“Ho fatto il possibile ma la neve non era quella che piaceva a me, in più in un tratto ho incontrato un vento fortissimo che mi ha quasi fermato, e per di più era il pianetto proprio prima del muro finale, sisi quello lì, quello fondamentale, che se toppi quello ciao, buttata la gara. Eh vabbene così, ho fatto il possibile ma sarà per la prossima volta”

 

“Sì la gara è stata quella che è stata, vengo da un brutto infortunio, 7 mesi fa, poi mi è morto il cane, poi ho cambiato estetista, poi c’era troppo caldo, e questo mi ha penalizzata tanto.”

 

“La terra non mi piace, ci gioco il meno possibile, meglio il cemento. Si sa che questa non è la mia superficie, quindi non mi aspettavo molto, che è quello che è stato”

 

Non so se ci avete mai fatto caso, ma lo sport ruota attorno alla perfezione, attorno al momento perfetto in cui tutto torna e tutto si trasforma in quello per cui hai lavorato. Come un vecchio programma informatico, senza interfaccia, tu digiti tutti i comandi, alla cieca, impegnandoti, studiando le possibili combinazioni, sperando, poi premi invio e vedi. Quando ti appare tutto il tuo lavoro, trasformato in risultato, il tuo cuore esulta, gioisci in maniera più o meno vistosa: saltellini, passettini, ballettini per celebrare il successo. Ma poi, ogni tanto, appare pure il ROSSO, segno di errore: “error code xbg 334564” e lì cerchi spiegazioni, cerchi delle scuse, e la psicologia ci insegna che le motivazioni delle proprie sconfitte collocate in fattori esterni sono quelle che fanno meno male, sono quelle degli ottimisti quando non è colpa loro, ma del moroso della sorella del nipote del cugino del cane di mia nonna perché ESISTE.

 

Ogni volta che guardo un’intervista post match, post partita, gara, esecuzione, contest, c’è sempre il vincitore che ringrazia Dio, Buddha, il Chakra interiore, le sfere di Dragonball, la mamma il papà il figlio, per il sostegno, per l’aiuto e il supporto ricevuto, ma mai il proprio corpo, ma è giusto, è giusto perché lui ha fatto il suo dovere. Quando invece sento parlare colui che si ritiene sconfitto, che sia è arrivato secondo, o ultimo, non è importante,  ma che sicuramente vorrebbe essere in tutti i posti del mondo ma davanti alla giornalista di turno proprio no, è in quel momento che vedo la colpa, la causa di ogni male, di ogni malasorte, compiere un triplosaltomortale ed essere scaraventata con forza e convinzione contro qualsiasi fosse il motivo della proprio delusione, purché esterna a sé.

 

Allora ci sono gli sport in cui è più facile attuare questo procedimento “scaricabarile” perché si devono intrecciare più fattori e magari manco tutti umanamente controllabili. Esempio eclatante lo sci: il tempo, con la nebbia e la bufera non si vede, con il sole ci sono i cambi di luce, con la pista tutta all’ombra c’è troppa ombra, se piove ci sono le gocce sulla visiera e se c’è vento sicuramente ce l’ho contro. Poi oltre a tutto questo ci si mette anche la qualità della neve, che ovviamente deve essere delle caratteristiche che vogliono gli atleti di turno: per esempio so che da sempre, cioè proprio da quando sento parlare di sci, so che la squadra italiana si trova bene sul ghiaccio vivo, quando ci sono i lastroni che proprio se cadi ti rialzi a fine pista, che quando curvi sembra che ti stiano scartavetrando la scìolina dagli sci. Ma poi dico, che cosa gli avrà fatto di male la neve molle? Cioè con tutto il tempo che stanno su quei bastoni unti non possono fare degli allenamenti su neve soffice e morbida come le gote di Biancaneve e le gonne di Alice?

Ma poi ci sono pure i problemi di salute: c’è freddo, è uno sport invernale, e quindi hanno sempre la scusa “raffreddore” in supporto nel caso le condizioni neve-pista-tempo siano perfettamente consone al loro canone di tollerabilità. Penso di non aver mai sentito nessuno dire “non so perché non vado veloce abbastanza, forse è perché non sono bravo, o boh, non ne avevo voglia quel giorno”.

 

Lo sci è il caso più semplice e lampante, ma anche gli altri sport si battono bene: nell’atletica se piove tutto è falsato, se c’è vento contro si annullano addirittura i tempi ottenuti.

Nel calcio ci sono le diverse grandezze degli stadi e gli impianti in altura, le buche nei campi e le trasferte della settimana prima.

Il tennis ha le superfici diverse, le palline diverse, se si gioca di sera, se si gioca di giorno.

Perfino nel nuoto, sport individuale, apparentemente senza grosse variazioni ambientali, ho sentito scusanti che in qualche modo hanno salvato l’atleta dalla ghigliottina sportiva del “SEI SCARSO”: a Berlino agli Europei del 2014, lo stadio aveva il soffitto con un impianto luci e schermi al centro, come dei normalissimi stadi stile americano, c’erano però le volte che invece di essere a “corsie” erano queste strisce che partendo dai lati si andavano ad unire al centro, delle specie di linee che convergevano verso i tabelloni. Ebbene, incredibile dictu, ma questa variazione architettonica ha provocato a dire di giornalisti, atleti e coach, non pochi problemi ai DORSISTI, ubriacati da queste linee storte che erano costretti a guardare che li portavano a sbandare nella corsia, non solo provocando rallentamenti per continui urti con le boe galleggianti, ma pure perché tutto questo zigzagare faceva sì che i nuotatori invece di fare 100m dorso facessero i 110m dorso. Ovviamente questo è stato il trend topic di tutta la manifestazione con molteplici voci che inveivano per delle gare (quelle di dorso) falsate da questo imprevisto.

 

Ora, io non dico di fare come il generale nordcoreano Kim Jong-un che fucila la sua nazionale di calcio dopo l’eliminazione ai gironi (grande tradizione in effetti quella coreana nel calcio, ci si aspettava di più, minimo FINALE). Però insomma lo scaricabarile continuo svilisce un po’ anche il senso delle competizioni no? Cioè io adesso d’inverno mi sveglio, e penso subito a come sarà la neve in Val Gardena, se piove, se nella notte la temperatura s’è abbassata, se ci sono delle proiezioni di temperature calde o nella media… Cioè io poi non dovrei solo tifare per lo sciatore? Perché riesca ad andar forte NONOSTANTE le condizioni, NONOSTANTE le acciaccature?

 

Insomma nella sconfitta la esse sta per sport, non per sfortuna.

 

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Francesco Bonato ne dice: l’anagrafe dice che è il più giovane della truppa, la truppa dice che l’anagrafe non conta. Di nome Enrico, poi il cognome è tutto un programma: “once a Pigozzi, always a Pigozzi” e se non sapete cosa intendo vi do un indizio, si misura in decibel. Scout, pallavolista, scienziato sociale, passa il tempo con musica e serie tv, ma il suo vero amore sono le grandi manifestazioni sportive. Esperto di strambe curiosità di contorno di cui nessuno pare occuparsi, ti racconta che la lanciatrice di stone canadese, quando non compete per una medaglia a curling, fa la bidella in una scuola di Montréal, Québec. Bevendo un aperitivo analcolico e sfogliando la gazzetta, rigorosamente partendo dalla fine, si sofferma sulla pagina del tennis e inizia il viaggio: finale di Wimbledon, prato verde, fragole con la panna. Scrive "Corsia Centrale"