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Qualche mese fa decido di andare alla presentazione del progetto per un nuovo parco che potrebbe sorgere all’interno di un’ex area ferroviaria dismessa della mia città. “Finalmente”, penso. Subito dopo mi ritrovo a riflettere sulle aree verdi italiane e mi rendo conto che all’interno di una classifica che le distingue in base alla loro grandezza ed utilità esse saltano direttamente dal parco giochi al parco naturalistico, in mezzo non c’è quasi mai nulla. Per quanto riguarda le aree densamente abitate poi, assai poche città possono vantare un vero e proprio parco urbano. La maggior parte possiede giardinetti o piazze circondate da qualche albero ed aiuola.

In città come le nostre però avere un polmone verde è sempre più necessario perché al di là della funzione ricreativa, ovviamente per nulla secondaria, esso funge da mitigatore dell’inquinamento atmosferico in cui costantemente viviamo.

Ad un primo sguardo, però, parrebbe difficile inserire vegetazione di una certa importanza all’interno delle fitte maglie edificate delle nostre città.

Ma per quale motivo non ci può essere un rapporto diretto tra le infrastrutture destinate alla mobilità ed il paesaggio dei territori da esse attraversati?

Durante la loro crescita recente, le città, non solo italiane ma anche europee, hanno sviluppato le proprie reti di mobilità in base a criteri prevalentemente legati ad una visione mono-obiettivo di riduzione delle distanze e dei costi di movimentazione. Ciò ha contribuito alla creazione di grandi vie di traffico che hanno distrutto o alterato negativamente i paesaggi esistenti, con il risultato che le influenze dannose per il paesaggio non sono state automaticamente superate nel momento in cui le infrastrutture sono venute a perdere la loro funzionalità prevalente di canale per i flussi di mobilità. A restare attivo infatti, impresso nella forma e nell’organizzazione del tessuto costruito, è il segno dell’attraversamento da parte di uno spazio divenuto vuoto/inutilizzato, che aggiunge una nuova criticità a luoghi dall’identità magari già compromessa.

I processi di modernizzazione urbana che storicamente si appoggiano sui concetti di canali, flussi, reti e sulla richiesta di una sempre più efficiente ed articolata circolazione dei mezzi, merci, persone, informazioni, denaro, hanno favorito nella città contemporanea, lo sviluppo dei molteplici tipi di infrastrutture destinate all’attraversamento.

Tenendo conto di questi elementi soprattutto a partire dalla fine degli anni ’80, in Europa, numerosi interventi di riqualificazione di comparti urbani e periurbani sono stati attuati proprio a partire dalla ridefinizione del rapporto infrastruttura/tessuto costruito mediante la riconfigurazione dei tracciati in uso e delle aree ad essi adiacenti, così come di quelli dismessi, e/o mediante attente scelte progettuali relative all’inserimento di nuovi tracciati o di parti di essi.

L’evoluzione del processo di riqualificazione ha trasformato significativi tratti stradali o ferroviari in parchi, giardini o piazze, mentre in altri casi sono state implementate passeggiate pedonali o zone ricreative.

Allo stesso tempo aree residuali abbandonate o spazi marginali intrappolati tra svincoli e tangenziali di periferie attorno a cui è cresciuta la città, si sono naturalmente evoluti fino a costruire cospicue riserve di biodiversità entro cui la natura si è sviluppata spontaneamente.

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Nel primo caso abbiamo a che fare con vuoti da rimodellare, per cui l’attraversamento va ad acquisire diverso valore grazie ad un ampliamento delle sue forme di uso e fruizione.

Diversamente nel caso di vuoti urbani colonizzati da vegetazione spontanea sfuggita al controllo dell’uomo, l’attraversamento si carica di un valore ecologico-ambientale e paesaggistico aggiunto, in quanto definisce un nuovo ambiente naturale urbano.

È soprattutto nella dimensione urbana quindi che le infrastrutture, interpretate come spazi per l’attraversamento, abbracciano molti più temi legati alla costruzione ed alla riqualificazione.

Infatti, oltre a costituirsi come promettenti categorie progettuali di creazione di nuovi paesaggi, si candidano come validi dispositivi di fruizione, percezione e comprensione della dimensione metropolitana, al servizio quotidiano del cittadino.

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In queste nuove forme di paesaggio urbano l’ambiente d’orientamento è sicuramente il “giardino” inteso non solo nel suo significato reale, ma anche come ambito ideale di cura, coltivazione e produzione di risorse naturali e culturali.

Così, nella città europea che oggi è più che mai mobile e incerta nei suoi limiti, il nuovo “giardino” nasce dentro o attorno alle grandi infrastrutture per funzionare come elemento di qualificazione puntuale e per riaffermarsi come strategia figurativa di trasformazione della dimensione urbana, attraverso costruzioni di sistemi spaziali in cui naturale e artificiale si compenetrano vantaggiosamente.

Gli esempi di spazi verdi europei di questo tipo sono numerosi. In Italia invece c’è ancora molto da fare. Dobbiamo aspirare ad intervenire in ogni angolo delle nostre città in cui sia possibile inserire vegetazione con una riqualificazione verde di aree abbandonate o dismesse, poiché questi interventi  racchiudono un notevole potenziale di sviluppo in termini di recupero e miglioramento della qualità della vita soprattutto in funzione della città consolidata. È possibile riconfigurare e riqualificare i vuoti creati da infrastrutture ferroviarie, stradali, e canalizzazioni in ambito urbano, attive o dismesse, e riallacciare i collegamenti tra le aree interrotte generando una fitta trama verde all’interno di quella grigia delle costruzioni esistenti.

Non ci sono più scuse dunque, anche per chi dice “quello spazio non va bene perché è occupato da vecchi binari”.

 

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Alessia è un’organizzatrice naturale e, con grande soddisfazione (sua), può arrivare ad un livello di precisione da farvi andar fuori di testa. Tentando di incanalare l’amore per l’ordine e l’odio per i colori non abbinati è finita per diventare architetto. L’architettura croce e delizia delle sue giornate, la esalta e l’affligge, ma senza sa di non poter stare, perché l’architettura è un po’ come lei: accoglie, protegge ed intreccia legami.