio che è proprio (il padroni del nostro social a cui si accennava prima) collide spesso con la realtà: Salvini viene spesso sbeffeggiato, insultato, sbugiardato. Molte volte in maniera talmente precisa e creativa che viene da chiedersi come abbia il coraggio di postare qualcos’altro dopo poche ore. E la stessa cosa succede anche agli altri leghisti presenti sul web: le loro uscite alla cazzo vengono riprese, diventano virali, derise e diffuse. E qualche volta, gli esponenti devono anche essere cacciati.

E quindi: è solo scarsa consapevolezza di come si usa un social? È pura e semplice arroganza? O una tecnica precisa e meditata che vede nell’abbassare il livello del dialogo, nel far entrare frasi e discorsi razzisti, qualcosa che vale la pena fare, pur sacrificando qualcuna delle pedine meno importanti per mantenere (almeno) una facciata rispettabile?

Nel bar immaginario dei social, Salvini e i leghisti continueranno a urlare, gesticolare e sputacchiare. E forse, quelli che ascoltano annuendo soddisfatti (e che non hanno più un bicchiere di rosso in mano, ma stanno dietro a una tastiera), che trovano abbastanza buone due righe grezze e semplicistiche e sono pronti a diffonderle con un commentino di circostanza (il “Vergogna!” non passa mai di moda), sono molti di più di quelli che immaginiamo.

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Francesco Sabaini ne dice: Max fa il giornalista e, forse meglio, lo scrittore. Parallelamente svolge la professione di Grande Censore della Canoscenza sui social netuorcs, specialmente quando si lancia nei suoi strali di una lunghezza cosmica, che ti viene voglia di tagliarti la gola da solo prima della metà. Poi, quando ci bevi le birrette a Veronetta, mescola divinamente la succitata onniscenza con la classica attitudine veronese da bar. E tutto finisce al posto giusto. Uno che adora i Massimo Volume allo stesso modo dei Pantera, per dire. Scrive "Tumbleweed".