Nonostante l’economia nel suo complesso sia una cosa estremamente complicata, le regole del mercato sono spesso abbastanza semplici. Ad esempio: c’è una grossa fetta di pubblico che ha delle esigenze non soddisfatte? Creare un prodotto ad hoc è la più semplice via di profitto.

Ma facciamo un passo indietro.
Come si sa il pubblico di riferimento per il lancio di nuovi prodotti, per la moda e lo sviluppo di nuove tendenze, è sempre stato quello dei giovani. Diciamo una fetta di pubblico abbastanza ampia, circa dai 16 fino ai 35 anni.
Dalla musica ai gadget tecnologici, dalle automobili all’abbigliamento: quando si esce dalla decade dei trenta, si inizia pian piano ad uscire dal target di riferimento dei produttori di questi oggetti, oltre che dagli obbiettivi della loro comunicazione.
Questa tendenza è abbastanza radicata e ha ragioni sia psicologiche che economiche, ad esempio i giovani sono più inclini a spendere (spesso perché i soldi non sono loro) e a tenersi più aggiornati in fatto di mode e nuove tecnologie. Di solito hanno una vita più attiva e dunque un maggior consumo. Hanno più tempo libero e dunque possono consumare beni superflui e svaghi.
Infine, e questo è un fattore importantissimo, quando si sono sviluppate le varie teorie sul marketing e il ciclo di vita di un prodotto, gli adolescenti e i giovani erano un fascia numericamente molto importante e in continua ascesa rispetto alle altre.

Tuttavia è facile rendersi conto che questa conformazione della società sta via via scomparendo.
Le regioni mondiali economicamente e tecnologicamente più sviluppate hanno una popolazione che invecchia sempre di più, sia come durata della vita, sia come rapporto fra giovani e anziani.
Non solo: i giovani fanno sempre più fatica ad accedere al mondo del lavoro e gli stipendi sono sempre più sproporzionati rispetto al costo della vita.
Si sono alzati i costi per l’istruzione e per il mantenimento di beni non essenziali.
In breve una situazione che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: la fascia più giovane della popolazione è sempre meno consistente a livello numerico, economico e produttivo, tutte caratteristiche che si spostano sempre di più verso le fasce più anziane della popolazione.

È giusto di qualche giorno fa la polemichetta di turno, nata e cresciuta grazie al bigottismo che contraddistingue il nostro amato paese, che ha messo in luce immediatamente le immense contraddizioni che si agitano sotto ad un mercato, quello dei dispositivi informatici, che non conosce crisi.

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Analizziamo la questione e le reazioni: le tariffe di MediaWord prevedono il pagamento di un servizio, che comprende un consumo di tempo per il commesso e il pagamento della professionalità (per quanto minima) necessaria a effettuare l’operazione. Non viene fatto cenno a nessun “servizio di consulenza informatica per anziani” eppure il commento con cui viene postata la foto mette subito l’accento su questa sfaccettatura: “A MediaWorld hanno deciso di fare cassa coi vecchietti. Io ora se mia mamma mi chiede di installarle Whatsapp le chiedo 10 euro.”

È ovviamente inutile commentare l’assenza di logica della frase precedente e analizzare il terribile mix di sentimenti nazionalpopolari; è piuttosto interessante vedere come la questione dell’analfabetismo digitale sia automaticamente legato alla terza età, pressoché all’unanimità.

Effettivamente questo è il dato forse più interessante che si può ricavare e che ci parla bene della nostra società. Consideriamo normalmente l’anziano come incapace a livello tecnologico. Già a 40 e 50 iniziano a rilevare una crescente inadeguatezza al linguaggio e al potenziale degli strumenti digitali.

Per contro lo sviluppo tecnologico, sia a livello software che hardware, continua imperterrito e non sembra misurarsi più di tanto con il cambiamento demografico e gli spostati equilibri economici. È ancora un mondo trainato dalle idee dei più giovani e che ha sostanzialmente essi stessi come consumatore tipico. Con una crescente dissociazione fra la diffusione di tecnologie pensate e sviluppate per una certa fascia di pubblico e un consumatore effettivo sempre più distante dal modello.

Certo, il consumatore più datato non ha la stessa rilevanza a livello mediatico della sua controparte più giovane, ma, quando si parla di profitto, è assurdo pensare che, presto o tardi, il mercato non si metta a sviluppare in maniera massiccia una tecnologia ottimizzata per questi utenti.

