Domenica 28 febbraio si terrà la cerimonia degli Oscar e, come tutti ormai sapranno (non credo ci sia bisogno di soffermarsi sulla macchina promozionale e sul meccanismo di raccolta voti), Leonardo DiCaprio vincerà la sua prima statuetta come miglior attore protagonista per la sua interpretazione in Revenant – Redivivo, l’ultima fatica di González Iñárritu. Il che scatenerà un’orda di fan sui social network pronti ad acclamare il proprio idolo che di conseguenza aizzerà i cosiddetti hater da tastiera che a loro volta istigheranno ancor di più i fan più sfegatati di DiCaprio. Ma non è questo il punto.

Il fatto è che io trovo questa scelta dell’Academy quanto mai ipocrita e insensata. Ora, soffermarsi ad analizzare e cercare di individuare un metro di oggettività nelle scelte delle premiazioni quando si parla di cinema è sempre cosa ardua, soprattutto se ci si riferisce ad un premio idiota quale l’Oscar (si potrebbe stilare una lista lunghissima di maestri del cinema, a partire da Kubrick, snobbati dall’Academy). Il che, certo, potrebbe rendere del tutto futili le considerazioni che seguono. Ma credo che alla base di questa ormai certa premiazione si radichi un enorme equivoco per cui vale la pena spendere due parole.

Facciamo un passo indietro.

Ho visto Revenant circa tre settimane fa e mi è piaciuto moltissimo. Nel senso che questo film è riuscito davvero a prendermi emotivamente, sicuramente grazie anche a tutta una serie di vezzi stilistici tipici del cinema messicano per i quali avevo dichiarato il mio amore, guarda caso, un anno fa a proposito di Birdman. Ora, il fatto che visivamente Revenant mi sia piaciuto non significa che non sia un film tutto sommato stupido e sempliciotto, talvolta anche ai limiti del buon gusto. Perché, va detto, ci sono almeno due elementi di  questa pellicola che risultano assolutamente incomprensibili.
Il primo riguarda una sceneggiatura abbastanza idiota, basata sul solito inflazionatissimo rapporto padre-figlio (spiegato malissimo sia sul copione che da un punto di vista visivo) e sulla solita pappardella dei nativi americani che sono in connessione con la natura quindi sono migliori dei bianchi e bla bla bla. E a questo proposito il finale (che proprio fatico a digerire) è emblematico, con il personaggio di DiCaprio che, poco prima di finire il suo avversario, ricorda le parole della moglie (il solito trucchetto di sceneggiatura usato per rammentare un passaggio chiave) a proposito della vendetta che “non è nelle sue mani ma in quelle di Dio”, e quindi lascia che a terminare il suo nemico siano degli indiani poco distanti da lui, in quanto considerati essi stessi esseri superiori, quindi divini. Sì, alquanto imbarazzante.
Il secondo motivo è che la scelta di affidare a DiCaprio il ruolo di protagonista in Revenant è assolutamente inutile, per non dire sbagliata.

So benissimo che DiCaprio sia considerato più o meno all’unanimità un grandissimo attore, non tanto per le sue doti recitative quanto piuttosto per processo di “redenzione” che ha intrapreso nel corso degli anni: un ragazzino belloccio, apparentemente viziato e corteggiato dal sessanta percento della popolazione femminile mondiale che recita la parte del protagonista sex symbol in un film di merda (o almeno considerato dai più come tale, non si capisce bene per quale motivo) come Titanic che si converte diventando il figlioccio, come fece Robert De Niro prima di lui, di un maestro del cinema come Martin Scorsese. Insomma, l’aveva detto anche l’avvocato Tanner Bolt in Gone Girl: “la gente ha un debole per i peccatori che si redimono”.  E sappiamo anche che, in seguito alla mancata vittoria agli Oscar nel 2014 (che sarebbe stata, tra le tante cose, ingiustissima) per The Wolf of Wall Street, il popolo del web si sia indignato a destra e a manca. Ma, come dicevo poco fa, credo che alla base vi sia un grosso equivoco.

