So già che qui la prenderò un po’ larga e di questo chiedo scusa in anticipo.

Innanzitutto, perché parlare di Maleficent e non di film più impegnati tipo, che ne so, Maps to the Stars (assolutamente consigliato)? Vi confesso che in realtà quest’ultimo prodotto della Disney rappresenta per me un ottimo pretesto per introdurre un tema che avevo intenzione di trattare già da molto tempo e che negli ultimi giorni si è imposto prepotentemente quale uno dei più accesi argomenti di discussione, soprattutto sul web.

Dunque, come tutti sapranno Maleficent è una sorta di reboot del classico d’animazione Disney La bella addormentata nel bosco, a sua volta tratto dalla celebre fiaba di Charles Perrault che tutti conosceranno praticamente a memoria. Ora: confrontarsi con un classico del cinema è sempre una scommessa, che il più delle volte si conclude con esito negativo. Non tanto perché negli ultimi anni la qualità media dei remake e dei reboot sia mediamente scadente (anche se effettivamente è così), ma perché un prodotto che in qualche modo cerca di reinterpretare o rielaborare una materia classica si troverà sicuramente a dover fare i conti con la categoria di cinefili più insulsa e incompetente che ci sia: i fan nerd sfegatati. Ecco, lo dico sin da subito anche a costo di sembrare qualunquista: per come la vedo io, i nerd, in un modo o nell’altro, sono la rovina del cinema. Perché di tutte le sfaccettature intrinseche ad un film, di una fotografia realizzata magistralmente, delle motivazioni che portano ad adottare un’inquadratura ravvicinata piuttosto che un campo lungo; di tutti questi aspetti generalmente ad un nerd non frega nulla. Un nerd pretende esclusivamente che la trama del film sia uguale spiaccicata a quella dell’opera prima, libro o fumetto che sia. In altre parole, quando un nerd si approccia visivamente ad una pellicola tende a porre l’attenzione sul cosa e non sul come. Basti pensare che il regista più apprezzato dai cinefili nerd e in particolare dai lettori sfegatati di fumetti sia Christopher Nolan che, dopo aver preso il Batman dei fumetti e averlo spiaccicato pari pari sul grande schermo senza modifiche di sorta, si è accaparrato la stima da parte di tutti i fan puristi del supereroe. E, sebbene i tre film de Il cavaliere oscuro siano piaciuti moltissimo anche a me e come blockbuster d’intrattenimento facciano alla grande il loro sporco lavoro, bisogna prendere atto che, per quanto tale trilogia abbia avuto successo, recuperare una vicenda tratta da un prodotto letterario e spiaccicarla sulla pellicola senza conferirne un taglio personale sia una scelta poco artistica e assolutamente anticinematografica. Strada che, sulla scia del successo di Nolan, è stata portata avanti da altri registi di dubbia bravura (vero Marc Webb?), ma comunque idolatrati dai nerd di tutto il mondo. Insomma, un libro (così come un fumetto) è una cosa. Il cinema è un’altra. Così come, ovviamente, una scena che rende bene sulla carta stampata quasi mai potrà avere una valenza artistica sul grande schermo. Questo è un concetto così ovvio ed elementare che quasi mi sento in imbarazzo nel ribadirlo.

Ok, ma tutto questo cosa c’entra con Maleficent? Ora ci arrivo.

Maleficent parte dal presupposto che riproporre una storia trita e ritrita facendo leva unicamente sull’utilizzo di effetti speciali sarebbe stata una mossa quasi certamente fallimentare. Per questo motivo gli sceneggiatori decidono di fare un qualcosa di diverso: rielaborano. Prendono a prestito elementi sia da La bella addormentata nel bosco che dall’opera originale di Perrault, ma modellano l’intera vicenda in modo da giungere fondamentalmente ad un qualcosa di diverso. In altre parole, Maleficent è un prodotto LIBERAMENTE ISPIRATO al film d’animazione del 1959. O, se anche questa definizione vi reca disturbo, mettetela così: Maleficent non c’entra assolutamente nulla con La bella addormentata nel bosco che tutti conosciamo. È un altro film e un’altra storia, con un protagonista diverso, una diversa morale e (manco a dirlo) un finale inedito.

Che cosa è successo quindi? Come da copione, dal giorno di uscita del film nelle sale i fan puristi del classico Disney hanno cominciato a sbizzarrirsi sui social network gridando allo scandaloso stravolgimento della materia originale e altre cazzate simili. Tutto questo, sia chiaro, non perché il film fosse di per sé brutto, ma per il semplice fatto di non essere “fedele all’opera originaria”.

