L’afa che in pieno dicembre si espande dal fiume Paraná, nella città di Rosario, è quasi soffocante. Perfino gli splendidi fiori viola dei Jacarandá, che qui in Argentina più che una pianta ornamentale sono un simbolo nazionale, si lasciano cadere al suolo, esausti.

A dicembre seguendo la corrente del Paraná, con la maglietta tutta appiccicata alla pelle e i fiori viola che si attaccano sotto le scarpe, ci si imbatte per forza nel monumento alla bandiera, una bandiera enorme, con un grande sole luminoso nel mezzo e due bande azzurre che ricordano il cielo ed il mare. Si rimane quasi abbagliati da quel sole, almeno quanto dal sole vero, che a mezzogiorno si erge alto nel cielo, e per guardare la bandiera occorre aspettare per forza una nuvola passeggera.

Continuando il cammino verso sud, all’imbocco di Avenida de la Libertad si scorge una statua di un tipo che osserva impassibile la bandiera argentina.295998443_7c9172d107_z

Anzi, a dire il vero guarda più in là, verso la costa est del Paraná, con un’espressione persa, quasi stesse cercando qualcosa, o qualcuno.

Avvicinandosi ci si accorge che è senza maglia, la tiene adagiata sulla spalla e vista la calura infernale vien subito voglia di imitarlo. L’altra mano la tiene infilata in tasca, con tutta probabilità vuota. Magro, con il volto scavato: un pezzente. Si vede che a Rosario, in Argentina fanno i monumenti ai pezzenti.

La targa lì sotto riporta: “La città di Rosario al Migrante. Nobile fattore della sua grandezza”.

D’un tratto il personaggio acquisisce tutta un’altra identità. Povero, con lo sguardo perso, l’espressione di uno che dal Paraná ci è appena sbarcato. Forse è addirittura italiano come suggeriscono i tratti decisi su quel viso scarno. Giovane, muscoloso anche se affaticato, si erge in una posizione che manifesta tutta la sua dignità, con quella mano in tasca che sa di non star afferrando nulla se non la vita stessa, la vita che è riuscito a portare intatta dall’altra parte dell’Atlantico. Dal suo volto traspaiono orgoglio e paura allo stesso tempo, orgoglio per il passato vissuto e paura per il futuro che verrà, un po’ come le facce che siamo abituati a vedere spesso, in questi giorni, in televisione.

Se ci si pensa le differenze sono davvero poche tra i migranti di oggi e i migranti di ieri, tra le persone che oggi cercano aiuto e i bisnonni che magari neanche sappiamo di avere, costretti in passato a scappare in terre lontane. A viaggiare infatti, erano soprattutto uomini giovani, alla ricerca di fortuna. Poi, eventualmente venivano raggiunti da familiari e amici. Partivano su mezzi fatiscenti, che a volte non arrivavano a destinazione. Viaggiavano con poco o nulla ed arrivavano senza conoscere la lingua del posto. Si mettevano in contatto con persone simili, che parlavano la stessa lingua e così si cercava di tirare avanti, almeno all’inizio. Ma soprattutto fuggivano dalla fame, dalle guerre, dalla disperazione, e l’unica via d’uscita era appunto l’uscita, spesso definitiva.

Le differenze sono così poche che mi chiedo perché i migranti in Argentina abbiano un monumento e in Europa trovino invece, in ordine, la morte sulle coste italiane, i fili spinati ungheresi, le espulsioni danesi, i nazisti svedesi. Solo credo che un giorno la storia ci giudicherà e ho paura che ci troveremo, ancora una volta, dalla parte sbagliata.

 

 

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Anna Ambrosi ne dice: Alberto Boscaini come albero in un bosco. Innamorato della Pacha Mama al punto da dedicarle la vita e gli studi. Investigatore di pietre, mai soddisfatto dalle superficiali apparenze. Armato di martello e pazienza, rompe tutto per ricostruire il passato di tutti. Riempitosi gli occhi di forme più o meno attuali, rielabora ogni bellezza in parole raffinate e immagini adeguate. Per dissimulare la sua professionale serietà festeggia e si gode appassionatamente il cielo invernale di BCN. Scrive "Olocene".