Crisi della lettura, crisi della carta stampata, uso dei social media, la reinvenzione del lavoro culturale, gogna (social)  mediatica, crisi dell’editoria e opportunità del digitale: cosa può insegnarci la recente vicenda di ISBN edizioni?

La vicenda è probabile sia venuta all’orecchio di chi circola un po’ nei social media e magari tiene d’occhio il mondo della lettura e dell’editoria. Cerco di riassumerla brevemente mentre, se volete un richiamo un po’ più strutturato anche se non aggiornato con le ultimissime vicende, potete leggere questo articolo di wired che spiega parecchio bene l’accaduto.

In breve è successo questo: un autore inglese, la cui moglie è stata pubblicata in Italia da ISBN edizioni, si lamenta su twitter dell’insolvenza della casa editrice, usando qualche termine piuttosto offensivo. Dice per richiamare l’attenzione sul problema, visto che le risposte ufficiali e i contatti normali non hanno portato a nessuna soluzione. Da lì molti traduttori e autori che hanno lavorato per la casa editrice (e non solo) si sono uniti alla protesta, confermando di non essere stati pagati per il loro lavoro.

Dopo qualche giorno è finalmente arrivata la risposta di Massimo Coppola (direttore della casa editrice) che ha chiarito i problemi che sono sorti e la situazione (disastrosa) della casa editrice con una lunga lettera sul sito di ISBN Edizioni.

Per riassumere anche questa: la casa editrice è in crisi ed è ancora aperta solamente per tentare di risolvere le varie insolvenze. Purtroppo una situazione comune a molti case editrici che non siano colossi mainstream, come sa bene chiunque abbia letto gli ultimi rapporti sul mercato dell’editoria in Italia.

Un problema che parte da lontano

La crisi dell’editoria in Italia ha quindi radici profonde (molto profonde) e non è del tutto un fenomeno legato alla situazione di crisi economica generale (anche se ovviamente questa ha aiutato a dare la stangata finale). Le motivazioni sono moltissime, tanto per elencarne qualcuna: calo dei lettori, calo dei libri acquistati per lettore, giganteschi problemi con la distribuzione, leggi confuse che non hanno aiutato il mercato, concorrenza dei megastore online (Amazon in pratica) che hanno costretto a chiudere le librerie.

Purtroppo l’argomento è difficilissimo da sviscerare in tutti questi aspetti e richiederebbe giorni e giorni di lettura e approfondimento. Quello di cui vorrei parlare è invece il complesso rapporto che lega e potrebbe legare il mondo editoriale e le nuove tecnologie.

 

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Una nuova casa

Innanzitutto lo spunto ce lo da la vicenda di ISBN e dalle esternazioni di Hari Kunzru e delle conseguenti prese di posizioni, richiami sui vari siti, ecc.

È interessante vedere come i social media siano diventati un ambiente naturale nel quale si muovono i cosiddetti “lavoratori culturali”. Una volta c’erano i salotti e i caffè popolati di intellettuali mentre oggi, se si vuole essere inseriti in questo tipo di mondo, è indispensabile una conoscenza e un uso piuttosto consapevole di questi strumenti.

Questo cambiamento, tuttavia, viene secondo me sottovaluto da loro stessi: c’è una qualche reticenza, forse anche giustificata, all’immaginare un modo diverso di usare questi strumenti che in definitiva possa creare un valore aggiunto e un modo nuovo di intendere il lavoro culturale.

Insomma, ci sono strumenti nuovi ma le cose che vengono fatte sono sempre le stesse: promozione delle attività, delle uscite, personal branding da parte degli scrittori, tanti piccoli litigi…ma quali sono i progetti veramente innovativi? E soprattutto: essendo degli strumenti potenzialmente privilegiati per l’incontro con la comunità di lettori e la creazione di nuovi…vengono realmente sfruttati in questo senso? E questo ci porta al secondo problema: gli italiani che leggono pochi libri, il colpo di coda dell’analfabetismo.

Che è un falso problema.

Anzi è un problema reale che viene però trattato con un’epocale ipocrisia.
Si tende ovvero a considerare questa condizione come slegata dal suo contesto sociale ed economico.
Vi chiedo molto semplicemente: chi ha tempo per leggere oggi?
Chi ha semplicemente il tempo per andare in libreria a sfogliare le nuove uscite e scoprire vecchie uscite?
Chi ha i soldi da spendere nell’acquisto di libri?
Chi ha le energie mentali per uscire da ore di lavoro e concentrarsi in qualche lettura impegnata?
Chi ha lo stimolo a leggere, a informarsi, a documentarsi e a crescere a livello intellettuale?
Ma soprattutto: chi ha tutte queste caratteristiche assieme?

Poche, troppe poche persone per sostenere un settore intero. E sono così poche per un’infinità di motivi che vanno dai più generali (situazione economica ad esempio) a quelli culturali e profondi (come il malcelato disprezzo per tutto ciò che riguardi l’istruzione e gli intellettuali). Per questo bisogna parlare di educazione alla lettura e di promozione della lettura, ma che non può e non deve, al giorno d’oggi e nella situazione attuale, presentarsi con la spocchia intellettuale che contraddistingue certe iniziative.

