Ovvero, del motivo per cui se seguirò la piazza della Cgil sabato, sarà per lavorare.

“La mia vita senza te
non è così diversa
faccio tutto un po’ più piano
ed ho tempo per me”

La mia vita senza te, TARM

Ho 26 anni, lavoro da 4 con regolarità e non ho mai avuto dalla mia parte nulla che somigliasse all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Il mio lavoro consiste nello stare molto sui giornali, perciò qualcosa riguardo Matteo Renzi, il Jobs Act, i sindacati e la riforma del mercato del lavoro ho dovuto ficcarmelo in testa. Il problema vero semmai è che quel qualcosa in testa non mi ci entra mentre preparo, contemporaneamente alle otto ore al giorno di lavoro, l’esame di Diritto del Lavoro, che è una delle materie più faticose e confuse dell’intero corso di Laurea in Giurisprudenza che vivaddio ormai sta per finire. E la mia è una storia come tante altre e non ha nulla di eclatante, di gente che smazza così ce n’è molta e c’è un sacco di gente che smazza peggio. Sono, io penso, in fin dei conti un privilegiato, perché sto riuscendo a fare il lavoro che mi piace e in qualche modo a pagarci pure un affitto.

Sabato 25 ottobre la Cgil scende in piazza per chiedere che le riforme del governo di Matteo Renzi non tocchino le garanzie tradizionali dello Statuto dei Lavoratori, quelle appunto dell’articolo 18 già pesantemente falciate da precedenti riforme come quella di Elsa Fornero. Io non ci sarò, ovvero se seguirò la manifestazione sarà, appunto, per lavoro. E vorrei provare a spiegare perché, mettendo in fila i motivi che mi vengono in mente.

Inizio col dire che il sindacato non ha mai fatto nulla per me. E vorrei essere molto netto: io amo il sindacato. Ho studiato cosa è stato il sindacato, nella storia; senza il sindacato, penso che il mondo moderno non esisterebbe. Sono una persona di sinistra e per me a livello vitale questa è una cosa molto importante, mio nonno era sindacalista e dai, ok, non continuo su questa strada ridicola; prendiamo per buono, se vi va, il fatto che io sia quanto di più lontano possibile dall’essere il tipo anti-sindacale che “ah il sindacato che schifo”.

Ebbene, la domanda è, perché il sindacato non è mai venuto a cercarmi? A chiedermi come sono le mie condizioni di lavoro? A propormi di firmare una tessera? Davvero, io questa cosa non me la spiego. Sindacalisti, cercatemi! Io pago volentieri una tessera del sindacato, avreste un iscritto in più, sareste più forti, avreste due braccia e due gambe a disposizione e soldi in più in cassa.

Come dite? Dovrei venire io a cercarvi? Ma l’ho fatto!

"Il Quarto Stato", Giuseppe Pellizza da Volpedo, 1901.
“Il Quarto Stato”, Giuseppe Pellizza da Volpedo, 1901.

Una volta mi sono iscritto al sindacato unitario dei giornalisti, e avrei anche rinnovato l’iscrizione se non fosse stato che per un anno il sindacato non ha proposto una attività che fosse una, o almeno non ha fatto in modo di portarla alla mia conoscenza; all’iscrizione mi hanno dato degli adesivi da mettere sul motorino dicendo “la municipale quando vede questi chiude un occhio” e infatti il giorno dopo il pizzardone mi ha fermato e mi ha multato perché avevo dimenticato la revisione del mezzo; inoltre quando sono andato per rinnovare la tessera avevano il bancomat fuori uso e, come dire, ci ho rinunciato.

E io al sindacato voglio un bene del mondo, pensa quelli che lo odiano.

Poi ogni tanto ho anche visto quel video di Massimo d’Alema, quello che ha girato tanto, del congresso del PdS del 1997, quello in cui D’Alema dice una cosa molto vera, cioè che è finito da trent’anni il mondo molto stabile in cui ci sono le sicurezze e tu lavori, ti iscrivi a partito e sindacato e via così, via andare. Adesso servono sindacalisti cazzuti come quello di “Tutta la Vita Davanti” che sì, è vero, fa un po’ l’infame e va a letto con l’amica di quella che ha mezzo mollato il pischello per lui e c’ha pure moglie e figli, ma ecco, fa la cosa che i sindacalisti dovrebbero fare, andare davanti alle aziende a prendersi le pernacchie perché per diecimila pernacchie trovi un iscritto in più, e poi strappi per lui dei diritti, lo aiuti a contrattare e a prendersi 20 euro in più al mese in busta paga e ferie e malattia, e piano piano, e piano piano si cresce. Io sono sicuro che è pieno di sindacalisti che fanno così, ma boh, davanti ai posti in cui ho lavorato non li ho mai visti, e manco davanti ai posti degli altri; magari passava una carina ed ero distratto io, possibile pure.

Insomma, il sindacato non fa il suo lavoro ed è tutto vero, è vero che tutela i già tutelati e non chi ha bisogno di tutele; e tutta questa roba che si sente spesso dire sul sindacato conservatore, nella mia esperienza è precisa al millimetro. “Ma non è vero”, direte voi, perché la manifestazione serve a difendere i diritti di tutti, perché l’articolo 18 lo vorrai anche tu prima o poi, o no? Cioè lo vorrai a un certo punto un contratto in cui c’è scritto: “Il presente dipendente, salvo che non inizi a dare di matto, in linea di massima da qui non schioda più; perché è bravo, ci avete investito sopra e se qualcosa non va potete sempre dirglielo e fidarvi di lui, mica insomma licenziarlo no?”. Che è l’articolo 18, appunto.

