Con l’inverno ormai alle porte tutti ma proprio tutti devono fare i conti con il freddo stagionale e i pomeriggi bui che questi mesi ci portano.

Con braghe lunghe e felpe comode ci si appresta non solo ad abbracciare divani caldi e tisane bollenti, ma anche ad adattarsi alle temperature gelide pur non rinunciando all’attività fisica preferita. Molti sport si trasferiscono indoor come il tennis o l’atletica, altri spuntano fuori, come funghi di sottobosco e svelano una galassia rimasta in letargo estivo e che si risveglia col primo fiocco di neve autunnale.

La galassia degli sport invernali è complessa almeno quanto quella in cui ci troviamo: se esiste lo sci nordico (in cui si spinge) e quello alpino (in cui si scende), esiste anche il biathlon (sparo e spingo) e la combinata nordica (salto e spingo). Se esiste il pattinaggio di velocità (qui non serve che vi spieghi cosa si fa) esiste anche quello di figura (quello con la musica, per intenderci) e lo short track (pattino più veloce che posso e mi schianto contro gli altri, molto divertente) ma non esiste il pattinaggio di velocità figurato e nemmeno il biathlon in cui sparo e pattino. Esistono tuttavia gli sport di budello (sì, così si chiama la pista di slittino &co.) in cui si spinge si pattina e si scende, giusto per non farsi mancar nulla.

Essendo una galassia praticamente parallela a quella estiva ovviamente esiste anche un evento che ne racchiude l’essenza, facendo rispettare quei valori e principi che sovrastano tutte le attività sportive e che le accolgono nell’universo dello sport: le Olimpiadi Invernali.

Nel 2014 come ricorderete ci sono state le ultime Olimpiadi della neve e del ghiaccio tenute nella russa Sochi, “classicissima” cittadina invernale sulle coste del mar nero. Le prossime verrano disputate nel 2018 a PyeongChang in Sud Corea dove si terranno le prime olimpiadi sulla terra asiatica (ci sono state già edizioni in Giappone). I coreani si sono presi questa elezione con caparbietà, diciamo, dopo essere stati sconfitti sia per ospitare quelle del 2010 che quelle del 2014. Una sfida, quella del bidding process per il 2018, particolarmente povera di pathos essendosi presentate solo in tre città alla votazione finale tenutasi in occasione della 123esima riunione del CIO (comitato olimpico internazionale) a Durban nel luglio 2011. Sì, perché ovviamente la rincorsa per ospitare le olimpiadi parte da parecchi anni prima ma man mano che si avvicina il termine ultimo di consegna della domanda ufficiale al CIO le città si scremano, fanno dietrofront e si ritirano. Questo perché ci vogliono parecchi fattori in proprio favore per poter permettere che tutto si realizzi, innanzitutto il consenso dei cittadini cosa per niente banale (soprattutto nelle nazioni molto democratiche), poi servono milioni, miliardi di dollari solo per pensare di poterla ospitare, servono sponsor, proiezioni economiche sulla resa, studi sul riutilizzo o smantellamento delle strutture, studi sull’impatto sulle infrastrutture, sulla sicurezza, sull’impatto ambientale, bisogna stare inoltre attenti alla rotazione continentale per far sì che i giochi non si disputino consecutivamente nello stesso continente, perché non solo tutto deve essere possibile ma anche perfettamente coerente ai valori olimpici in cui è facile fare scivoloni. Tutto questo quindi rende questa corsa tendenzialmente impossibile andando poi a premiare principalmente le realtà con quel supporto economico necessario a far tutto ma magari che peccano di quella magia, di quella bellezza che tanto hanno contraddistinto le edizioni passate.

Questi fattori però, soprattutto ora in momento di crisi o post-crisi, hanno influito nell’ultimo decennio nella brusca frenata alla volontà delle città di tutto il mondo di avere l’onore di ospitare un’edizione dei Giochi. Ritornando al bidding process, nel 1998 anno di elezione di Torino per le olimpiadi del 2006 le città in lizza erano ben sei: oltre Torino stessa anche la svizzera Sion eliminata al ballottaggio finale, Helsinki, l’austriaca Klagenfurt, la slovacca Poprad-Tatry e la polacca Zakopane. Per quelle del 2010 erano addirittura in otto da cui ne uscì vincitrice Vancouver e per quelle del 2014, elezione tenutasi nel 2007, insieme a Sochi c’erano altre 6 città contendenti. Poi si sa la crisi economica ha raggiunto tutti e il crollo improvviso si è prima visto con le Olimpiadi del 2018 ma soprattutto con quelle del 2022.

 

La corsa per le Olimpiadi del 2022 si è conclusa da poco, il 31 luglio 2015 a Kuala Lumpur ma il risultato di per sé era più che scontato (dai, non googlate il risultato, ve lo sto per dire io tra poco), è stato tutto il percorso il vero paradosso: c’è da dire prima di tutto che la regola non detta del bidding process riguarda appunto la rotazione olimpica, quella che si presume non permise a Madrid di ospitare le Olimpiadi nel 2016 perché già tenutesi in Europa nel 2012. Ora, partendo da questo presupposto, essendo quelle del 2018 ospitate in Corea, quelle del 2022 dovrebbero essere state ovunque tranne che in Asia. Detto ciò possiamo parlare delle città candidate che a novembre 2013 erano ben sei: Stoccolma, Oslo, l’ucraina Lviv, Cracovia, la kazaka Almaty e Pechino mentre Monaco di Baviera dopo due insuccessi consecutivi ha deciso di non ricandidarsi dopo un disastroso referendum in cui i cittadini praticamente si erano inginocchiati a pregare l’amministrazione di lasciar perdere, per la dignità teutonica rimasta.

