Un giorno giuro che ve la mando una cartolina da Los Angeles, una di quelle che non compra nessuno, ingiallita dal sole californiano e dimenticata su una bancarella di Venice Beach. Non ci sono mai stato, eppure mi pare di conoscerla, Los Angeles. Saranno quelle divise giallo-viola, saranno quelle lettere bianche sulla collina, sarà l’oceano.

 

https://www.youtube.com/watch?v=IuYrRebvFHc

 

Non ci sono mai stato, e ho deciso di fare una lunga passeggiata nella città degli angeli in compagnia del mio amico Pharrell. Più che altro è lui che ha deciso. Ventiquattro ore di passeggiata attraversando la città, passando per downtown, superando l’aeroporto LAX, Silver Lake, Echo Park e Union Station, per tornare poi a downtown. Tutti questi posti a parole non ti dicono niente (almeno ai poveretti come me che non hanno mai messo piede negli States), però poi se li vedi ti ricordano sicuramente di quel film dove dei tizi sfrecciavano in auto in un canale di cemento che si chiama LA river.

 

 

Cosa c’è di più semplice di un videoclip di ventiquattro ore? L’idea è allo stesso tempo banale e geniale, e quei furboni di We Are from LA, agenzia di comunicazione di base a Parigi, ma dalle origini ben chiare, la covavano da molto. Cosa fare quando hai un’idea che ha il sentore di essere epica? Suoni il campanello del re mida del giorno d’oggi ed il gioco è fatto. Undici giorni di riprese, quarantadue location, quasi dieci miglia di cammino al giorno; per fortuna che la città californiana è una delle più congestionate al mondo, dove nessuno cammina sui marciapiedi, al massimo si pattina sulla promenade vicino alla spiaggia. Essendo la città degli angeli, qualche amico famoso che ti da una mano lo trovi, che sia una giovane icona dell’hip hop americano, una stella del cinema o uno dei più forti playmaker della storia della NBA, il quale ti porta nella stanza dei trofei della franchigia della città (ad essere onesti, una delle due).

 

 

Il pacchetto è confezionato, la bomba è pronta e, a cinque mesi dal lancio, si può dire che probabilmente ha fatto molto di più di quello che i loro creatori s’immaginavano. Una sorta di Creatura musicale che sfugge al suo creatore, il dottor Frankenstein Williams. Ciò che ha funzionato è la contrapposizione tra la grandezza e la vastità del progetto, complesso ed articolato a livello tecnico per quanto riguarda la piattaforma web che ospita il video, e la semplicità del soggetto, dell’idea di base, delle riprese. Per i più appassionati, stiamo parlando di una sola videocamera, Arri Alexa, un solo obiettivo, 50mm anamorfico, ed un solo, placido, cameraman con steadycam (di quelli che alle partite di calcio riprendono le rimesse laterali, per capirsi). Nessuna prova, molti degli “attori” scelti “per strada”, nessuna sceneggiatura. Un mostro che ha generato discepoli in giro per il mondo, improvvisati ballerini in fila per copiare il maestro, con intenti e risultati molto vari e discutibili. Alla resa dei conti, Pharrell Williams, che a colloquio con Oprah si è pure commosso guardando come la sua creazione si è evoluta, credo possa sorridere. Nell’ultimo anno ha prodotto/partecipato/realizzato tre dei singoli più venduti, ascoltati, visti, cantati e ballati al mondo (“get lucky”, “blurred lines”, “happy”). Nato in Virginia, aprile 1973 (potrebbe andare alla cena di classe con Matteo Salvini, per dire), Pharell è oggi padrone della scena musicale pop ed icona incontrastata di stile. La buona notizia? Oltre al fatto che per ora in Italia un cappello come il suo non si è ancora visto, è che al Nostro piace fare il proprio mestiere, piace cambiare, piace proporre roba fresca e confezionarla in modi sempre diversi e nuovi. D’altronde, da uno che chiama suo figlio Rocket Man Williams ci si può aspettare di tutto. Rocket Man, come la bellissima canzone di Sir Elton John, inserita pure nella colonna sonora di Californication, ambientato a LA, terza stagione, ultima puntata. Fatalità.

 

 

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Cecilia Pigozzi ne dice: Francesco Bonato per finta fa l’ingegnere civile, il dj della musica da situazioni, il baskettaro in serie D, il type designer. Francesco Bonato per davvero fa il videomaker, all’inizio lo faceva per finta anche quello ma poi alla fine è diventato vero. Scrive "Letterbox".