Tutto era cominciato da un post:

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Il principio su cui si basano i film e i racconti distopici è quello di estremizzare un particolare lato della realtà sociale, della tecnologia o della natura per mostrarci in modo limpido sfumature della nostra esistenza e della convivenza umana che non eravamo più abituati ad osservare.

In In Time, ad esempio, gli uomini hanno un countdown sul braccio: lavorando aumentano i minuti e quando si arriva allo zero si muore, i ricchi hanno vite che si estendono per milioni di anni mentre i poveri lavorano otto ore per aver altre otto ore in cui lavorare per aver altre otto ore. La vera ricchezza è il tempo.

Come descrivere meglio una società basata sul lavoro?

Circa dieci giorni fa la NASA ha scoperto sette nuovi pianeti abitabili e, quasi casualmente, giusto un paio di giorni prima ho visto The Martian, in cui Matt Damon si ritrova sul pianeta rosso completamente isolato, senza cibo a sufficienza e senza possibilità di tornare sulla terra o essere recuperato, e – SPOILER! – se la cava.

Dopo la notizia della NASA ho pensato: “e adesso?”. Per l’ “adesso” ne ha parlato benissimo Cristiano De Majo qui. Adesso che l’avventura dell’uomo verso altri mondi diversi dalla Terra si è avvicinata di un passetto microscopico verso la realizzazione l’avventura di un uomo solo in un pianeta estremo, Marte, mi ha aiutato a capire cosa voglia dire essere umani tutti assieme in un pianeta accogliente come la Terra.

L’astronauta Mark Watney inizia su Marte un diario di bordo virtuale, parlando per non impazzire, si spinge sempre più lontano dalla sua navicella sfruttando ingegnosamente pezzi della base spaziale ormai distrutti, si intrattiene ascoltando musica, e, simbolicamente, inizia a coltivare il suolo. Esso non è solo un uomo su un altro pianeta: è un accumulo di ricordi, emozioni e cultura umana; quel che gli permette di sopravvivere sono i secoli di scoperte, invenzioni, tecnologie create dall’intera umanità, senza confini e senza differenze.

Il mondo per il sopravvissuto è un permanente stato all’interno del quale effettua le sue correzioni della coscienza e della volontà: e il mondo è per lui il luogo in cui il suo sapere e la sua umanità si innestano con quel lui non è. Per questo, nell’estrema sofferenza della lotta per la sopravvivenza si trova comunque a vivere in uno sfondo di riferimento che esiste ancor prima di pensare “questa è la Terra, questo è Marte”, il mondo per lui è il presupposto dell’agire e non c’è separazione tra pianeti fintanto che sarà mondo umano.

L’America stessa per molti secoli venne chiamato “nuovo mondo”, eppure nessuno di noi ora dubiterebbe che l’America sia parte della Terra – nostro mondo. Per noi il mondo è invece il suolo che sappiamo addomesticare grazie alla più intrinseca natura dell’uomo – che accomuna tutti gli uomini -: la capacità di formare il mondo e creare concetto, parole.

Il fatto che sette pianeti scoperti dalla NASA siano nuovi mondi è solo un abbaglio delle proporzioni, una volta raggiunti saranno mondi umani; certo, la terra è il nostro pianeta ma per noi è solo il suolo da cui siamo partiti, dobbiamo pensarci come ad uccelli che passano da un tetto all’altro pur rimanendo nello stesso sistema di riferimento, che non è il suolo, ma il rapporto con quel suolo.

Era quindi necessario scoprire nuovi pianeti, bisognava creare storie come quella di The Martian, per vedere più chiaramente una cosa: i mondi possono cambiare di nome ma resterà identica la modalità umana di rapportarsi ad essi, resterà uguale la natura umana di percezione del mondo: in tutto l’universo – fintanto che staremo nei limiti della fisica conosciuta – vivremo nella natura, fatta di mondi, ma nostra costante: ciò con cui tutti gli uomini hanno una relazione originaria, ciò in cui tutti gli oggetti sono immediatamente presentabili a me e anche a tutti gli altri uomini e animali, quasi nella stessa identica maniera.

È dall’infinita lontananza che si riesce a dare una definizione e una caratteristica unica a tutta l’umanità, The Martian era solo un uomo pieno di tutta la storia di tutti gli uomini, e pronto a metterla in pratica per sopravvivere, e forse è da così lontano che dovremo rifare il punto su confini reali o immaginari tra gli uomini, migranti, mura che chiudono in casa e che separano persone, espulsioni da suoli troppo umani, odio.

Per differenze minuscole pensiamo all’al di là del mare come ad altri – mondi, ma ora, veri-altri-mondi possono farci iniziare a percepire in modo diverso noi stessi e l’uguaglianza di fondo, non per appiattimento come se fossimo visti da migliaia di chilometri, da una distanza assoluta, così:

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ma per profondità assoluta alla ricerca di quel che accomuna tutti i viventi, così:

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Immagine di copertina di La Lena.


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Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".