In realtà, gusti personali a parte, Maleficent è un buon prodotto. Vi dirò, io che ricordavo davvero molto poco de La bella addormentata del bosco e che praticamente nulla sapevo sulla fiaba originale di Charles Perrault, l’ho trovato un ottimo film. E dico ottimo perché, al di là dello script (che pure è validissimo), questa è una pellicola che riesce a prendere ed intrattenere lo spettatore come pochi altri titoli usciti negli ultimi mesi, per di più senza dover ricorrere ad esplosioni o tamarrate allucinanti in stile Michael Bay. Apro una parentesi. I film che veramente mi sono ritrovato ad amare nel corso degli anni non sono quelli che proponevano trame “fiche” e articolate, ma quelli le cui sceneggiature erano le più semplici. Proprio perché (parere mio personale) ciò che riesce a far leva sul coinvolgimento emotivo del pubblico non dev’essere tanto la vicenda in sé, ma tutto il resto. Per fare un esempio, uno dei film che negli ultimi mesi ho amato follemente è Gravity, non tanto perché si tratta di un film con una trama incredibile (difatti Gravity si basa su due astronauti sperduti alla deriva nello spazio che devono tornare sulla Terra: roba che più semplice di così si muore) ma per via del coinvolgimento emotivo e per la suspense che quella regia fantastica è stata capace di trasmettermi. Su questo mi sento molto vicino al pensiero di Sergio Leone, secondo cui il cinema deve prima di tutto intrattenere e poi fare tutto il resto (ovviamente tralasciando quei film volutamente anti cinematografici e hollywoodiani come il Cosmopolis di Cronenberg). Gravity verte su una metafora (stupenda), ma è innanzitutto un film d’intrattenimento. Maleficent è una storia d’amore con tanto di morale indirizzata ad un pubblico adolescente (e anche su questo ci sarebbe da discutere), ma è soprattutto un prodotto escapista. Chiusa parentesi.

Arriviamo (finalmente) a Maleficent.

Quest’ultimo lavoro firmato Disney verte interamente, in maniera abbastanza inaspettata ed originale, sul ribaltamento dei ruoli. In altre parole, Maleficent è un film che vuole giocare con le figure canoniche della fiaba e rovesciarne i compiti all’interno della vicenda, talvolta anche in maniera tutto sommato comica. Non perché agli sceneggiatori andasse di fare così, ma perché questa era la strada più intelligente da percorrere per conferire un messaggio nuovo (e, se volete il mio parere, più valido) rispetto a quello a cui siamo abituati, e di cui francamente ci siamo anche un po’ seccati. Tanto per cominciare (e qui arriviamo al punto centrale del perché i nerd non abbiano digerito questo film) Malefica è buona. E se da una parte questo stravolgimento poteva porre il problema di come giustificare il maleficio lanciato dalla stessa strega ai danni della neonata Aurora, dall’altra le motivazioni date nel corso della trama appaiono inaspettatamente convincenti e verosimili. A tal proposito, la struttura narrativa è pulita, lineare e del tutto esente da buchi di sceneggiatura, il ché favorisce non poco l’immedesimazione dello spettatore nei panni del personaggio protagonista che risulta praticamente impossibile non compatire e non amare. Malefica è un personaggio che funziona in tutto e per tutto e col quale è davvero facile entrare in sintonia. E quando dirigi un film e raggiungi questo obiettivo, sei già a metà dell’opera.

Ma arriviamo al sodo: il film dura cento minuti e non annoia mai. Le poche sequenze dedicate alle scene d’azione non hanno nulla da invidiare alla maggioranza dei cinecomic di nuova generazione (perlomeno quelli che ho visto io). I primi venti minuti di pellicola, in particolare, trasportano immediatamente lo spettatore all’interno della vicenda e le dinamiche che intercorrono tra i vari personaggi sono spiegate sin da subito in maniera chiara e mai banale. Il tutto, essendo un film Disney, è ovviamente accompagnato dai giusti toni fiabeschi, che contribuiscono a conferire intensità ad un finale che in tutta sincerità era difficile aspettarsi così bello e toccante.

E poi c’è Angelina Jolie che è francamente detestabile ma che nei panni di Malefica risulta semplicemente perfetta. È uno di quei casi in cui tra attore e personaggio si crea un connubio in grado di dare ad entrambe le parti una marcia in più: Angelina Jolie raramente è sembrata così a suo agio come in questa interpretazione e, d’altra parte, Malefica sembra un vestito cucitole apposta su misura. Il tutto va ovviamente a beneficio dell’intero prodotto.

Quanto agli effetti speciali e alla messa in scena, che fanno da padroni per buona parte del film, vi basti pensare che il regista è Robert Stromberg che altri non è che lo scenografo di Avatar e de Il grande e potente Oz. E se è vero che ad un certo punto della pellicola si ha la sensazione di essere immersi nella CGI, va detto che la stereoscopia è realizzata davvero con cura. Ma soprattutto, per una buona volta, il film è realizzato con una fotografia nitida e pulita senza che sia fatto ricorso a filtri nauseanti in stile Instagram.

In definitiva, è difficile trovare difetti in questo Maleficent se non forse per qualche breve momento di stallo che verso la parte centrale spezza un pochino il ritmo. Sia chiaro, nulla in confronto a The Amazing Spider-Man 2 (non chiedetemi perché abbia visto quella roba), per capirci.

Un film che, ad ogni modo, se si fosse chiamato con un altro nome avrebbe ricevuto gli applausi da un pubblico molto più vasto.

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".