C’è una storia, che mio padre raccontava sempre ed ha segnato tutta la mia infanzia, in cui ancora oggi mi è difficile separare la realtà dalla fantasia, anche se separare la realtà dalla fantasia non mi interessa,

“In genere chi racconta una storia la racconta senza fronzoli, il che è meno complicato ma anche meno interessante”

Big Fish, Tim Burton

la storia è quella di una serata qualsiasi di un giorno qualsiasi di un luglio d’inizio anni ’80, una caldissima notte sul lago di Garda, la notte dell’11 luglio 1982. Mio padre alloggiava con mio nonno al “Piccolo Hotel” di Brenzone, una piccola località della costa est del lago, vicina ad un centro di cura dove mio nonno seguiva una terapia estiva.

Quella sera era la sera di Italia-Germania, la sera della corsa di Tardelli e la sera di quando l’Italia vinse il suo terzo mondiale; chiunque abbia della dimestichezza con il Lago di Garda saprà che passarci del tempo in estate equivale a stare in Germania. Quella notte, in quel luglio, non era diverso.

Da quel che mi racconta mio padre gli unici italiani presenti erano loro due e i tre gestori dell’hotel, seduti in riva al lago a guardare la partita in mezzo a tantissimi tedeschi sicuri di vincere, sicuri di vincere come al solito.

Tutto il pomeriggio, mio nonno, con l’intensità e la lentezza dei racconti degli anziani, aveva raccontato aneddoti di guerra a mio padre: la resistenza in campagna per depistare i tedeschi, il lavoro in Germania, la violenza. Tutti fatti che avevano più senso per lui che per mio padre, che per tutto il giorno era però stato accerchiato da tedeschi dalle guance rosse che esplodevano in risate cariche di birra e suoni incomprensibili, e da mio nonno che guardava in cagnesco ogni bambino biondo additandolo a Satana.

Era montato dell’odio, mi raccontano, scaturito dal nulla, dal caldo e dalla piccola comunità spiaggia-hotel che si era creata ed era costretta a convivere per delle giornate di meritate ferie.

La partita era accompagnata da fiumi di birra e sghignazzi tedeschi ad ogni errore italiano, da cori bavaresi e mani tra i capelli che mettevano in mostra aloni sotto le ascelle di camicie sbottonate e pance arrossate dal sole.

Al terzo gol dell’Italia mio nonno non esultò, si accese la sigaretta, abbozzando un piccolo sorriso, come un condottiero che dall’alto di una collina osserva il campo di una battaglia appena vinta.

“Sembrava che quella sera il nonno avesse chiuso il conto con i tedeschi, e fosse potuto tornare a volergli del bene.”

Gli animi si scaldarono tra i gestori dell’hotel e un gruppo di giovani tedeschi, mio padre e mio nonno si allontanarono a passeggiare tra i clacson festosi della strada, per cercare della tranquillità, e quando tornarono videro le luci blu dell’ambulanza e ascoltarono i racconti di bottiglie rotte in testa e tavoli rovesciati.

Questo racconto ha fondato le radici del mio odio per la Germania, anche se rileggendolo e raccontandolo non trovo nessun motivo serio: l’odio per la Germania è mitico e atavico, e si situa più o meno a metà tra il mio desiderio di esserci stato quella sera, i racconti di guerra di mio nonno e la filosofia hegeliana.

In me e in tutti voi, lo so, ogni Italia-Germania ha reincarnato, rinnovato come promessa battesimale e rinvigorito questa strana sensazione che l’unico vero nemico (in senso guerriero) al mondo oggi sia la nazionale tedesca di calcio.

È dal 1970 che odiamo i tedeschi nel calcio, perché?

C’è chi ancora, come mio nonno nell’82, riprende l’odio nato dall’occupazione e dal nazismo, un odio che forse mai abbandonerà gli italiani, o i racconti degli italiani. Una colpa che la Germania non riuscirà mai a espiare.

C’è chi vede nei tedeschi soltanto le differenze con i popoli mediterranei, il rigore, il rispetto delle regole, la precisione.

C’è chi asseconda il populismo grillino guardando alla nuova Germania e alla sua politica come risposta sbagliata alla crisi, come l’origine di quella parola che ancora sembra portare con sé un male simile a quello della seconda guerra: “austerity”.

Sostanzialmente credo che la gente odi la Germania perché sa far funzionare le cose.

Nessun motivo mi sembra valido, o forse tutti quanti assieme. Ma ogni tedesco che ho conosciuto era una persona splendida e questo conferma la mia impressione: l’odio per la Germania è idiota, letteralmente idiota, nel senso che non si capisce e non si capirà, è innocente e potentissimo.

Non ha senso ma esiste.

Italy's Mario Balotelli celebrates scoring his side's second goal during the Euro 2012 soccer championship semifinal match between Germany and Italy in Warsaw, Poland, Thursday, June 28, 2012. (AP Photo/Vadim Ghirda)
Quest’odio si è rinnovato nel 2012, quando ho guardato la partita di quest’uomo.

Le vittorie contro la Germania mi danno sempre l’impressione che il reale sia sovvertibile, che il mondo dell’ovvio, della scienza, del rigore e dei sistemi (come l’ideologia occidentale – e tedesca – e come lo stile di gioco della Germania) possa essere distrutto da uno squarcio nella vita; o dai due giocatori più stupidi che l’Italia abbia avuto come Cassano e Balotelli.

Questa storia ha però una fine, una chiusura del cerchio che ha fissato quest’atavico e idiota odio nella mia carne, e la chiusura del cerchio è questa:

del piero germania

Ho sempre invidiato quella serata d’estate di luglio tra mio padre e mio nonno del 1982, forse perché non ho mai potuto conoscere a fondo mio nonno, forse perché amo l’acquetta del lago. Ma quel che loro hanno condiviso ha la stessa intensità di come io e mio padre abbiamo condiviso Alessandro Del Piero, forse per spinta mia più che altro.

Quella sera, quell’aria smossa dal pallone di Del Piero, era fatta della stessa materia di cui è fatta l’aria che ha fatto indossare il golfino a mio nonno, in quella passeggiata in cui si allontanarono dalla rissa sul lago, in cui si allontanarono dall’odio.

 

P.S.: ti piacerebbe avere una corrispondenza con un funambolo? Lungoibordi ti scrive una lettera ogni mese con una selezione di storie, video, siti che avresti sempre voluto vedere. Iscriviti su: http://tinyletter.com/Altribordi

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteGomorra – La serie (seconda stagione)
Articolo successivoPollibro di luglio: Guerra e Pace
Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".