Questa previsione è inevitabile anche a causa di altre pressioni, create sempre dallo sviluppo tecnologico. Pensate ad esempio alla costante smaterializzazione di pratiche, documenti e comunicazioni dell’amministrazione pubblica.
La situazione rischia di diventare sempre meno sostenibile man mano che la comunicazione cartacea (a cui è inevitabilmente legata la fascia della popolazione che fa maggior ricorso alla funzione pubblica) scompare senza essere sostituita da un sistema digitale accessibile, semplice e completo.

Lo stesso problema nel campo della tecnologia medica: nei prossimi anni saranno sempre di più i meccanismi altamente tecnologici che saranno usati per monitorare e somministrare terapie per malattie croniche, statisticamente frequenti nella terza età.

Certamente nei prossimi anni lo scenario tenderà a essere variegato per quanto riguarda l’analfabetismo digitale delle fasce più anziane della popolazione (i cinquantenni di oggi saranno i settantenni di domani e via dicendo) ma è altrettanto inevitabile che questo segmento non sarà mai completamente aggiornato o in possesso della capacità per farlo in completa autonomia.

Di conseguenza, pensare e sviluppare una tecnologia elder-friendly dovrà essere un processo molto diverso dal design del prodotto attuale, con ritorsioni negative e positive.

1.La curva e il processo di apprendimento dovranno essere completamente rivisiti.

I cellulari consumer della fine degli anni 90 avevano manuali d’uso cartacei di qualche centinaio di facciate. Gli ultimi cellulari Android vengono forniti solo con un breve riassunto delle funzioni fisiche, della garanzia obbligatoria e dei rischi d’uso (tutte cose obbligatorie per legge).
Imparare a utilizzare le funzioni del proprio dispositivo è considerato un processo naturale, una volta interiorizzati i comandi di base (ad esempio tocco, scorrimento, pressione, ecc.).
Effettivamente qual’è il modello alla base dello smartphone? Quello della naturale predisposizione all’uso degli strumenti da parte dell’homo sapiens. È lo stesso concetto alla base della scimmia che trova un bastone e lo utilizza: gli ominidi e i loro antenati sono naturalmente predisposti all’uso di strumenti, quindi non hanno necessariamente bisogno di un manuale per apprendere l’uso, possono farlo tramite l’uso stesso. L’unico problema è che questa abilità può perdersi con il tempo e un buon design può (e dovrebbe) saper ovviare anche a questo problema.
La flessibilità mentale e la capacità di apprendere un nuovo schema di funzionamento non sono caratteristiche distribuite equamente nel corso della vita. È molto probabile che una tecnologia adatta ad un pubblico più anziano sia necessariamente più esplicita e studiata per guidare ogni passo, lungo tutta la vita dello strumento e non solo nel tutorial iniziale. In definitiva più invadente e pedante, ma sicuramente più accessibile. Questa può essere però una grande opportunità per il design che vuole rispondere alle esigenze umane, anche se è innegabile che le risorse necessarie per rendere le strutture più accessibili possano fortemente limitare altri utenti.

2.I dispositivi che permettono l’accesso ai vari servizi saranno sempre di più unici e integrati, oltre che più sicuri e personalizzati.

Non so se è un problema solo mio, ma, pur nel mio modesto stile di vita, sono sommerso da vari tipi di tessere magnetiche. Bancomat, tessera sanitaria, patente, badge universitario, quello del lavoro, la tessera della metro, quella della biblioteca…e via dicendo. Anche senza cadere nel circolo vizioso delle tessere fedeltà dei supermercati e dei distributori di carburante, è oggi quasi impossibile vivere senza qualche dozzina di chiavi di accesso fisiche per varie funzioni (spesso completamente digitalizzate). Se comincio a sentire già io la fatica (oltre a rilevare l’enorme spreco) di questi piccoli dispositivi, non oso pensare per qualcuno che potrebbe averne collezionati dieci volte tanti nel corso di una vita più lunga e deve ora gestirli.Semplificare queste funzioni al minimo è sicuramente un indice di maggiore usabilità (questo per tutti, non solo per gli anziani) e dovrebbe un obbiettivo primario quello di accorpare sempre più funzioni.
Ovviamente non è consigliabile perdere una tessera e non avere più nessun tipo di accesso ai propri dati e alla propria vita: contemporaneamente sarà necessario trovare un metodo sicuro, affidabile e a prova di inetto.
Chip sottocutanei e sistemi di riconoscimento dei tratti biologici potrebbero essere una buona accoppiata per permettere un accesso più semplice alle varie funzioni, anche se inevitabilmente sollevano dubbi morali e a riguardo della privacy (al di là delle minchiate dei cospirazionisti).