dicaprio oscar meme

Il fatto è che DiCaprio non è un attore in grado di vestire i panni di personaggio principale. E non è giusto che vinca l’Oscar come migliore attore protagonista perché non è, di base, un protagonista. DiCaprio, in altre parole, non riesce a reggere il ruolo un personaggio inchiodato per centoventi minuti davanti la macchina da presa. E non è nemmeno un caso che si ritrovi molto spesso a lavorare con un co-protagonista che, di fatto, gli ruba praticamente sempre la scena. È successo in Revolutionary Road con Kate Winslet. In J. Edgar il personaggio che suscita più empatia allo spettatore è sicuramente quello di Armie Hammer. Ne Il grande Gatsby di Baz Luhrmann lasciamo perdere va. E sì, è successo lo stesso in The Wolf of Wall Street, che era di fatto un un buddy movie con Jonah Hill che, per ampi tratti, pareva avere persino maggior presenza scenica del nostro Leo. Qui, in Revenant, si ha l’impressione che proprio la macchina da presa (e quindi la megalomania del regista Iñarritu) sia un personaggio più importante di DiCaprio, la cui “sottilissima” interpretazione fatta di smorfie e solite espressioni istrioniche non può fare a meno che destare il sospetto nello spettatore che Revenant rappresenti davvero l’ultimo treno per vincere l’Oscar. Al contrario, come caratterista (e qui sta il grosso equivoco di base) DiCaprio è probabilmente tra i migliori al mondo, se non addirittura il migliore. Lo ha capito Spielberg che gli ha affiancato un mostro sacro come Tom Hanks nel bellissimo Prova a prendermi. Ma soprattutto, è stato quel geniaccio di Tarantino a vederci in lui un villain, realizzando un personaggio pazzesco in Django Unchained.

Ma c’è dell’altro. L’Oscar a DiCaprio nasconde un retroscena assai emblematico che spiega in maniera abbastanza chiara le motivazioni che stanno alla base delle premiazioni da parte dell’Academy.
Prendiamo più strettamente in considerazione Revenant – Redivivo.
Un successo al botteghino giusto? Giusto. Ad oggi infatti (25 Febbraio 2016) Revenant ha incassato in tutto il mondo circa 383 milioni di dollari (dati reperiti da Box Office Mojo). Che è un incasso alto, altissimo. Ma non per un film iperpubblicizzato, distribuito in tutto il mondo e diretto dal più recente Premio Oscar contemporaneamente per regia e miglior film. Perché Revenant è stato prodotto e concepito dalla megalomania di Iñarritu come un film che doveva sfondare ogni record possibile e immaginabile di incassi. Basti pensare che Revenant è costato la bellezza di 135 milioni di dollari! 135! Gravity fece scalpore qualche anno fa perché ne era costati 100 e (senza volersi addentrare in discorsi superficiali su effetti speciali e nuovi macchinari di ripresa) era un film ambientato nello spazio aperto! Aggiungiamoci (ipotizzo io) un 60-70 milioni di dollari per il marketing in tutto il mondo (tenete conto che i costi di promozione per Avatar si aggiravano attorno ai 150 milioni, per avere un parametro di riferimento). Insomma, Revenant ha chiaramente bisogno di premi per “recuperare” terreno. Hollywood questo lo sa, e non può permettersi che colui che ad oggi è considerato il suo maggior esponente del cinema blockbuster termini la corsa al botteghino con un risultato relativamente mediocre.
Bisogna quindi escogitare un modo per spingere ancora più gente ad andare al cinema.
Beh, semplice no? I premi portano incassi. Facciamo vincere l’Oscar per il miglior film a Revenant.

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Difficile. Perché storicamente l’Academy non consegna mai lo stesso premio allo stesso candidato per due anni di fila (è successo solo una volta a Joseph Mankiewicz  nel 1950 per Lettera a tre mogli e nel 1951 per Eva contro Eva), e Iñarritu ha già vinto lo scorso anno il Premio per il miglior film con Birdman.
Allora diamogli la statuetta per la Miglior regia.
Si può fare, certo. Ma serve qualcosa di più. Insomma, questo Premio deve servire affinché le persone siano ancora più spinte ad andare a vedere Revenant al cinema. Diciamoci la verità, a chi gliene frega qualcosa della regia di un film?
Allora diamolo a DiCaprio, che guarda caso non l’ha mai vinto e fatalità è visto come il più grande snobbato dall’Academy di tutti i tempi.
Bingo.

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".