Ricordate Aylan Kurdi?

È il bambino siriano di tre anni, morto a faccia in giù sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Un’immagine che ha fatto presto il giro del mondo e del web, commuovendo, sollevando polemiche (era giusto o no, pubblicare quella foto?) e – si dice – contribuendo a dare il via a una prima, decisa, risposta dell’Europa, da troppo tempo accusata di tergiversare in merito all’emergenza relativa ai migranti.

Ora, al di là di tutto questo, c’è da chiedersi cosa abbia suscitato una reazione così forte davanti a questa foto. Non che l’immagine non sia terribile, certo: ma di simili ne abbiamo – purtroppo – già viste. Cosa smuove, dunque, di più l’immagine del piccolo siriano rispetto ai corpi dei migranti annegati in mare, o dei cadaveri trovati ammassati nel cassone del camion abbandonato sulle strade austriache? Qual è la differenza tra la foto di Aylan e quelle di altri bambini massacrati in altre parti del mondo?

Credo che le cose siano sostanzialmente due. La prima, che Aylan fosse su quel tratto di spiaggia da solo. È forse terribile da dire, ma il suo corpicino insieme a quello di altre venti persone probabilmente non avrebbe suscitato la stessa emozione. Percepiamo una tragedia anche in base ai numeri, e più sono i morti più ci sentiamo impotenti davanti a fatti che non possiamo controllare o gestire: e per questo tendiamo ad allontanarli, e a sentirli in qualche modo lontani. La foto di Aylan, da solo – ed ecco la seconda differenza – ci mette davanti, invece, a una storia, e con questa storia ci ritroviamo a dover fare i conti.

La differenza, fondamentale, io credo, sta proprio qui: che di Aylan siamo riusciti poco a poco a ricostruire la storia, tanto che in breve tempo il piccolo è diventato – suo malgrado – il simbolo di.

Una storia che prima abbiamo intuito, semplicemente guardando l’immagine. E che poi, complici i media, abbiamo sviscerato in ogni dettaglio: la morte del fratellino e della madre hanno aggiunto orrore a orrore. Ma, allo stesso tempo, hanno contribuito anche a farci guardare all’intero avvenimento come attraverso una lente d’ingrandimento che si è concentrata troppo sul particolare, dimenticando tutto il contesto. Facendo così somigliare la storia di Aylan a qualcosa di molto simile a una fiction, di cui abbiamo voluto sapere particolari che non erano necessari a spiegare ciò che era già evidente.

Da qui, le interviste agli zii, alla fotografa che ha scattato la foto (“Penso di essere nata per quegli scatti”) e, anche, un piccolo elemento thriller: il papà di Aylan era o no lo scafista dell’imbarcazione?

L’attenzione morbosa per tutti questi dettagli rischia quindi di far assomigliare la storia di Aylan a un caso unico, facendoci dimenticare che, invece, è una realtà che accade tutti i giorni. E, ancora una volta, ci permette di scaricarci le coscienze e di continuare a chiudere gli occhi davanti a una situazione più ampia. Continueremo a condividere la foto del piccolo siriano sui social ancora per un po’, indignandoci, come è giusto. E forse fra qualche mese ci ricorderemo ancora di quello scatto, ricordando pure che era simbolo di qualcosa. Anche se, magari, non sapremo dire esattamente cosa.

 

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Francesco Sabaini ne dice: Max fa il giornalista e, forse meglio, lo scrittore. Parallelamente svolge la professione di Grande Censore della Canoscenza sui social netuorcs, specialmente quando si lancia nei suoi strali di una lunghezza cosmica, che ti viene voglia di tagliarti la gola da solo prima della metà. Poi, quando ci bevi le birrette a Veronetta, mescola divinamente la succitata onniscenza con la classica attitudine veronese da bar. E tutto finisce al posto giusto. Uno che adora i Massimo Volume allo stesso modo dei Pantera, per dire. Scrive "Tumbleweed".