Quest’articolo è stato scritto da Sara Barbesi, ospite della rubrica CinemaScope di Marco Russo.

Il film di cui vi parlerò oggi è uno di quelli che mi capita spesso di andare a vedere un po’ per caso un po’ perché ne ho sentito parlar bene. Sapete quando durante un martedì sera qualunque che siete stanchi perché la settimana è ancora lunga e il solito aperitivo ha stufato e venite da un weekend impegnativo e così prendete e dite “ma sì, stasera filmetto, anche in soltaria”, giusto per staccare un po’.

Così mi sono fatta portare verso una cittadina sulle rive del mare, sulle coste settentrionali del Massachusetts, un posto di periferia un po’ grigio un po’ malinconico, dove la gente si sbronza per dimenticare i dispiaceri della vita.

Ed è proprio di questo che tratta il film, dei dispiaceri della vita. Non parlo di piccoli fastidi quotidiani tipo una calza smagliata o la sveglia che non suona e arrivi in ritardo, parlo di dolori insormontabili che ti prendono in pieno così, quando meno te lo aspetti, mentre stai vivendo la tua vita e un giorno capita proprio a te, uno fra tanti, una tragedia.

Questo film parla della morte che fa parte della vita e della vita che fa parte della morte.

Potrà sembrare un cliché, un argomento ormai inflazionato, ma non è così, perché tutti gli argomenti sono inflazionati se ci pensate, la differenza è saperli raccontare.

Ci sono cose di cui nessuno vuole mai veramente parlare e di sicuro le malattie e la morte sono fra queste. Come dice Joe Chandler, il fratello del protagonista interpretato da Kyle Chandler, “Qual è una bella malattia?”.

Forse una bella malattia è una di quelle curabili.

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Tuttavia ci sono altre cose che succedo e basta e nessuno ma dico nessuno può fare nulla né per migliorarle né per cambiarle. L’unica cosa che puoi fare quando ci sei dentro e ti senti soffocare è attraversarle, farti strada nella melma o abituarti ad essa.

«La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia!»

– Mahatma Gandhi-

Il pregio di questo film è di sicuro quello di saper raccontare le grandi tragedie della vita con naturalezza e normalità. Un racconto spoglio ma allo stesso tempo di grande spessore.

Dal punto di vista prettamente registico non ci sono virtuosimi o particolari finezze tecniche ma forse è proprio questo che ha voluto fare Kenneth Lonergan, mettere in primo piano la storia, la vita delle persone, che ci ha voluto raccontare restando dietro le quinte, quasi spettatore del suo stesso film. L’impressione per chi guarda è proprio quella di essere davanti ad una finestra sul mondo reale. Un mondo che continua a scorrere inesorabilmente qualunque cosa accada, anche il più terribile degli eventi.

Insieme al tema centrale, che è quello della morte dei propri cari, viaggia parallelo quello dell’amore per essi. Quell’amore incondizionato per i genitori e per i propri figli e fratelli che ci porta a soffrire tanto quando uno di loro se ne và. Un dolore che arriva a prescindere dal rapporto che si aveva e che ci rende davvero tutti uguali di fronte alle legge della natura.

Come diceva il grande Totò è come una livella.

Il tema del lutto viene trattato da un punto di vista assolutamente laico. Non vi sono riferimenti religiosi di alcun tipo e l’intera narrazione rimane ancorata al sentimento umano nella sua “materialità”, al dolore che trova conforto solo nella compagnia altrui e non in pensieri o attività che si rivolgono al mondo metafisico.

Questi film sono quelli che prediligo. Non quelli tristi intendiamoci, ma quelli che parlano dell’animo umano e lo fanno con semplicità e torno a dire normalità. Perché in questo mondo che mira sempre di più alla perfezione e non solo estetica, spesso ci dimentichiamo che siamo umani e siamo prima di tutto fatti di sentimenti con cui ci troviamo a convivere ogni giorno e che tutti quei sorrisi bianchi e plastici non rappresentano minimamente la nostra quotidianità e la nostra intera esistenza fatta invece di cose “normali”, come normali sono le malattie e la morte.

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Ho amato questo film perché un po’ come tutti i film tristi è catartico e liberatorio ma anche perché ha avuto il coraggio di affrontare un tema difficile senza risultare stucchevole o esagerato.

Un film di contenuto più che di immagini che, pur rimandendo sui toni pallidi del grigio in tutte le sue sfumature, sono dirette a trasmettere un messaggio che arriva forte e chiaro. Guardandolo ti ritrovi con le guance rigate dalle lacrime senza nemmeno capire come sia potuto capitare perché nulla è assolutamente enfatizzato. Anzi, a tratti la sceneggiatura risulta anche sarcastica ed ironica come a ricordarci che l’unico modo per scoffiggere la morte è quello di farsene beffa.

Tendenzilamente non sono una persona a cui piace raccontare la trama di un film perché penso che non abbia molto senso conoscerla prima di averlo visto (così come fanno alcuni trailer che non gurado mai) e quindi non lo farò nemmeno ora. Credo che se una pellicola sia ben fatta la trama debba risultare semplicemente funzionale al messaggio che il film vuole trasmettere che potrà essere di ogni tipo anche puramente intrattenitivo.

In Manchester by the Sea si racconta semplicemente uno spaccato di vita quotidiana senza grandi colpi di scena ma attraverso frequenti flashback che rendono più dinamica e interessante la narrazione.

E’ un film per sottrazione in cui il protagonista indiscusso Case Affleck recita in modo quasi inespressivo interpretando il ruolo di un uomo che ha dovuto accantonare l’aspetto emotivo della sua vita per sopravvivere. La forze di questo personaggio è forse quella di riuscire a rispecchiare anche in piccola parte la vita di ognuno di noi.

Kenneth Lonergan, regista e fine cineasta, cui si deve riconoscere il merito di aver scritto e diretto il film, è riuscito, senza escamotage ma applicando il principio del “less is more”, a far si che lo spettatore si identificasse nella vita dei personaggi.

Dopo l’accadimento di un evento drammatico tutto continua come se nulla fosse.  I ragazzini come ogni giorno vanno a scuola e poi a giocare a hockey e gli adulti a lavorare, e un po’ si fa finta di niente, perché per certe cose non ci sono parole.

Ognuno di noi ha il dovere di stare in piedi e non mollare di fronte alla crudeltà della vita che può comunque continuare ad essere vissuta perché ricca di momenti di gioia. Infatti, questa felicità si ritrova proprio nelle piccole cose “normali” della quotidianità. Si sceglie di andare avanti ed avere il coraggio di essere felici nonostante tutto.

La morte è una cosa che quando si sperimenta troppo presto nella vita ti spezza il cuore prima del tempo e ti cambia radicalmente anche in positivo perché diventi empatico con il mondo e con gli altri essere umani e diventi più conscio della tua mortalità.

So che è un argomento di cui nessuno ha mai voglia di parlare e forse l’unico modo per farlo è quello di farlo e basta. Non so se io ci sono riuscita ma di sicuro il registra di Manchester by the Sea si.

Perché alla fine cos’è il cinema se non l’arte che parla all’uomo di se stesso?