In settimana mi è capitato sottomano un libro che raccoglie i discorsi e pensieri di Berlinguer. Dopo il lavoro, la sera, mi sono messo a sfogliarlo e ancor prima di fare la punta alla matita per iniziare una lettura più seria piena d’appunti, cosa che l’interesse e la scarsa memoria mi obbligano a fare, ho trovato questo titolo: Le conseguenze sui paesi capitalistici dell’avanzata del moto di liberazione dei popoli del Terzo Mondo. Pagina 11, del capitolo “L’austerità e lo sviluppo sostenibile”, del libro La passione non è finita, edito da Einaudi e a cura di Miguel Gotor.

Alcune parole sembrano essere tramontate dall’universo simbolico della politica: capitalistici, terzo mondo; ma già dal titolo noto come altre siano all’ordine del giorno: austerità e sviluppo sostenibile.

Il discorso che vado a riproporre è stato fatto nel gennaio del 1977, a Roma in occasione del Convegno degli Intellettuali, e con le dovute e immense differenze è un discorso che tratta di:

crisi economica,

di austerità,

delle nuove potenze mondiali e dei rapporti di queste con l’occidente,

dei modi per affrontare la pressione di migliaia di migranti alle porte d’Europa

di tutti i popoli che iniziano a chiedere libertà e diritti umani e economici.

 

Credo che questo scritto sia oggi necessario, vorrei sentirne l’eco nella voce dei politici contemporanei, ma di fronte ai comunicatori di oggi, capaci di farsi capire al meglio  dalla gente e ben consapevoli del pericolo di dar invece da pensare, alla gente, questo testo appare saggistica. Questa è la sua forza.

“Abbiamo richiamato in altre occasioni e anche di recente le profonde ragioni storiche, certamente non solo italiane, che rendono obbligata, e non congiunturale, una politica di austerità. Sono ragioni varie, ma occorre ricordare sempre che l’evento più importante, i cui effetti non sono più reversibili, è stato e rimarrà l’ingresso sulla scena mondiale dei popoli e paesi ex coloniali che si vengono liberando dalla soggezione e dal sottosviluppo a cui erano condannati dalla dominazione imperialistica. Si tratta di due terzi dell’umanità, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di emarginazione, di inferiorità rispetto ai popoli e ai paesi che hanno finora dominato la vita mondiale.

Assai vario e complesso è, certo, questo moto. Grandi sono le differenze storiche, economiche, sociali, culturali, politiche, che esistono tanto all’interno di quel che suole chiamarsi il Terzo mondo, quanto nei suoi rapporti esterni. In particolare, negli ultimi tempi si è venuta precisando una tendenza verso alleanze tra i gruppi dominanti dei paesi capitalisticamente più sviluppati e quelli di certi paesi in via di sviluppo, alleanze che operano a danno di altri paesi più poveri e più deboli, e contro ogni movimento popolare e progressista.

[…]

Ma mentre dobbiamo saper cogliere queste differenze all’interno del Terzo mondo, e tenerne conto, non dobbiamo mai perdere di vista il significato generale del moto grandioso di cui sono stati e sono protagonisti quei popoli: un moto che cambia la rotta della storia mondiale, che sconvolge via via tutti gli equilibri esistiti ed esistenti, e non soltanto quelli relativi ai rapporti di forza su scala mondiale, ma anche gli equilibri all’interno dei singoli paesi capitalistici. Questo moto, operando nel profondo, fa esplodere le contraddizioni di una intera fase dello sviluppo capitalistico postbellico, e determina in singoli paesi condizioni di crisi di gravità mai raggiunta. E se può accadere, come ci è dato constatare, che all’interno del mondo capitalistico alcune economie più forti possono trarre profitto dalla crisi e consolidare la propria posizione di dominio, per altri paesi economicamente più deboli, come l’Italia, la crisi diventa ormai un rotolare più o meno lento verso il precipizio.

Sullo sfondo di questa acuita conflittualità tra i paesi e i gruppi capitalistici, mal celata da fragili solidarietà, avanzano processi di disgregazione e di decadenza che, mentre rendono sempre più insopportabili le condizioni di esistenza di grandi masse popolari, minacciano le basi stesse, non solo dell’economia, ma della nostra stessa civiltà e del suo sviluppo.

Non è necessario descrivere i mille segni in cui si manifesta questa tendenza che ferisce e mortifica così profondamente anche la vita della cultura. Quel che deve essere chiaro a chiunque voglia intendere le ragioni ed i fini della nostra politica, sia all’interno del nostro paese, sia nei rapporti con le forze progressiste di altri paesi, è che essa si può tutta ricondurre allo sforzi di mobilitazione e di ricerca per bloccare questa tendenza e per rovesciarla.”

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Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".