Bene, secondo sempre la famosa regola della rotazione, ed essendo i continenti presenti nella gara solo Asia ed Europa ed essendo quello asiatico già suolo olimpico della precedente edizione la lotta si presumeva si dovesse svolgere tra le cittadine europee con il dittico Stoccolma-Oslo in pole position, mi seguite? Ecco qui inizia il reality show ad autoeliminazione: subito a gennaio 2014 Stoccolma decide di ritirarsi per mancanza di sostegno politico, il 24 maggio si ritira Cracovia dopo non aver superato il referendum locale che ha avuto esito negativo, il 30 giugno è la volta di Lviv che in quel momento attraversava momenti di tensione all’interno del paese e sicuramente non rappresentava uno stato pacifico in quel periodo. Ma la mazzata finale avviene l’1 ottobre 2014 quando Oslo, ultima città europea (e quindi praticamente con la certezza della vittoria) si ritira dopo un referendum drammatico che evidenziava un’oscillazione dal 24 al 37% di consensi quando il minimo fissato dal comitato organizzatore norvegese era del 60%. Ora, se fossimo stati in Italia, gli organizzatori avrebbero fatto due conti e inscenato un blackout nel conteggio o immesso nelle urne schede favorevoli a manetta ma purtroppo (o per fortuna) si tratta di Norvegia, che rispetta il parere del popolo e nonostante la fatidica frase del CIO “guardate che è un’occasione sprecata eh” non ci pensa per niente a a ritornare sui propri passi e, tenendo fede alle promesse ai suoi cittadini, ritira immediatamente la candidatura. Ironia della sorte, rimangono così in corsa le due città che neanche avessimo avuto una profezia della Pizia ci avremmo scommesso qualcosa, neanche se gli dèi olimpici fossero scesi in terra e ci avessero sussurrato durante i nostri sonni i nomi delle città candidate, neanche se fosse stata rasa al suolo o inondata tipo Atlantide avremmo creduto che poi, alla fine dei conti le uniche due città ancora in lizza sarebbero state Almaty e Pechino. Tra l’altro due città con proprio la stessa caratura eh, stesso prestigio stesse risorse finanziarie, sìsì…

Che poi voi vi chiederete da dove cavolo salti fuori Almaty, semi sconosciuta cittadina del Kazakistan meridionale da un milione e mezzo di abitanti, e invece vi posso assicurare che con gli sport invernali c’azzecca molto più di Pechino con le sue 20milioni di anime. Oltre ad aver ospitato i giochi asiatici invernali nel 2011 e le universiadi invernali nel 2017, Almaty è sempre presente come meta per i vari campionati mondiali soprattutto per quanto riguarda salto con gli sci e combinata nordica, mettendo pure a disposizione il poligono per qualche gare di biathlon. Insomma comunque una meta abbastanza conosciuta per gli addetti ai lavori, quindi non proprio un’outsider. Nella votazione però si tengono conto di molti fattori e alla fine, non senza suspance la vittoria finale è andata a Pechino per 44voti a 40 e quindi sarà lei ad ospitare i ventiquattresimi Giochi Olimpici invernali suscitando una marea di critiche e controversie. Già il movimento tibetano aveva prenotato un hotel a Kuala Lumpur per protestare la vittoria pechinese prima ancora che fosse stata annunciata, giusto per non farsi mancar niente. Ci sono poi parecchie perplessità da parte dei giornalisti come dichiarano Reporter senza frontiere che piazzano la Cina come 176esimo paese su 180 nella classifica sulla libertà di stampa. Staremo poi a vedere per quanto riguarda il più variabile dei fattori: quello climatico. Oltre all’inquinamento atmosferico presente a Pechino città ci sono molti dubbi sulla quantità e qualità della neve disponibile in quel periodo, cioè zero. La neve infatti verrà trasportata da altri siti più “prolifici” e prodotta artificialmente in loco per poter permettere a quel centinaio di atleti di scendere dai famosi pendii cinesi. Vedremo cosa si inventeranno.

Un tempo i Giochi Invernali andavano dove c’era la neve, ora è la neve che va dove si tengono i Giochi.

Buon inverno guys!
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Francesco Bonato ne dice: l’anagrafe dice che è il più giovane della truppa, la truppa dice che l’anagrafe non conta. Di nome Enrico, poi il cognome è tutto un programma: “once a Pigozzi, always a Pigozzi” e se non sapete cosa intendo vi do un indizio, si misura in decibel. Scout, pallavolista, scienziato sociale, passa il tempo con musica e serie tv, ma il suo vero amore sono le grandi manifestazioni sportive. Esperto di strambe curiosità di contorno di cui nessuno pare occuparsi, ti racconta che la lanciatrice di stone canadese, quando non compete per una medaglia a curling, fa la bidella in una scuola di Montréal, Québec. Bevendo un aperitivo analcolico e sfogliando la gazzetta, rigorosamente partendo dalla fine, si sofferma sulla pagina del tennis e inizia il viaggio: finale di Wimbledon, prato verde, fragole con la panna. Scrive "Corsia Centrale"