Un po’ di anni fa, diciamo ai tempi della prima superiore, uscivo spesso con questo compagno di classe che poi ho perso di vista. Facciamo che per comodità e per rispettare la sua privacy lo chiameremo D.. Erano serate piuttosto strane, un po’ perché eravamo entrambi in un’età notoriamente difficile, e un po’ perché – essendo diversissimi su quasi tutto – non si capiva troppo bene quali fossero le basi comuni di quella nostra strana amicizia.

Due cose, però, posso dire con sicurezza, anche a distanza di parecchio tempo: che eravamo dominati da ormoni impazziti e che perciò cercavamo disperatamente l’attenzione di qualche ragazza; e che per ottenere quell’attenzione agivamo in maniera decisamente diversa.

Senza semplificare nemmeno troppo, si può dire che una nostra serata-tipo si svolgesse più o meno così: raggiungevamo un locale, investivamo quel (poco) che avevamo in birre medie e poi iniziavamo a guardare la fauna femminile con uno sguardo a metà tra quello di un serial killer e quello di un cucciolo spaventato dal mondo. Dopodiché, io stavo immobile su uno sgabello aspettando che succedesse qualcosa (e non succedeva mai), mentre D. partiva alla carica. Gli occhi arrossati, il bicchiere che dondolava pericolosamente in una mano mentre gesticolava con quel suo modo di fare sopra le righe, iniziava a provarci con tutte le ragazze che c’erano nel locale e che potevano sembrare potenzialmente libere. Le raggiungeva ai tavolini, a volte cercando un’entrata spettacolare tipo sedendosi tra loro, come se fossero davvero lì ad aspettarlo, oppure mentre erano in fila per entrare al cesso o, ancora, approfittando del contatto fugace che poteva nascere attendendo il proprio turno alla cassa. Ogni occasione era buona, per D..

Dal mio sgabello lo guardavo collezionare una serie di rifiuti che avrebbero messo k.o. chiunque. Vedevo le ragazze che lo guardavano male, i commenti e le risate che facevano quando voltava loro le spalle. Sentivo – nonostante la musica sempre altissima – il modo in cui lo prendevano in giro. Una volta, mi ricordo, gli era bastato semplicemente sedersi davanti a una tipa perché questa si alzasse e se ne andasse senza dire una parola.

Da un lato provavo una forma di imbarazzo per interposta persona, come se fossi anch’io lì, a prendermi materialmente quell’orrenda successione di due di picche in faccia; dall’altra, gli invidiavo quella capacità di non provare assolutamente nessun tipo di vergogna. Si spostava da un tavolo a quello vicino e poi a quello vicino ancora, inesorabile, in maniera quasi matematica.

E con la matematica, almeno in qualche modo, quella sua tecnica c’entrava davvero. “Per la legge della probabilità e dei grandi numeri, prima o poi qualcuna ci deve stare”, mi ripeteva fiducioso D.. “Se si continua a sparare nel mucchio, qualcosa si prende”. E aveva ragione: ogni tanto qualcuna delle ragazze rideva. Oppure c’era un gruppo che trovava divertenti le sue entrate a sorpresa e dopo, per D., era tutto in discesa. Recuperava numeri di telefono e, in più di un’occasione – duole ammetterlo – anche una pomiciata fuori dal locale.

Quando succedeva, appollaiato sul mio sgabello, guardavo sconcertato il proseguire degli eventi. Pensavo: Cazzo, non è possibile. Non può funzionare così. Non può essere vera quella cosa di sparare nel mucchio. Invece, funzionava. Non sempre, ma qualche volta funzionava. E se funzionava in un locale della provincia e per D., vuol dire che la formula – volendo – poteva essere esportata.

Infatti, una ventina di anni dopo, è usata come strategia politica.

