La mia situazione era drammatica e l’indecisione totale. In questi mesi sono usciti fuori dati di ogni tipo, contraddittori tra loro, spesso parziali, sparati a bruciapelo con frasi e slogan.

Avendo bisogno di un minimo di chiarezza ho intervistato Jacopo Serranti, ingegnere energetico, chiedendogli tutto ma proprio tutto quello che mi passava per la testa sull’argomento.

L’articolo che ne è uscito è lungo ma completo, potete leggerlo tutto o navigare l’indice interattivo qui sotto per leggere direttamente le questioni che vi stanno a cuore:

1 Di cosa stiamo parlando esattamente? Cosa vuol dire “trivellare il mare”?

2 Com’è messa attualmente l’Italia in quanto ad estrazione di gas e petrolio?

3 Nuove trivellazioni sarebbero “favori alle compagnie del petrolio” o ci guadagnerebbe qualcosa lo stato?

4 Ma l’estrazione degli idrocarburi in Italia crea lavoro? C’è un mercato attivo?

5 Parliamo di rischio ambientale…è l’argomento più importante, mi pare.

6 Ho letto che se dovessimo rinunciare alle trivelle il Mediterraneo si riempirebbe di navi petroliere, è vero?

7 Quali sono i problemi tecnici nella struttura del referendum? Si è trasformato soltanto in un’arma politica?

 


1

 

Parliamo tanto di trivelle, petrolio e mare, ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Nel mare italiano abbiamo 69 concessioni per l’estrazione di gas naturale e petrolio greggio (giacimenti off-shore). A queste 69 concessioni corrispondono 131 piattaforme, per un totale di 726 pozzi di cui circa la metà sono effettivamente eroganti. Innanzi tutto consiglio di “guardare in faccia” queste strutture, per capire chi sono, come sono fatte e dove sono concentrate. Questo ovviamente non rimuove nessun dubbio sulla loro effettiva utilità o pericolosità ambientale.

referendum-trivelle

Ad oggi per leggesono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare” all’interno delle 12 miglia marine e nelle aree protette (D.lgs 152/06, art. 6, comma 17, “Norme in materia di Ambiente”). Le piattaforme già presenti, però, continuano ad estrarre finché durerà la loro concessione. Non so se questa cosa sia chiara a tutti, ma credo sia importante ribadirla: è vietato iniziare nuove trivellazioni entro le 12 miglia oltre quelle già presenti. Così è e così resterà qualunque sia il risultato del referendum.

Nella legge di stabilità è stata inserita una modifica proprio alla stessa legge, stesso articolo, stesso comma appena citato, ma qualche paragrafo più avanti. Prima della modifica, l’articolo 6 prevedeva per le concessioni già attive una vita iniziale di 30 anni ed altre tre possibili proroghe di 5 anni ciascuna. Sostanzialmente conclusi i 45 anni, che ci fosse o meno ancora qualcosa nel giacimento, la compagnia estrattiva deve chiudere tutto, mettere a norma i pozzi e sbaraccare baracca e burattini. La modifica al decreto 152/06 introdotta con la legge di stabilità riguarda proprio la fine della concessione entro le 12 miglia. In sostanza si permetterebbe alle compagnie estrattive di richiedere un’ulteriore proroga “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”. Ovvero la compagnia non schioda finché il giacimento non è completamente esaurito. Il referendum vuole eliminare proprio questa modifica, mantenendo la scadenza massima di 45 anni alle concessioni.

(premi qui per tornare all’indice)

 


2

 

L’Italia e i suoi idrocarburi: quanto estraiamo ad oggi?

Da sempre si dice che l’Italia non è certo un paese ricco di risorse energetiche: poco gas, poco petrolio, poco uranio e perfino poco vento. In effetti se ci confrontiamo con USA, Russia, Medio Oriente, ma anche solo Regno Unito e Norvegia, sembra effettivamente così. Tuttavia il nostro paese non è poi messo così male. In Europa esclusi Norvegia, Regno Unito e Danimarca, siamo il paese con le maggiori riserve di idrocarburi. Attualmente le riserve note sono pari a circa 130 milioni di tep (consiglio di prendere confidenza con quest’unità di misura), ma con quelle stimate/possibili arriviamo a circa 700 milioni di tep.