3.La tecnologia digitale sarà molto più user-based piuttosto che content-based.

È abbastanza evidente che, a partire dai primi due punti, non può che svilupparsi una tecnologia digitale molto più incentrata sui bisogni personalizzati dell’utente e sempre meno neutrale rispetto all’utilizzatore. In definitiva ora siamo ancora ad uno stadio in cui il software è un mezzo poco flessibile che permette lo scambio di informazioni in maniera sempre più veloce e ottimizzata, rimanendo sostanzialmente indifferente rispetto all’utilizzatore.
È inevitabile che la ricerca di una esperienza semplificata e ottimizzata per un utente meno abile, dovrà necessariamente livellarsi e adattarsi alle sue capacità, parlare lo stesso linguaggio. Oltretutto le informazioni e i dati prodotti e scambiati da questo utente saranno sempre meno attivi (un contenuto volontariamente creato o condiviso) e sempre più passivi (ad esempio la condivisione dei parametri vitali per monitorare la salute e intervenire in caso di urgenze).
Questo, sebbene sembri un dato positivo, nasconde in realtà il pericolo più grande: la creazione di microreti indipendenti che finiscano per avere esigenze e linguaggi troppo diverse per comunicare produttivamente fra loro. E questo in definitiva sarebbe un regresso rispetto alla possibilità di conoscenza, scambio di informazioni e di creazione di contenuti a cui ci ha abituato la rete. Dopotutto è il costante problema del linguaggio: finché è democratico e alla portata di tutti, tutti posso avere accesso alle stesse informazioni.
Ma, man mano che la materia si fa più complessa, diventa necessario un linguaggio specialistico, che finisce per escludere i non-specialisti dallo scambio e dalla conoscenza.

4.Il mercato tecnologico diventerà più conservativo, più monopolistico e più spietato.

E questo effettivamente ci riporta alla famosa foto condivisa da Selvaggia Lucarelli.
Chi riuscirà per primo a sviluppare una tecnologia elder-friendly e sopratutto troverà gli accordi necessaria ad appaltarla al settore pubblico avrà il monopolio del segmento di mercato per molti anni a venire. E uno dei punti più appetibili per un utente che può non avere le capacità o le energie mentali per effettuare una comparazione fra le proposte, sarà proprio il maggior quantità di funzioni e servizi fruibili tramite un solo apparato, spesso senza la capacità di valutare la bontà del prezzo offerto o gli inevitabili obblighi sottesi ad un contratto.
Contemporaneamente, all’apparire della concorrenza nel mercato, le strategie di marketing per scalzare il monopolista saranno pervasive e senza un attimo di tregua, interessante a conquistare tutto il mercato possibile prima che lo scenario muti di nuovo.Deprecare questo fatto è ovviamente inutile essendo inserito in una cornice capitalistica che lo rende inevitabile.
Semmai è utile pensare se possano esistere degli antidoti per evitare l’ennesima cannibalizzazione di una fascia di mercato che può essere debole a livello sociale e diventarlo economicamente, oltre ad arginare tutti i principi negativi che possono emergere.

Torniamo in effetti al lacrimoso post di accompagnamento alla foto. Le chiavi che scatenano la reazione di pancia sono due: “fare cassa con i vecchietti” e “mamma”. L’ignobile sfruttamento del più debole e l’ingresso di questo problema nella sfera familiare degli affetti.

Ovviamente non ci si poteva aspettare una riflessione più profonda, ma non è venuto in mente a nessuno che forse il problema è a monte?
Sebbene sia il classico problema da primo mondo, non è assurdo che non riusciamo a pensare a degli oggetti che riescano a essere utilizzati da una larga parte dell’utenza senza estreme difficoltà?
In definitiva la domanda continua a essere: quando inizieremo a costruire una tecnologia veramente adatta alle esigenze umane e non solo dei gadget scintillanti?
E quando esploderà la bolla dell’alta tecnologia adatta alle esigenze della terza età, cambierà qualcosa?

http://www.zerocalcare.it/2013/02/18/i-vecchi-che-usano-il-pc/
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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.