Premessa del tutto personale (che può essere anche saltata) – Non so se vi ricordate una pubblicità di qualche anno fa della Fiat. A un certo punto c’era questo tipo che, sulla soglia di una porta, davanti a una ragazza, esordiva con un: «Buonaseeeeera». La pubblicità, per qualche strana ragione, aveva avuto un incredibile successo. Così, per un periodo, c’era gente ovunque che, entrando da qualche parte o semplicemente salutando, riproduceva quel “Buonaseeeeera” con le e strascicate, provocando, nella maggioranza dei casi, l’ilarità dei presenti. Perché me lo ricordo così bene? Perché non avendo mai dedicato troppa attenzione alla televisione (e tantomeno alla pubblicità), ho vissuto questo periodo di circa una settimana/dieci giorni – il tempo necessario per entrare in contatto con la suddetta pubblicità – in cui non capivo perché dire un “Buonasera” fosse diventata improvvisamente una cosa così divertente.

Un Papa che dice “buonasera” ci sta subito simpatico – Ora, non credo che la pubblicità in questione abbia sedimentato nel nostro inconscio così profondamente da aver inciso sul nostro primo impatto con Papa Francesco. Forse, come popolo, abbiamo semplicemente un problema con la parola buonasera, non lo so: fatto sta che una delle prime cose che Bergoglio ha detto è stata proprio un «Buonasera» e anche questa cosa ha influito sul farcelo percepire, immediatamente, come simpatico e alla mano. Un Papa semplice, come ha detto qualcuno.

Certo, dalla sua Papa Bergoglio ha anche l’aspetto giusto: la faccia di un nonno buono, la fisionomia che ricorda il frate di un’etichetta di una birra. Insomma, ispira istintivamente più simpatia di un Benedetto XVI, con quel suo viso arcigno, da nonno tormentato e difficile, uno che compie cose incredibili come il gran rifiuto.

“Il mio Papa”, il primo settimanale al mondo su Papa Francesco – Un Papa semplice, si diceva. Bergoglio è stato immediatamente percepito da una grande massa di persone in questa maniera. Con un effetto che è stato altrettanto immediato: che questo suo essere semplice, questo suo predicare la semplicità, questo continuo associare il Pontefice alla parola semplicità, ha semplificato e banalizzato anche il suo messaggio. Così che spesso ciò che dice il Papa (e che ciò che dice il Papa interessi o meno è un altro discorso: mi interessa semplicemente il processo di tutta la questione), ciò che dice il Pontefice – dicevo – viene asciugato, disidratato, ridotto a piccoli pensierini simili ad aforismi degni di un Bacio Perugina o di un libro di Paulo Coelho.

Quello che mi interessa, come dicevo, è il processo di banalizzazione e svuotamento che investe un personaggio pubblico, un personaggio che si fa portavoce di un messaggio: in questo senso, il settimanale Il mio Papa (il primo settimanale al mondo su Papa Francesco, come da sottotitolo) è un capolavoro.

Ora, prima di continuare, mi sembra doverosa un’altra precisazione: prendere brevemente in considerazione il primo numero di questa rivista non è un’operazione del tipo «Hei! Un giornale tutto dedicato al Papa! Una roba di chiesa! Quant’è trash! Demoliamolo!», un’operazione che non mi interessa affatto (e, per inciso: continuo a pensare che sia più pericoloso socialmente un lettore di Tv Sorrisi e Canzoni o di Quattroruote). Il mio Papa, per alcune sue caratteristiche, mi pare vada oltre, e come prodotto penso che potrebbe risultare offensivo anche per un cattolico credente e praticante.

“Chi siete voi, chi siamo noi”Il mio Papa è una pubblicazione targata Mondadori che si presenta come un settimanale diretto da Sandro Mayer: grafica semplice e obsoleta, grandi titoli, molto spazio dedicato alle fotografie. Il direttore responsabile, però, non è Sandro Mayer, ma Aldo Vitali, che si presenta e presenta così la rivista nell’editoriale del primo numero, dal titolo “Chi siete voi, chi siamo noi”:

Non so da dove cominciare (…) Posso solo immaginare che se state leggendo queste righe vuol dire che abbiamo una cosa in comune: l’ammirazione e l’affetto profondo per papa Francesco (…) che in dodici mesi ha conquistato tutti e che (…) quando parla, si esprime con parole semplici e con esempi facili da capire, e certe volte ho l’impressione che si rivolga proprio a me, che parli dritto al mio cuore.

