Ci sono film belli e film brutti. Così come ci sono film carini o semplicemente gradevoli che però ti toccano sul personale e allora per te diventano dei capolavori. Oppure ci sono quei film che portano con sé elementi innovativi di portata tale da risultare mal riusciti alla gran parte di pubblico, anche se in realtà meriterebbero considerazione ben maggiore. Ecco, qui non stiamo per addentrarci in nessuno di questi casi. Perché Lovelace è molto semplicemente un film brutto, fatto con parecchi soldi e poche idee.

Potremmo semplificare dicendo che Lovelace è un film di merda ma sarebbe un discorso che lascia il tempo che trova. Perché il fatto che le intenzioni di partenza fossero le più nobili del mondo non toglie che di problemi in questo film ce ne siano a palate, sia sul lato tecnico che in quello della sceneggiatura.

Dunque, andiamo con ordine. Di cosa tratta Lovelace? Il film racconta la storia travagliata della famosa pornodiva protagonista del cult La vera gola profonda, dal rapporto col marito da cui subì diversi tipi di molestie alla scalata nello sregolato ambiente pornografico. Lovelace, in altre parole, è un film che vuole prendere in mano un tema e affrontarlo senza pregiudizi di sorta e in piena libertà espressiva.

Bene. Primo imperdonabile difetto del film: il sesso qui non viene mai mostrato. Ma proprio al massimo si vede un capezzolo ogni tanto, per il resto è tutto affidato all’immaginazione. A questo aggiungiamoci che la vicenda sembra collocarsi in un mondo fantasioso, dove i party organizzati dai magnati dell’industria pornografica si distinguono per eleganza e assoluta sobrietà. Nessuno beve un bicchiere di troppo, a nessuno salta in mente di tirare una striscia di coca. E ancora, se da una parte Lovelace vorrebbe raccontare le violenze subite da una giovane pornostar emergente, dall’altra solo mezza volta per tutto il film si intravede qualche goccia di sangue sul viso della Lovelace pestato dal marito (e vi dirò, per un emofobico come me questo non è un aspetto del tutto negativo). Insomma, qui non si parla nemmeno di tagli imposti dalla produzione ma di una precisa volontà di ridurre al minimo immagini potenzialmente forti da un punto di vista narrativo. Emblematica, a tal proposito, è la scena in cui regista e produttore visionano un filmato porno amatoriale dove la stessa Linda Lovelace pratica una fellatio. L’inquadratura si sofferma per un paio di minuti sulle espressioni incredule e arrapate dei due, mentre allo spettatore non resta altro che rammentare l’ultimo porno visto su internet per recuperare una qualche sensazione di pathos. Ecco: quando passaggi narrativi così importanti vengono affidati ai dialoghi piuttosto che alle immagini, molto semplicemente per me non si sta facendo cinema (perlomeno valido). Ma al di là di questo, è palese che realizzare una biografia su una pornostar senza che venga mostrata alcuna scena di sesso è un qualcosa di ridicolo che mai avrebbe potuto funzionare. Questo è praticamente Star Wars senza effetti speciali. Il ché potrebbe dare il via a svariate discussioni sul quanto le serie televisive abbiano ormai surclassato il cinema in termini di libertà di immagini e contenuti, ma non sarò io a parlarne visto che le serie tv che ho visto in totale nella mia vita si contano sulle dita di una mano.

Ora, la sceneggiatura. Il film è spaccato in due: nella prima parte viene raccontata la scalata al successo di Linda Lovelace e il suo rapporto bellissimo e armonioso col marito Chuck utilizzando un punto di vista narrativo che ha tutta l’aria di essere onnisciente e oggettivo; nella seconda parte PAM, il nastro si riavvolge e viene ri-spiegato come Linda Lovelace sia riuscita a raggiungere l’apice del successo nel mondo della pornografia e del suo rapporto (che tutt’a un tratto pare non essere più tanto bello e armonioso) col marito Chuck, questa volta attraverso un nuovo punto di vista che è ancora più onnisciente di quello di prima. Tralasciando quest’ultima cagata (su cui proprio non ho voglia di soffermarmi), la morale della favola è che il secondo tempo è tremendamente noioso: ti ribecchi tutto ciò che ti era già stato mostrato nella prima parte di pellicola (e non è che neanche lì fosse chissà quanto interessante ‘sto film) con l’aggravante che ciò che avevi visto fino ad allora spendendo circa tre quarti d’ora della tua vita viene preso e buttato nel cestino. E vabbè, è anche vero che quarantacinque minuti non cambiano la vita a nessuno. Però prendi un Lovelace oggi, prendi un Limitless domani e alla fine ti ritrovi impreparato alla sessione d’esami senza sapere come le tue giornate siano volate via.

Che poi, al di là del risultato, l’errore di fondo del film sta nel soggetto. Perché se Lovelace  vorrebbe essere un pugno in faccia al bigottismo e raccontare una vicenda nota a tutti ma da un punto di vista meno perbenista e superficiale, allora proprio non si capisce come il film possa chiudersi con la protagonista che finisce a fare la casalinga piccolo borghese, proprio come mamma e papà (i primi a giudicare ingiustamente la stessa figlia) avrebbero voluto. Insomma, con un finale così cretino il film perde di qualunque efficacia.

La regia poi non è che sia brutta, è che proprio non si vede. Cioè, Epstein e Friedman non sono riusciti in alcun modo a dare un’impronta registica chiara a questo loro lavoro. Per non parlare dei molti campi-controcampi che sembrano diretti peggio dei video amatoriali che circolano su YouTube.

I personaggi invece, molto semplicemente, non esistono. Di lei non si conosce fondamentalmente nulla se non che sia una ragazza acqua e sapone la cui caratterizzazione è dettata unicamente dal fatto di non voler togliere il reggiseno nemmeno mentre prende il sole in cortile per non disobbedire alla madre chiesarotta. Lui è molto semplicisticamente un falso bastardo. Punto. I genitori sono i classici stereotipati bigotti e repressivi. Fine. No, davvero, questo film non funziona proprio.

Quanto alle interpretazioni: c’è Amanda Seyfried che sì, okay, è brava e regge bene i panni della protagonista. Ha uno sguardo da ragazza svampita che si sposa molto bene col personaggio di Linda Lovelace, in particolare quando si tratta di rivelare i maltrattamenti subiti dal marito. Poi c’è James Franco che proprio no. E Peter Sarsgaard che francamente mi pare interpreti sempre lo stesso personaggio dai tempi di Boys Don’t Cry: quell’espressione si è messo in testa e quella gli è rimasta.

A conti fatti, quindi, Lovelace è un film sbagliato e anche un po’ paraculo. Che poi sia stato uno dei più interessanti distribuito nelle sale durante la Festa del Cinema, questo è un altro paio di maniche.

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteSilvio Berlusconi alle elezioni europee è meglio di Breaking Bad
Articolo successivoPerché gli hashtag non sono quasi più degli hashtag
Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".