Ora, immaginiamo che il bar di cui stiamo parlando sia in realtà la vasta platea che si può raggiungere tramite i media o attraverso i social network. Tentare l’approccio aggressivo – cioè irrompendo e sfruttando qualsiasi occasione a proprio favore, come cercava di fare D. – è una tecnica utilizzata in maniera piuttosto diffusa. Un tipo come Matteo Salvini ci ha costruito parte della sua fortuna. Basti pensare, solo per citare l’ultima occasione, al post pubblicato pochi minuti dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre. “Una preghiera per i morti innocenti di Parigi. E poi chiusura delle frontiere, controllo a tappeto di tutte le realtà islamiche presenti in Italia, bloccare partenze e sbarchi, attaccare in Siria e in Libia. I tagliagole e i terroristi islamici vanno ELIMINATI con la forza!”.

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Otto parole per liquidare una strage, il resto per portare acqua al suo mulino. E, di lì in avanti, una serie di altri post con i medesimi contenuti, forse declinati ancora di più in versione slogan, semplici e infinitamente terra terra. E la cosa terribile è che non è stata assolutamente una sorpresa per nessuno il fatto che Salvini avrebbe sfruttato anche un evento del genere per portare avanti il suo discorso. L’ha fatto in altre occasioni, l’ha fatto in quel momento e continua a farlo tuttora.

Per continuare il parallelo, torniamo ai tempi a cui uscivo con D.. Andavamo quasi sempre nei soliti tre o quattro posti, così capitava spesso che ci trovassimo anche più o meno la stessa gente. Dopo un po’ succedeva questo: che D., portando avanti quella sua tecnica inesorabile, finiva per provarci con ragazze con cui ci aveva già provato la settimana precedente, e magari quella prima ancora. E questo a volte era un ostacolo, ma altre volte si trasformava in una specie di punto di forza. D. poteva giocarsela a suo favore: rotto l’imbarazzo iniziale, quel suo insistere poteva sembrare anche divertente. Da scemo si trasformava in un tipo bizzarro e poi, settimana dopo settimana, in una specie di personaggio: sapevi cosa avrebbe fatto e, in qualche modo, aspettavi di vederlo in azione.  Così, poco a poco, parlava sempre un po’ di più con qualcuna delle ragazze. Loro lo conoscevano un po’ meglio e beh, poteva capitare che si accorgessero che, dopotutto, non era poi così male. Non importava che ci provasse con tutte. Gli lasciavano i numeri. Ci scappava – lo sottolineo ancora, con il dolore dell’uomo che resta appollaiato sullo sgabello – la limonata.

Con Salvini funziona più o meno come funzionava per D.. Ci siamo ormai abituati al fatto che commenterà qualsiasi cosa, rigirandola per i suoi comodi. Il livello ha già pensato ad abbassarlo notevolmente in precedenza (l’entrata spettacolare è stata provata e riprovata più volte), si è già trasformato in una macchietta di sé stesso (è già nella fase del personaggio) e quindi può agire tutto sommato abbastanza indisturbato, come capitava a D. in quei bar. Poi tocca a noi decidere da che parte stare: se essere le ragazze che lo consideravano una costante rottura di coglioni o, al contrario, quelle che a forza di essere al centro delle sue attenzioni (in fin dei conti è pur sempre un parlare alla pancia, anche se D. avrebbe probabilmente detto di puntare poco più in basso), si lasciano convincere a lasciare il numero o sono disponibili per un giro di lingua.

Salvini continua a sparare nel mucchio e, a quanto pare, ha una tecnica molto migliore di quella di D..

Ma c’è altro, in cui D. – mi accorgo – è stato una specie di precursore. L’assoluta incapacità di provare vergogna a cui accennavo prima, per esempio. In questo senso, memorabili sono un paio di post dell’assessore alle politiche del lavoro e alla scuola della Regione Veneto, Elena Donazzan. Il primo, pubblicato quest’estate, dopo un tentato furto della sua bicicletta e di quella del compagno, mentre erano in vacanza. L’eroico consorte era riuscito a recuperare le due ruote, e Donazzan non aveva trovato di meglio che elogiarlo attraverso una descrizione dell’eroica impresa con una cronaca che sapeva tanto di cinegiornale fascista.