Ecco qui le parole chiave, secondo me: tutti e semplicità. Combinate insieme hanno un effetto esplosivo: perché il Papa piace a tutti? Perché parla semplice. Come posso fare a essere come tutti? Apprezzando il Papa e – se possibile – prendendo i suoi messaggi e semplificandoli ancora di più: più semplifico, più il Papa piacerà. E, nonostante il primo articolo del giornale inizi proprio dicendo che “Non c’è mai nulla di scontato nelle omelie che il papa pronuncia ogni giorno durante la messa mattutina”, tutta l’impostazione della rivista sembra suggerire l’esatto contrario: foto del Papa sorridente in mezzo a cartelli che dicono Papa ti vogliamo tanto bene! o W Papa Francesco!; didascalie in cui anche gesti assolutamente normali per un pontefice vengono spacciati per straordinari: un esempio per tutti, “Il Santo Padre non manca mai di abbracciare i piccoli che i genitori gli porgono”.

La parola tutto compare numerosissime volte: “Vescovi da tutto il mondo”, “Francesco vuole che partecipino tutti attraverso la preghiera”, “Un saluto per tutti”, “Tutti i pellegrini italiani e stranieri”, a suggerire un’esperienza totale, generale, condivisa, e per questi motivi giusta e meritevole di attenzione. E poi la semplicità, come si diceva, che si incarna in (quasi) tutti i gesti del Pontefice, con effetti anche comici: un articolo è dedicato al bambino presente all’udienza generale del 26 febbraio, a cui è stato portato travestito da Papa. Nella foto con Bergoglio il bimbo piange disperato, non bastasse il già infelice titolo del reportage: È Carnevale, mascheriamoci per il papa. Oppure, qualche pagina più avanti, una serie di nove scatti sul vento che fa volare via la papalina (“Il vento, intanto, non si placa. Soffia, anzi, con entusiasmo ancora maggiore”): imperdibile l’ultima foto in cui il Pontefice ha la faccia completamente coperta dal coprispalle della tonaca che si alza per via del vento.

Per finire con il doppio poster delle pagine centrali: su uno dei due lati, il Papa è fotografato mentre alza il pollice facendo il gesto dell’ok verso la camera: la mutazione finale di Bergoglio in qualcosa di simile a Fonzie di Happy Days, con piena aderenza tra il Papa Bergoglio e il personaggio Papa Bergoglio.

Non a caso, nelle pagine finali, ci sono le rubriche dedicate agli appuntamenti in cui il Papa comparirà in televisione e un articolo dedicato all’account su Twitter di Francesco: ridotto, sminuito, banalizzato e semplificato anche grazie a operazioni come Il mio Papa, qualsiasi messaggio di Bergoglio (così come potrebbe accadere per il messaggio di chiunque) è perfettamente sintetizzabile in 140 caratteri, pronto a essere commentato o condiviso – o semplicemente letto in pochi secondi – così come accadrebbe per quello di un qualsiasi vip che commenta l’ultima notizia del giorno o il piatto appena consumato al ristorante.

 

 

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Francesco Sabaini ne dice: Max fa il giornalista e, forse meglio, lo scrittore. Parallelamente svolge la professione di Grande Censore della Canoscenza sui social netuorcs, specialmente quando si lancia nei suoi strali di una lunghezza cosmica, che ti viene voglia di tagliarti la gola da solo prima della metà. Poi, quando ci bevi le birrette a Veronetta, mescola divinamente la succitata onniscenza con la classica attitudine veronese da bar. E tutto finisce al posto giusto. Uno che adora i Massimo Volume allo stesso modo dei Pantera, per dire. Scrive "Tumbleweed".