Bene, la domanda è intelligente secondo me, perché questa storia dell’articolo 18 parla dei miei diritti, dei diritti della mia generazione e dei lavoratori del futuro. Qui ci stiamo chiedendo: sono disposto io, siamo disposti noi, a rinunciare al famoso “diritto alla reintegra”?

La risposta è chiaramente complicatissima, la potrei riassumere con: per quanto mi riguarda sì, perché non penso che sia più quello il punto.

Io sono abbastanza convinto che esistano ancora i ricchi e i poveri, quelli più sfruttati e quelli che più sfruttano; sono sicuro che ci sia la precarietà e c’è la miseria, c’è di sicuro ed è sotto casa nostra e nelle nostre città. Parlare di diritto del lavoro significa andare a toccare i progetti di vita più intimi delle persone, quelle che magari, come me, la stragrande maggioranza, hanno sogni semplici: una casa, un lavoro, una famiglia. E quindi ci dobbiamo chiedere come possiamo far sì che le persone possano realizzare i loro sogni senza che l’ansia e la paura gli facciano franare la terra sotto i piedi.

In giro, ho sentito varie analisi su questa nuova modernità e sul mondo del lavoro nella società liquida. Per lavoro sono andato in un posto dove ho sentito dei discorsi che mi hanno sinceramente spaventato. Le analisi di quelli che ne capiscono raccontano di un mondo del lavoro che viaggia verso una trasformazione irreversibile, verso un mercato veramente globale, nel senso che raggiungerà ognuno di noi fin nelle nostre camere grazie al nostro computer, e questo significa che non ci sarà più fine alla concorrenza al ribasso, e che si potrà sempre trovare qualcuno, da qualche parte, che faccia lo stesso lavoro, che offra la stessa professionalità che possiamo offrire noi, ma alla metà del prezzo. Ho sentito dire che ognuno dovrà diventare imprenditore di sé stesso, che il proprio reddito arriverà dal proprio sostituirsi ai tassisti grazie ad Uber e agli albergatori tramite AirB&B, e tutto il resto arriverà grazie all’economia dello scambio, il neobaratto grazie al quale si potrà scambiare un’ora delle proprie competenze con un chilo di patate o un pranzo a casa di qualcun altro e brrr ragazzi, paura.

Un mondo in cui in definitiva tutto sarà marketing e il 60% del nostro tempo lo dovremo utilizzare per promuoverci, per campare, su questo invasivo marketplace globale dove la vita sarà davvero merce; e forse a quel punto rimpiangeremo il tempo passato a parlare di un articolo 18 che tanto non esiste già più.

Foto: Guido Mastrobuono / Flickr
Foto: Guido Mastrobuono / Flickr

Ora, io non so se queste sono analisi apocalittiche o se il mondo si sta veramente trasformando in questa direzione. Ci stavamo invece chiedendo se la mia generazione è disposta a rinunciare alle garanzie del lavoro stabile. Gente, io innanzitutto ho l’impressione che la questione sia già superata, perché le aziende fanno la loro parte e la loro parte è quella di alzare al massimo i margini di guadagno, e ci si trova nella spiacevole situazione del dover scegliere fra lavorare con un contratto cosiddetto precario o costringere le aziende ad usare contratti per loro esosi che, hey, ma chi glielo fa fare? Chiudono e vanno altrove, e così manco quel lavoro precario c’è più.

Sto eludendo la domanda, perché non c’è risposta convincente. Vuoi, volete rinunciare per sempre all’articolo 18? Che devo dire: in linea di massima no, ma non è che, dopo quel po’ di analisi che riesco a fare, io veda molte alternative nel medio e nel lungo periodo. Facciamo così: togliete l’articolo 18 e in cambio ci date quanto segue.

  • Un sistema di istruzione, università e formazione permanente per giovani e lavoratori di livello spaziale e sempre in salute.
  • Forme di sostegno sociale efficienti, efficaci, generose, sostenibili e sempre finanziate.
  • Garanzie fideiussorie dello Stato per l’acquisto della casa di abitazione, o edilizia popolare preferibilmente a cubature zero (leggi “espropria-quel-palazzo-vuoto” o “ristruttura-quella-caserma”).

Ecco, a queste condizioni, dell’idea di essere blindato nel posto di lavoro farei a meno; e più di me, che alla fine sono uno di quei “professionisti intellettuali” che sono sempre costretti ad aggiornarsi, credo farebbero a meno anche le figure professionali più tradizionali, e gli operai che ci sono, e ce ne sono tanti, che arrivano a sera il doppio più stanchi di quanto io non sia, visto che lavoro seduto o in giro a vedere e raccontare cose belle, sempre nuove e interessanti.

Ecco, e allora, quindi, esiste mica un sindacato che faccia una manifestazione per chiedere queste e altre cose, e non per difendere quel che c’è; per creare il futuro e non per conservare un passato già finito?

Copertina: Foto Diri.Gibile / Flickr

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".