Analizziamo separatamente i due idrocarburi principali, cominciando dal gas naturale. Di tutto il gas che consumiamo in Italia (più o meno 62 miliardi di metri cubi nel 2014) circa il 90% è acquistato dall’estero: Russia in testa, poi Algeria, Libia e Nord Europa. La produzione nazionale riesce a coprire grossomodo il 10% della domanda interna. Qualcosina riusciamo anche ad esportare, ma si tratta di quantità imbarazzanti: circa il 3,4% della produzione nazionale.

Per quanto riguarda il petrolio la situazione è un po’ diversa. L’Italia è il secondo più grande centro di raffinazione del petrolio in Europa ed il più importante snodo per la distribuzione di petrolio greggio nel Vecchio Continente. Insomma tra produzione e importazione abbiamo molto più olio grezzo di quanto effettivamente ne utilizziamo (circa 57,3 milioni di tonnellate). Questo perché esportiamo una quantità consistente di petrolio raffinato (circa 20 milioni di tonnellate). Torniamo però a giacimenti nazionali: anche la produzione nazionale di petrolio è in grado di coprire circa il 10% della domanda interna.

Ora analizziamo proprio la produzione che verrebbe intaccata dal referendum. Le concessioni coinvolte dal referendum secondo il MISE sono 44 e non 22 o 100 come si sente dire in giro. Per quanto riguarda il gas le concessioni in questione hanno prodotto nel 2015 circa 1,93 miliardi di metri cubi di gas naturale, pari come potere energetico a circa 1,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Questo gas corrisponde al 28,1% della produzione nazionale. Per quanto riguarda il petrolio invece, le concessioni coinvolte nel 2015 hanno prodotto 0,54 milioni di tonnellate di petrolio, pari a circa il 10% della produzione nazionale.

La prima considerazione che si può fare riguarda i numeri in gioco. La produzione di gas entro le 12 miglia marine è ben poca rispetto al totale della produzione nazionale, con buona pace dei comitati per l’astensione e degli slogan parziali. Se la produzione nelle 12 miglia di gas naturale è circa il 28,1% di quella totale e la produzione totale copre circa il 10% della domanda nazionale, questo vuole dire che la produzione nelle 12 miglia copre meno del 3% della domanda nazionale. Per il petrolio poi le percentuali sono ancora più misere, dato che la stragrande maggioranza di petrolio prodotto in Italia viene estratto sulla terraferma. La produzione all’interno delle 12 miglia copre appena l’1% della domanda nazionale.

La seconda considerazione, al netto dei numeri ridotti di cui parliamo, riguarda il vero vettore energetico colpito dal referendum: il gas naturale. Il valore energetico del gas coinvolto è circa 3 volte superiore a quello del petrolio, con buona pace di chi urla “fermiamo il petrolio”.

(premi qui per tornare all’indice)

 


3

 

“L’Italia ci guadagna ben poco dalle estrazioni. Solo favori alle compagnie del petrolio”, dicono i comitati del Sì, come rispondi?

Questo è uno dei leitmotiv dei comitati del Sì, per rispondere alle critiche sul piano economico che gli vengono mosse: le ridotte royalties che si pagano per l’estrazione. Innanzi tutto, cosa si intende per royalties? Sono un pagamento dovuto dai privati allo Stato per poter sfruttare un bene dello Stato stesso a fini commerciali. Il gas naturale e il petrolio presente all’interno dei giacimenti italiani è proprietà dello Stato Italiano. Nel caso qualcuno volesse sfruttarlo a scopi commerciali deve pagare all’Italia una percentuale del ricavo. Le royalties per la produzione in mare sono pari al 7% per il gas naturale e il 4% per il petrolio. Detta così effettivamente sembra un po’ pochino. Inoltre questo obolo dovrà essere pagato solo se si superano determinati quantitativi di materiale estratto annuo. Ecco, anche peggio. Paradossalmente i pozzi poco produttivi diventano più remunerativi.

