Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età,
dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…

Due o tre persone che mi conoscono molto bene resteranno colpite dal fatto che riprenda a muovere gli irrequieti passi di questa rubrica con un testo di Francesco Guccini. Settembre – anche se qualcuno lo ha definito il lunedì dell’anno – è proprio un bel mese; questo che sta volgendo al termine è stato ancora più interessante per una serie di coincidenze che si sono presentate a poca distanza. Al termine di questa successione ho ritrovato il ricordo di una lezione appresa ai tempi del liceo e che può risultare utile a chi, nell’estrema concitazione in cui siamo spesso immersi, vuole invece ragionare con mente aperta.

Ma andiamo per gradi, giusto, perché sennò qui non ci capiamo niente…

Prima coincidenza: Sono circa due mesi che l’Isis non rivendica cose, agosto è passato più o meno silenzioso e siamo arrivati a metà settembre celebrando i 10 anni della scomparsa di Oriana Fallaci. Già prima di questa ricorrenza alcuni giornali avevano impugnato alcuni testi, scritti dalla giornalista fiorentina sull’Islam all’indomani degli attacchi dell’11 settembre, presentandoli come profetici e attualissimi. La grandezza e complessità di una delle più grandi autrici d’Italia è stata ridotta a un ruolo di Cassandra che oggi – per quanto lei stessa se lo sia cucito addosso – non credo le farebbe molto piacere. Come ha sottolineato Roberta Scorranese, a 15 anni di distanza dall’attacco al WTC «l’umore massimalista e inflessibile dei social network ha dunque recepito con naturalezza (quasi con un senso di affinità) “l’ultima Fallaci”, quella del rigore intransigente, consapevolmente coltivato dopo l’11 settembre, quando scelse di schierarsi dalla parte dell’Occidente con una furia cieca eppure lucida».

Adattare a martellate e piegare l’intera, intensa, parabola di una vita come quella di Oriana Fallaci per farne il portabandiera di una visione manichea del mondo, (dell’Occidente contro l’Oriente, del bene contro il male) mi è sembrato non solo un torto immenso nei confronti della diretta interessata ma anche un pericoloso affondo che viene fatto alle nostre intelligenze, non volto a farci ragionare e capire la realtà in cui viviamo, ma a disseminare altra paura e diffidenza; una sorta di pazza cura omeopatica. Ho cercato quindi una risposta e un rimedio.

Seconda coincidenza: A settembre ricomincia la scuola, i bambini sono tristi per il rientro, gli insegnanti ancor di più e ognuno dice la sua per ricordare quanto siano state belle, utili e preziose le ore passate dietro ai banchi. Tra le cose più interessanti che ho letto al riguardo questa ha vinto senz’altro, in estrema sintesi dice che gli anni passati al liceo non sono i migliori della nostra vita perché nell’adolescenza il cervello dei ragazzi è biologicamente un casino mostruoso che li porta a fare una serie di cazzate solo per farsi accettare dal branco e cose simili. Insomma meglio tenere duro e resistere, raccogliere quello che di buono si incrocia e svignarsela senza farsi prendere da postumi romanticismi.

A essere sincero questa ricostruzione non rispecchia molto la mia esperienza ma non è questo il punto: proprio perché nel transito liceale il nostro cervello è una massa di cera facilmente modellabile, le occasioni di crescita intellettuale ci sono rimaste impresse tanto quanto le cazzate compiute per farci notare da quella particolare bionda del III B.

Le prime sono magari storie (o lezioni) che in quei giorni abbiamo registrato senza un particolare trasporto (o invece si) e che ritornano in superficie con la loro utilità nei momenti in cui ci accorgiamo saper utilizzare un pensiero autonomo e complesso, in grado di discernere molte sfumature di colore intermedio tra il bianco e il nero, alla faccia del nostro vituperato e amorfo cervello post adolescenziale.

Terza coincidenza: Un giorno in classe, con il giovane prof. d’italiano dell’ultimo anno di liceo, leggemmo quelle pagine di fuoco scritte da Oriana Fallaci dopo l’11 settembre, in cui l’Islam viene indicato come il male assoluto ben prima – era il 2006 o il 2007 – dello stillicidio messo in moto da Daesh e dalle altre forme più recenti di sedicente jihadismo. Finito l’infervorato testo il prof. V. ce ne lesse un altro, divenuto altrettanto emblematico ma molto più pacato e, proprio per questo motivo, meno famoso, meno adatto a essere diffuso a colpi di gran cassa.

È una lettera, anche piena d’affetto, scritta da Tiziano Terzani alla sua amica e collega Fallaci, in cui le ricordava che quello che cominciava dopo il crollo delle Torri Gemelle era «un momento di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’ uccidere».

Il testo è molto lungo e articolato, non si può far altro che leggerlo per intero perché c’è l’imbarazzo della scelta tra i passaggi che meriterebbero di essere citati, mi limito ad altri due: il primo riguarda la più grande responsabilità che i giornalisti hanno, quella cioè «di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto “a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia”». Il secondo riflette su un possibile effetto collaterale troppo pericolosamente innescato dall’invettiva di Oriana Fallaci: «le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l’Islam»?

Si sarebbe molto meglio, anche perché a 15 anni esatti dagli attacchi a New York, mi sembra che sia più urgente di prima la necessità di non lasciare, stavolta davvero, atrofizzare i nostri cervelli in schemi mentali solo in apparenza più comodi e sicuri; credere che stiamo vivendo un’era di “scontro di civiltà” in cui una linea netta distingua un “noi” da un “loro” è una trama per un film con ambientazione post nucleare, non per il mondo di oggi.

P.S.: (e ultima coincidenza) Il titolo della lettera di Terzani a Fallaci è Il Sultano e San Francesco, con riferimento a un episodio della Quinta Crociata quando il Santo, che partecipò alla spedizione militare, sconvolto dalle violenze a cui aveva assistito, attraversò le linee musulmane per incontrare e parlare con il Sultano. A Terzani piace pensare « che l’uno disse all’altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’ accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia».

Proprio pochi giorni, fa per lavoro, sono stato per la prima volta ad Assisi per seguire la giornata di preghiera interreligiosa Sete di Pace. Il dovere di qualunque religione è quello di dissociare dal nome di Dio ogni forma di violenza, questo è stato il messaggio principale che l’incontro ha voluto diffondere. Al di là degli aspetti religiosi mi sembra che il concetto sia anche un altro: se si riesce a interpretare un atto di violenza per quello che è, svuotandolo di tutti quei significati che molti (dagli autori ai media) vogliono attribuirgli, allora è più facile comprenderlo, e dominarlo.

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Tommaso Caldarelli ne dice: Francesco Gagliano è quello fico; ha 27 anni e vive a Roma. Testa da storico che cammina a piedi per l'Italia e tutti aspettiamo che inizi a scriverne, magari a ritmo della grancassa con cui è bravo a dare il ritmo; lo trovate, a volte, a zappare la terra, perché ne sa il valore. Alle elementari giocavamo ad un gioco di cui terremo segreto il nome; da allora abbiamo cambiato vari giochi, e giochiamo ancora. Scrive "L'irrequieto".