Se i lavoratori intellettuali devono cercare di spingere alla lettura e a rivalutare la loro importanza (principalmente per salvare il loro lavoro) devono riappropiarsi del loro diritto di lanciare le mode e non solo subirle.

Perché di questo si parla: i bestseller su cui campano oggi i grandi gruppi editoriali, sono pochissimi titoli annui che vanno di moda in un determinato periodo.
Ma perché bisogna essere sprezzanti verso questo atteggiamento del pubblico?
Perché non si può sfruttarlo a proprio favore?
Non è vero che non ci sono le capacità o le possibilità. Semplicemente il mercato dei libri non è stato mai pensato in maniera diversa dal contatto libreria-lettore-passaparola come unico e solo strumento disponibile. Purtroppo non è più possibile spezzettare il lavoro in piccoli settori al giorno d’oggi: l’editore che pensa di fare solo l’editore e affidare ad altri le idee sulla promozione, sulla diffusione della sua proposta, sulla distribuzione…semplicemente non è più sostenibile, perché attorno a lui è cambiata la società intera.

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Ripartire dagli ebook, ovvero: fare la fine del vinile

Nel suo intervento Massimo Coppola ad un certo punto scrive questa cosa:

Dal Giugno del 2014 abbiamo usato il denaro con questo metodo: innanzitutto pagare dipendenti e collaboratori fissi, che ad oggi hanno tutti avuto quel gli spettava. Subito dopo abbiamo pagato, a volte a rate, autori e traduttori, fino al Gennaio 2015, quando le risorse si sono completamente esaurite. Abbiamo quindi dato la precedenza proprio a autori e traduttori, senza riuscire tuttavia a soddisfarli tutti. Il criterio utilizzato è stato il seguente: precedenza ai debiti più vecchi. Se gli stampatori – per fare solo un esempio – fossero sui social, avrebbero ragioni ben più solide per lamentarsi. Probabilmente però, gestendo delle società, hanno una idea più ampia delle motivazioni che possono portare una società come la nostra ad avere difficoltà finanziarie“.

Tutto questo è sintomatico di un problema più profondo: uno dei motivi per i quali il mercato strozza i piccoli editori e librai è (anche) la filiera troppo lunga. I ritardi nei pagamenti e l’aumento dei costi, ad ogni passaggio del processo, non fanno altro che causare una struttura insostenibile ed esposta a rischi grandissimi. Quindi, sebbene ci siano molti a non essere d’accordo bisognerebbe effettuare una vera rivoluzione nell’intendere il mercato dei libri, ovvero tagliare per sempre il legame fra il contenuto e l’oggetto del libro e innescare un processo simile a quello che è avvenuto nella musica, cercando di mantenerlo controllato il più possibile.
Vendere dunque ebook ad un prezzo più basso di default e i libri cartacei solo su richiesta ed edizione limitata, come i vinili.

Questa non è ovviamente una soluzione indolore: significa in breve la sparizione della maggior parte delle librerie, perdite enormi per il settore della stampa, la fine o quasi dei distributori, dei promotori, ecc.
Da questo punto in poi è tutto da reinventare, da riscoprire da ripensare senza i punti cardine di riferimento di questo mercato: scrittore, editore e libraio.

Ma in definitiva sarà una strada percorribile quando finalmente gli ebook saranno sfruttabili nelle loro potenzialità complete, ovvero quando i prezzi saranno più bassi e la gestione più semplice: far collassare la filiera fino al punto di creare un nuovo ecosistema (si spera) più sostenibile per la differenziazione della proposta.
Non sto dicendo che è il libro di carta il problema, ma probabilmente serve una maniera nuova di concepirlo, di valutarlo e di stimarlo. E di conseguenza anche di centellinarlo e renderlo un bene meno accessibile nella forma, ma più nel contenuto.

Ovviamente non è questa la panacea per tutti i mali, anzi non è nemmeno una vera proposta: è una provocazione bella e buona.
Lo è perché pretende di far abdicare e scomparire tutte quelle figure che da sole possono creare e distribuire contenuti davvero validi rispetto ad un’immensa caciara di prodotti.
Perché alla fine è questa l’attività che non penso verrà mai a mancare pur trasformandosi in mille modi: l’editore deve essere qualcuno che sceglie per noi, che lima e migliora i libri che propongono gli autori, che trova un senso al semplice fatto di immetterli nel mercato.
Ed è per questo che sono profondamente convinto che è una professione destinata a cambiare in mille modi, ma che non potrà mai sparire: in questo senso l’autopubblicazione (che oggi spopola, offerta da vari siti) non è una soluzione.
Possiamo far finta che vada bene, ma saremmo presto sommersi di cose improponibili e sentiremo di nuovo l’esigenza di qualcuno che abbia un gusto e le competenze migliori per decidere cosa è valido e cosa no.
Ricordiamoci sempre che le varie professioni non sono sempre esistite, ma nascono da una esigenza.
In definitiva penso che in questo momento, a causa della crisi enorme che sta investendo il settore in Italia, ci sia la possibilità di diventare un laboratorio di soluzioni innovative e che possono sconvolgere a fondo il sistema tradizionalmente inteso di fare e vendere libri.
Dopotutto, se ce l’ha fatta Aldo Manuzio, possiamo riuscirci anche noi.

 

 

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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.