La questione, però, non è finita qua. Le compagnie che operano nel settore estrattivo sono soggette a tutta una serie di imposte: tassazione sui redditi delle società (IRES), tassazione regionale sulle attività produttive (IRAP), l’addizionale IRES e la Robin Tax. A questo elenco aggiungeteci anche le royalties. Secondo Nomisma Energia la tassazione media per le società petrolifere è poco meno del 64%, con picchi fino al 68%. Detta così sembra un po’ più di quello che si dice in giro.

Il resto dell’Europa come si regola? A parte in Germania, le royalties le abbiamo solo noi. Questo, però, non vuol dire che la tassazione sia alta.

referendum-trivelle2

In rapporto al resto d’Europa siamo più o meno a metà classifica come pressione fiscale sulle attività di produzione di idrocarburi. Norvegia, Inghilterra e Danimarca hanno un peso fiscale sensibilmente più alto del nostro. C’è da notare che loro hanno una quantità di idrocarburi oscenamente maggiore della nostra. Abbiamo ben pochi idrocarburi rispetto agli altri, se alziamo pure le tasse non viene nessuno ad estrarre in Italia.

Quindi stiamo dicendo che noi rendiamo la vita facile a chi vuole perforarci? Bè anche questo è da valutare. Per dovere di cronaca dobbiamo anche ricordare che noi siamo il paese con tempi molto lunghi per ottenere le concessioni estrattive. Per rilasciare una concessione per la fase esplorativa impieghiamo circa 41 mesi e mezzo contro i 24 della media mondiale. Per rilasciare la concessione per l’estrazione impieghiamo in media 110,4 mesi (110,4 mesi per 12 mesi l’anno sono 9,2 anni), contro i 48 di media mondiale.

(premi qui per tornare all’indice)

 


4

 

Come è messo il mercato degli idrocarburi in Italia? E qual è il rapporto tra questo mercato e l’esito del referendum? 

Per farsi una vaga idea sul mercato degli idrocarburi in Italia dobbiamo innanzi tutto distinguere tra: upstream e downstream. Per upestream si intende l’esplorazione e l’estrazione degli idrocarburi. Per downstream si intende la raffinazione del petrolio, la rigassificazione del gas naturale eventualmente liquefatto (la liquefazione si chiama midstream) e infine la vendita.

Il referendum ovviamente andrebbe a coinvolgere il settore upstream. Per l’Italia questo è un settore tradizionalmente sfruttato con più di 120 imprese e 65.000 dipendenti. Il giro di affari stimato è di circa 20 miliardi di euro e annualmente vengono spesi circa 300 milioni per attività di ricerca e sviluppo. Le estrazioni di petrolio sono in continua crescita dal 2010, nonostante la riduzione dei consumi, mentre le estrazioni di gas sono in leggera flessione, a causa proprio della riduzione dei consumi.

trivelle-referendum

Ovviamente la possibilità di ottenere una concessione per poter spremere completamente un giacimento fa gola alle compagnie Oil&Gas. Il referendum in questione sta facendo sfumare molti dei loro sogni di gloria. Nell’autunno scorso le compagnie petrolifere avevano previsto circa 16,2 miliardi di euro di investimenti proprio in Italia. Con l’avvicinarsi del referendum le aziende hanno rivisto molto le loro stime. Ben 10 miliardi non sono più destinati al nostro paese. L’Italia probabilmente vedrà solo 6 miliardi di investimenti.

Per essere del tutto onesti, questa fuga di denaro non è legata solo al referendum del 17 Aprile. Già il governo, per accontentare le regioni e tentare di evitare il referendum stesso, a Dicembre aveva reintrodotto il divieto di cercare e sfruttare i giacimenti nelle acque territoriali. Questo ha comportato che 8 istante di concessione su 9 sono diventate inammissibili perché all’interno delle 12 miglia.

