Ci sono un paio di cose che sicuramente avrete intuito mi piacciono molto oltre al cibo. Una sicuramente sono le persone. Amo dire delle persone che sono la mia droga. Ammetto che esiste una connotazione negativa, ma lo faccio solo per darmi un tono. Per fare quella un po’ rock che tende all’autodistruzione.

Io ho cominciato a notarlo, che spesso scrivo nomi di persone reali e conosciute e che a tante di queste persone dedico quello che scrivo e trovano spazio fra le righe, in un modo o nell’altro. Quindi non vi dispiacerà se vi parlo di Giacomo. Per gli amici Jack.

Sapete quelle persone che mangiano tutto, ma proprio tutto, anche quello a cui sono tendenzialmente intolleranti o il quale fisico non prende troppo bene? Jack è una di quelle. Ed è, se devo proprio fare due calcoli e prendere due misure, il mio ospite a cena preferito.

Non mi dilungherò sul fatto che non sa cucinare nulla. E non cerchiamo eccezioni stupide tipo la pasta al tonno o la tortilla (è il suo caso). Lui non sa cucinare e basta e va bene così.

Mangia quello che gli proponi con un equilibrato e misurato entusiasmo. Mangia, a tratti, in silenzio. Se quello che mangia gli piace, più in silenzio ancora. Sicuramente più di me. Ma non ci vuole molto.

Non sfrantuma i maroni con commenti sul cibo. Ah, gioia! Mangia e basta! Non mette da parte le cose verdi nel piatto, non snobba i cibi a base di animali e derivati, non evita latticini, lieviti, glutine, glutammato, aspartame come se facesse una staffetta al salutismo. Beve birra e caffè, quando ne ha voglia, come ne ha voglia.

Mi riporta alla mia educazione, del mangiare tutto quello che si ha nel piatto e tutto quello che c’è a disposizione. Della gratitudine per chi ha cucinato. Mi libera da quell’immagine indelebile di mio padre costantemente insoddisfatto dei nostri pasti familiari, di mia madre lentamente disinnamoratasi della cucina. Mi fa pensare al mio nonno, dagli occhi come i miei, che sedeva a tavola e qualsiasi cosa avesse nel piatto l’accettava di buon grado. Anche quella volta degli spaghetti stracotti, perchè mia mamma era troppo piccola per cucinare ma doveva farlo perchè era l’unica che poteva.

E sapete, il Natale vede davanti a sè una serie infinita di inviti a tavola per le festività, che sono già cominciati certo, e non finiranno almeno per un mese buono, e quindi uno ci pensa al coinvolgimento emotivo e fisico e relazionale di questo rito del sedersi a tavola. Molte volte, con più persone, tutte diverse, in un solo mese. I colleghi, la famiglia, la tua e quella del partner, gli amici, i tuoi e quelli del partner, la pizza della squadra, la cena solidale del gruppo di volontariato, gli auguri con quelli dell’associazione culturale. Ed è sempre un ricominciare, in questa condivisione di cucinare e poi mangiare e bere, via una dopo l’altra, pranzi, cene, persone, discorsi, vuoto e dispersione o calore umano e allegria, mani sulle spalle, carezze, strette di mano, baci, contatti corporali che non pensiamo. Un boccone di questo, con la forchetta, spezzato con le mani, traballante sulle bacchette, un morso di quello, croccante, morbido, friabile. Ed è bello, ha un suo moto costante, mandato avanti con un’inerzia conosciuta, di maglioni con le renne e lucine sugli alberi verdi sintetici, del siamo tutti più buoni e del pandoro inzuppato nel caffelatte.

 Lo amo, in un certo senso, con le sue imperfezioni, lo amo profondamente.

E manca solo quella cosa, dell’essere tutti Jack. Del non concentrarsi troppo su quello che mangiamo, per una volta, chè tanto in questo periodo mangiamo e basta. Del notare, come succede dopo un lungo periodo di piccole e quotidiane meditazioni, con una percezione acuta, le cose piccole che girano intorno al cibo, soprattutto delle persone. Notarle come le gocce residue sulla pelle quando spegni il getto della doccia.

Jack è un grande amico, e anche ispirazione, tranne in cucina. Ecco perché ho parlato di tutto tranne che di quella forse. Mi spiace solo che non beva vino, è l’unica cosa che gli rimprovero un pochino.

E basta, non c’è molto da dire, ognuno capirà da sè.

Buone abbuffate natalizie.


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Giacomo Mozzo ne dice: Caterina è sempre in grado di sorprenderti. Talvolta si annuncia per una birretta serale, ma non la vedi proprio arrivare. Altre volte promette una cena nella sua splendida casa, ma sul più bello salta tutto. Sarà che lavora troppo, sarà che è sempre in giro. Sarà che ha semplicemente troppi interessi da seguire, troppe amicizie internazionali da assecondare...Quando però avete la fortuna di passare del tempo con lei, rimarrete sorpresi pure dalla sua straordinaria carica di entusiasmo ed affetto, nonché estasiati da tutto ciò che, con amore e dedizione, è in grado di cucinare. Vi invito caldamente a seguirne i consigli culinari. Non ve ne pentirete. Mi ha insegnato che in cucina si può girare il mondo e navigare l'animo umano. Scrive It's a piece of cake.