Dubito che i fratelli Cohen abbiano bisogno di suggerimenti per un eventuale sequel del loro celeberrimo film tratto dal romanzo di Cormac McCarthy. Nel caso avessero un inaspettato calo di immaginazione questa vicenda potrebbe fare al caso loro.

Anno domini 2015. Mese di Aprile. Un articolo dal titolo piuttosto funereo (“L’Italia ossessionata dal meteo perde anche l’ultimo meteorologo”) pubblicato su “La Stampa” e poi ripreso da altre testate (ri)porta l’attenzione sulla congenita, disastrata condizione della scienza meteorologica in Italia. Non si parla dell’atroce neologismo “metereologo” che spopola in luogo del corretto “meteorologo”, bensì di pensionamenti. Niente esodati, pensioni d’oro, metodo contributivo vs. retributivo.

Si tratta della fine della carriera accademica di Stefano Tibaldi, direttore del servizio idro-meteorologico di ARPA Emilia Romagna e professore ordinario di Me- teorologia all’università di Bologna. Vi starete (forse) chiedendo dove stia la tragedia nel pensionamento di un docente. Non c’è nessuna tragedia apparente. Tibaldi ha avuto una brillantissima carriera nell’ambito delle scienze atmosferiche in Italia e all’estero. E’́ stato research fellow all’Imperial College di Londra per poi spostarsi nel 1977 allo European Centre for Medium-range Weather Forecast (ECMWF), a Reading, dove ha lavorato per 10 anni. Una volta rientrato in Italia ha continuato la sua attività di ricercatore per poi diventare professore associato. Ha dato tanto alla meteorologia: tra i suoi contributi più famosi ci sono i lavori con Andrea Buzzi sulla “orographic cyclogenesis”, ovvero su come la presenza di catene montuose possa contribuire alla formazione delle basse pressioni. Come direbbe l’intramontabile Bruno Pizzul: “tutto molto bello!”.

Dove si nasconde quindi la disgrazia? Come ha ricordato Claudio Cassardo, associato di Meteorologia del dipartimento di Fisica dell’Università di Torino, in una recente intervista a Radio Popolare il problema è piuttosto semplice. Stefano Tibaldi faceva parte di un esiguo gruppo di docenti universitari di meteorologia in Italia, ora interamente composto da ricercatori e associati. Un gruppo sparuto e rarefatto: sono più che sufficienti le dita delle vostre mani per contarne i componenti, dispersi nei diversi atenei del fu Belpaese. Un gruppo senza prospettiva data l’assenza di professori ordinari, gli unici in grado di nominarne altri nella stessa disciplina. Condizioni che ormai da qualche anno impediscono l’offerta di un corso di laurea triennale e/o magistrale in meteorologia.

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E dire che di trippa per gatti ce ne sarebbe in abbondanza. Stando ai dati raccolti da ISPRA, il costo complessivo dei danni legati a fenomeni idrologici-franosi dal 1951 al 2009 ammonta a 52 miliardi di euro. Accompagnato da un costo in vite umane di circa 1400 vittime e centinaia di migliaia fra sfollati e senza-tetto. La sola alluvione in Piemonte del 1994 arrecò danni stimati tra gli 8 e i 13 miliardi di euro.

Posto che ci si voglia ancora confrontare con paesi del primo mondo, dovremmo competere con: il Regno Unito, con 7 atenei che offrono corsi di laurea magistrale in meteorologia; la Germania con le università di Colonia, Bonn, Amburgo, Berlino, Magonza e Francoforte e la Francia con i programmi di Tolosa, Parigi, Grenoble e Clermont-Ferrand. Cambiando continente il confronto regge ancora meno. 10 università in Canada e una lista sterminata di programmi in quelle statunitensi. Il secondo e il terzo mondo non stanno a guardare. Spinti da una notevole vulnerabilità ai fenomeni idro-meteorologici, stanno investendo parte delle loro asfittiche risorse nella formazione di adeguate figure professionali. Alla lista dei primati di cui non andare troppo fieri, oltre all’invidiabile rapporto debito-PIL si aggiunge anche la mancanza di un serivizio meteorologico civile nazionale, ancora sotto il comando dell’Aeronautica Militare. Primato che abbiamo l’onore di condividere con un altro paese che sguazza in acque cristalline: la Grecia. Evitiando di cadere nella trappola delle correlazioni spurie e dei nessi di causalità lisergici, mi limiterei ad un semplice: “surprise-surprise!”.

Sebbene in patria una visione distorta della materia porti all’identificazione del meteorologo con il previsore, la meteorologia in quanto scienza avanza principalmente grazie ai contributi della ricerca. Le università devono essere luoghi di ricerca, non luoghi di story-telling in aule sovraffollate. Anche nei serivizi meteorolgici nazionali, oltre ai servizi di previsione, oggi si fa tanta ricerca grazie al personale formatosi nelle università stesse. Pensare, però, di istituire un serivizio meteo civile senza occuparsi della formazione del personale, vista la miserrima capacità attrattiva del nostro paese nei confronti dei professionisti stranieri, sarebbe pura follia. Follia perchè sono iniziative che costano. Personale, centri di calcolo, infrastrutture sono ingenti investimenti a medio-lungo termine. Il Met Office costa, secondo le loro stesse stime, circa 200 milioni di sterline all’anno, 160 dei quali provenienti dalla tassazione. Secondo fonti indipendenti i servizi offerti portano un valore aggiunto che si aggira sui 600 milioni di sterline all’anno. Ma noi non siamo il Regno Unito e il periodo è scientificamente classificabile come “di vacche magre”. Non siamo propriamente i maestri degli investimenti pubblici e non possiamo ancora una volta fare debito sbolognandolo alle generazioni future. Ma non si tratta solo di cardenzoni pubblici dalla dubbia gestione e dai bilanci traballanti. Lo stesso Prof. Cassardo a Radio Popolare ha giustamente rimarcato gli innumerevoli sbocchi lavorativi che un laureato in meteorologia potrebbe trovare nel settore privato. A partire proprio dalle previsioni del tempo. Il settore “weather and climate” privato americano genera profitti vicini ai 5 miliardi di dollari, 2 dei quali provenienti da compagnie direttamente legate a servizi di previsione. Difficile credere che tutto ciò non possa portare benefici anche all’economia di un paese, come l’Italia in cui, nonostante le proibitive condizioni, si vedono confortanti tentativi di iniziativa privata. Ebbene sì, strano a dirsi, la meteorologia può generare benessere, ridurre le perdite umane ed economiche e nel caso salvare anche qualche pelle.

Chiuderei con le parole di Tibaldi che descrive così il suo ritorno in Italia con l’intento di fare qualcosa di costruttivo: “A malapena sono riuscito a fare qualcosa per me stesso. Un fallimento totale”. Se sognate una carriera nelle scienze atmosferiche siete nel paese sbagliato. Perchè l’Italia (oggi) no, non è un paese per meteorologi.

 

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Cecilia Pigozzi ne dice: "Edoardo guarda il cielo per non guardare la terra, anche se a volte l'occhio gli scappa, e di solito è per una partita della Juve. Ha traslocato passione e cinismo da Crevacuore (Biella) fino a Berlino, passando per Edimburgo, ma finora è tutto intatto". Scrive The meaty-orologist.