(premi qui per tornare all’indice)

<


5

 

Che mi dici dell’impatto ambientale? Credo sia il tema più serio di cui parlare e il rischio più grosso per il paese, no?

Si tratta forse del punto più controverso e probabilmente l’unico veramente sensato di cui discutere.

Cominciamo dicendo che in Italia sono circa 30 anni che estraiamo idrocarburi dal mare e non è mai successo nessun incidente grave. Certo, anche in Giappone fino al 10 Marzo 2011 dicevano serenamente “Sono quarant’anni che produciamo energia elettrica con centrali nucleari e non è mai successo niente di veramente grave”. Non sto neanche a spiegarvi il dopo. Anche con le maggiori precauzioni possibili, qualunque sistema di sicurezza avrà un’affidabilità che non sarà mai del 100%. Questo ovviamente vale per tutto.

Qual è la “Fukushima” del petrolio? Qual è stato il vero disastro ambientale che vorremmo non accadesse mai nel Mediterraneo? Senza ombra di dubbio il disastro della piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum avvenuto il 20 Aprile del 2010. Milioni di barili di petrolio che ancora galleggiano davanti alle coste della Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida. Tuttavia le piattaforme italiane, per come sono fatte e per le quantità che estraggono, non possono provocare un incidente di questo tipo.

Dunque posto che un incidente enorme non possa avvenire nei nostri mari, un incidente più piccolo che danni provocherebbe? Il Mediterraneo è un mare chiuso, con poco ricambio d’acqua dall’Oceano. Inoltre, secondo l’ISPRA (Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale), è un mare già molto sporco a causa di tutti gli sversamenti di petrolio dovuti al traffico di navi petrolifere.

Concentriamoci però sull’estrazione di idrocarburi. Uno report di Greenpeace basato su uno studio dell’ISPRA, commissionato da ENI, fa presente che nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle 34 piattaforme oggetto dello studio sono state trovate, in alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge. La pronta risposta dell’organizzazione Ottimisti e Razionali si articola in due punti. Primo, i limiti di legge presi a riferimento valgono per le acque che distano un miglio dalla costa, mentre le piattaforme sono più lontane e sottostanno ad altre soglie. Secondo, nelle sue relazioni l’ISPRA sostiene che non ci sono criticità per l’ambiente marino legate alle piattaforme. Queste sono però posizioni di due organizzazioni, diciamo, di parte.

Altri studi effettuati da ISPRA sostengono che potrebbero esserci anche danni a specie marine, soprattutto quelle che vivono sui fondali. Bestiacce dai nomi improbabili: fitoplancton, giovani zooplancton (uova e larve), molluschi e specie bentoniche. Inoltre, soprattutto sulle ultime due specie, si ipotizza un accumulo di sostanze tossiche nei tessuti, con ripercussioni su tutta la catena alimentare (bioaccumulo). Come ciliegina sulla torta, aggiungiamo anche che la conoscenza degli ambienti marini di profondità non è profonda quanto gli ambienti stessi. Ancora non sappiamo valutare con esattezza i danni che potrebbero esserci stati.

A questo punto si potrebbe concludere “lasciamo perdere, chiudiamo tutto e fine della storia”. Bè non è così semplice. Non stiamo parlando di operazioni a impatto zero. Per chiudere un pozzo si usano due tecniche contemporaneamente: tappi di malta cementizia per sigillare il foro a diverse profondità e iniezione di cemento nei punti di comunicazione con il giacimento per chiudere definitivamente gli strati precedentemente perforati. Tuttavia se nel pozzo c’è ancora del gas metano, la pressione generata dal gas stesso produce una contropressione all’iniezione della malta che rende l’operazione molto più complessa e, soprattutto, più rischiosa a livello ambientale. La sigillatura finale potrebbe non avvenire correttamente.

Insomma la valutazione ambientale è il vero dramma di questo referendum. Le valutazioni da fare sono molte e terribilmente specialistiche.