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L’altro, poco dopo, cavalcando la paura del gender, rilanciando l’allarme di un genitore che segnalava la dicitura “Prima firma” e “Seconda firma” sul libretto scolastico del figlio (una dicitura che esiste da anni – cosa di cui la Donazzan pare non essersi mai accorta, nonostante la delega alla scuola – e che tiene conto giustamente, per esempio, di minori affidati a un tutore).

Dopo la pubblicazione, in entrambi i casi, la Donazzan si è beccata una serie di giuste spernacchiate via social: ma in mezzo ai commenti, naturalmente, c’erano anche quelli di chi le dava ragione: a criticare e basta e a non accorgersi di quello che succedeva, naturalmente, erano le anime belle, i comunisti e i buonisti: forza Donazzan, che dici le cose come stanno. Anche qui, sparare nel mucchio, e prenderci.

Infine, c’è uno step ulteriore rispetto a questo livello, la versione advanced del non provare vergogna, unito a un contesto particolare. Immaginiamo D., già nella modalità  personaggio (hei! Noi sappiamo quali sono le tue passioni!) in un bar immenso dove sappiamo esserci una percentuale di donne attratte, per qualche strana ragione, dall’approccio grezzo o da una confusa idea di maschio vecchio stampo: come farsi riconoscere in mezzo a tutta quella folla? Come mantenere il proprio ruolo e accalappiarsi un po’ di attenzione? L’entrata spettacolare, ancora una volta. Come quella del vicepresidente regionale del Veneto Massimo Giorgetti che – hop!pubblica le foto su Facebook della sua torta di compleanno con decorazioni a forma di fascio littorio e con il simbolo delle SS.  Le ragazze amanti della rudezza impazziscono, qualcuna storce un po’ il naso, ma basta dire di essere stati capiti male, o risolvere tutto con una battuta. Proprio come ha fatto Giorgetti, dichiarando che avrebbe cercato di smorzare  critiche e polemiche andando in vacanza al Mar Rosso (rosso, capito? Ah ah ah).

 

In conclusione, sparare nel mucchio pare davvero conveniente: costa poca fatica e il risultato è massimo. In un attimo agganci chi può essere interessato, agli altri ti imponi perlomeno come presenza: l’importante che se ne parli garantisce più di qualche quarto d’ora di celebrità (vedi il caso Antonio Razzi). E – sembra incredibile! – puoi davvero dire tutto quello che vuoi: d’altronde, nel caso andasse male, ci sono un sacco di scappatoie (Hei, guarda che D. ci stava solo provando, dopotutto. Non sarai tu che hai capito male le sue intenzioni?).

È finita che sono andato a cercare quel precursore di D. su Facebook. Non lo vedo e non lo sento da allora. L’ho trovato, alla fine. Non gli ho chiesto l’amicizia, ma ho sbirciato la sua bacheca: ho scoperto che quasi ogni giorno pubblica un sacco di frasi vere e presunte di celebrità, in un mix confuso che va da Jim Morrison a Papa Francesco, passando per Madre Teresa e Massimo Gramellini. Prende sempre un sacco di mi piace. La gente spesso commenta scrivendo Condivido!.

 

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Francesco Sabaini ne dice: Max fa il giornalista e, forse meglio, lo scrittore. Parallelamente svolge la professione di Grande Censore della Canoscenza sui social netuorcs, specialmente quando si lancia nei suoi strali di una lunghezza cosmica, che ti viene voglia di tagliarti la gola da solo prima della metà. Poi, quando ci bevi le birrette a Veronetta, mescola divinamente la succitata onniscenza con la classica attitudine veronese da bar. E tutto finisce al posto giusto. Uno che adora i Massimo Volume allo stesso modo dei Pantera, per dire. Scrive "Tumbleweed".