(premi qui per tornare all’indice)

 


6

 

“Se rinunciamo a queste risorse, il Mediterraneo si riempirà di navi petroliere”, dicono i sostenitori del No, è un vero problema?

Un timido abbozzo di risposta sul piano ambientale che viene portata avanti da chi sostiene l’astensione, riguarda l’eventuale approvvigionamento degli idrocarburi che non verrebbero più estratti se passasse il Sì. Dato che dovremmo nel tempo rinunciare ad una parte degli idrocarburi prodotti internamente, si ipotizza un aumento del traffico di navi petrolifere e gasiere nel Mediterraneo.

In realtà stiamo parlando di un falso problema. Per quanto riguarda il petrolio, le quantità di olio estratto che verrebbero nel tempo eliminate sono talmente poche che non saranno certo loro a rendere il Mediterraneo ancora più sporco di quanto già non sia.

Per quanto riguarda il gas, invece, le quantità in gioco sono più grandi. Tuttavia il 90% del gas approvvigionato dall’estero verso l’Italia viene importato via gasdotto. Le navi in questione verrebbero usate in quantità molto ridotta.

Insomma, il Mediterraneo non diventerà la nomentana alle 9 di mattina di un lunedì di pioggia grazie ad un eventuale Sì a questo referendum.

(premi qui per tornare all’indice)

 


7

 

Questo referendum è partito in modo strano, all’inizio non era nemmeno legato a una qualche salvaguardia ambientale; quali sono secondo te i problemi tecnici di fondo che lo accompagnano?

Nonostante la domanda che viene posta riguarda un tema che trabocca tecnicismi, questo referendum ha assunto una valenza totalmente politica. Come suggerisce un amico giornalista, ogni scelta è politica, anche quelle tecniche. D’accordo, posso anche starci. Siamo concettualmente contro il nucleare, quindi decidiamo di rinunciare a questa tecnologia. Ok, ci sto. Ma questo referendum è diventato un vero testa a testa tra governo e opposizione. Il governo Renzi, anzi Matteo Renzi stesso, ci sta mettendo la faccia e sta difendendo la legge strenuamente. Di conseguenza tra le forze politiche che sostengono il Sì si trova tutta l’opposizione in blocco, anche quella che non ti aspetti: Forza Italia, Forza Nuova, Lega Nord e Casapound, oltre ovviamente a Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana e Possibile.

Il referendum, però, non è stato chiesto attraverso le 500.000 firme raccolte da partiti o associazioni (in realtà Possibile di Civati ha provato a chiedere 8 quesiti referendari, ma non è riuscito a raggiungere le firme necessarie). Il referendum è stato chiesto da 9 regioni che inizialmente presentarono 6 quesiti. Il loro intento non era del tutto ambientalista: le regioni si opposero ad un forte ridimensionamento del loro potere decisionale riguardo le trivellazioni introdotto con la legge “Sblocca Italia”. Questo ridimensionamento fu voluto da Renzi per velocizzare l’iter autorizzativo sulle estrazioni di idrocarburi, come abbiamo visto tra i più lenti in Europa. In ogni caso, il governo ha recepito le modifiche volute dalle regioni nella Legge di Stabilità e la Corte di Cassazione ha accantonato 5 dei 6 quesiti richiesti. Secondo la Cassazione, però, l’ultimo dei 6 non è stato recepito dal governo ed è rimasto come unica domanda al referendum. Il 17 Aprile 2016, dunque, verrà chiesto a chi parteciperà al referendum:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

(premi qui per tornare all’indice)

Jacopo Serranti e Andrea Nale


 

P.S.: ti piacerebbe avere una corrispondenza con un funambolo? Lungoibordi ti scrive una lettera ogni mese con una selezione di storie, video, siti che avresti sempre voluto vedere. Iscriviti su: http://tinyletter.com/Altribordi

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteL’ora di ieri a quest’ora
Articolo successivoVeloce come il vento
Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".