Alla base di ogni idea, anche quando sembra la più spontanea e improvvisa, ci sono sempre dei presupposti (ideologici direbbe qualcuno) che ne permettono la nascita e non solo nel senso che conoscere l’ambito di un problema e le sue criticità è essenziale per poter generare delle soluzioni.

Ci sono sempre una serie di condizionamenti, convinzioni e presupposti che andranno a influenzare la maniera in cui ci rapportiamo ad una questione e il tipo di riflessioni che si genereranno spontaneamente.

A volte la stessa persona che ha avuto un’idea brillante si ritroverà a condividere il suo retroterra e il processo che l’ha portato a certe conclusioni.
Ma sarà la verità? O forse è più semplice parlare solamente dei valori positivi e dei grandi ideali che ci hanno influenzato, magari tralasciando altri presupposti più conflittuali o meno condivisibili?

Nel caso della sharing economy mi sono sempre fatto questa domanda.
Secondo me alla base di tutto il sistema di profitto che sono riuscite a creare le startup raccolte con questo denominatore comune, ci sono delle idee piuttosto estreme sull’economia e sopratutto sull’economia politica.

Dai GAS al car sharing

Partiamo intanto da due o tre dati banali. L’ economia collaborativa, sebbene possa avere dei predecessori teorici o pratici nella storia, è un fenomeno che difficilmente sarebbe potuto sorgere senza:

  1. L’esistenza di una rete internet che permette l’organizzazione e lo scambio di informazioni in tempo reale, oltre a immensi database condivisi di dati.
  2. Una particolare situazione economica occidentale (ma non solo) in cui coesistono contemporaneamente una situazione di benessere e un potere di acquisto in forte decrescita per la classe media.
  3. Il declino contemporaneo della fiducia e delle risorse a disposizione dello Stato, inteso sia come struttura politica che come meccanismo di garanzia e regolazione sociale.

Ma la vera novità sta nell’ibrido ideologico alla base delle nuove forme economiche che contraddistinguono questo modello.

Prendiamo ad esempio i Gruppi di Acquisto Solidali che hanno cominciato a sorgere attorno agli anni ‘90 anche in Italia. Il meccanismo è semplice: un quartiere, un condominio o un’insieme di persone interessate agli stessi prodotti si mette assieme per fare un acquisto consistente di merce direttamente dal produttore, risparmiando così sui costi aggiuntivi della rete di distribuzione. Qualcuno mette a disposizione un garage per ricevere la merce, qualcuno si occupa della raccolta dei soldi e il risultato è un risparmio sostanziale per tutti.
Quali sono le differenze di questo modello con un meccanismo tipo quello di AirBnB?
Semplice: in questo caso nessuno (se non nella ridotta misura di alcuni spazi o del proprio tempo) utilizza un proprio bene (inteso anche nella forza lavoro) per avere un guadagno diretto. Il ricavo sta tutto nel risparmio che si può ottenere dall’acquisto diretto.
Non per niente i GAS sono un tipo di attività non commerciale riconosciuta (e in parte regolamentata) dallo Stato che non ha visto nessun problema in questo tipo di acquisti condivisi.

Le cose cambiano quando qualcuno decide di prendere un proprio bene che ha in abbondanza o in eccesso (nel senso che non lo utilizza appieno) e decide di metterlo a disposizione di chi può averne bisogno, ricavandone non solo un risparmio, ma anche un guadagno.
E parliamo di una grande varietà di beni: automobili, spazi commerciali, appartamenti, tempo, forza lavoro, software, lavatrici…potenzialmente non c’è limite alle cose (più o meno materiali) che abbiamo a disposizione in sovrabbondanza e che possono essere sfruttate al 100% facendole usare anche da altri.

Un ibrido economico e ideologico

Analizzando la questione da questo punto di vista cominciano a emergere finalmente i pilastri ideologici che stanno alla base di questo sistema.
Il primo insieme è quello dei valori positivi più facilmente promossi e pubblicizzati, viste le connotazioni positive: riduzione degli sprechi, riduzione del consumismo e dell’inquinamento, nonché possibilità di nuove interazioni sociali e di esperienze umane. Insomma un’economia solidale a tutti gli effetti.

Dall’altra parte però c’è anche un altro insieme di valori: diritto assoluto alla proprietà privata e inviolabilità del profitto, de-regolamentazione del lavoro e dell’uso degli spazi comuni. In un parola: liberismo assoluto. Si potrebbe quasi pensare all’anarco-capitalismo, che sostiene il capitalismo puro, senza possibilità di intervento dello Stato. Effettivamente il pensiero alla base si può capire con una semplice domanda: se una cosa è mia, perché non dovrei poterne disporre liberamente?
Ma che ha anche dei risvolti pratici meno pacifici, ad esempio: è giusto che lo Stato tassi il mio guadagno? Anche se questo guadagno deriva dall’uso di un oggetto su cui ho già pagato le tasse al momento dell’acquisto?

Non sarebbe assolutamente possibile pensare ad un modello economico come quello della sharing economy, senza presupporre questi due paradigmi: come potrei mettere a disposizione degli altri qualcosa che non considero mio in maniera inalienabile? E cosa rende questo guadagno diverso da quello che potrei avere con un lavoro regolamentato?
Ma quindi qual’è l’idea a cui si aderisce implicitamente?
Che sia giusto creare comunità e avere delle regole solidali o che il profitto personale sia l’unica istanza valida?

È qui la forza deflagrante della sharing economy: aver messo assieme due concetti completamente diversi, anzi spesso opposti, come l’economia solidale e il liberismo più sfrenato, facendoli coesistere come capisaldi di un business performante.

Giudizi di valore o risvolti pratici?

Queste contraddizioni potrebbero portare come minimo a dei dubbi o degli attriti nel sistema messo in atto e, se la questione fosse posta in questi termini, potrebbe essere difficile giustificare ciecamente la libertà lasciata a queste imprese. Tuttavia ci sono altri due colpi molto buoni nel caricatore della sharing economy, che permettono di eclissare le contraddizioni ideologiche alla base.
In primo luogo c’è l’estrema difficoltà a inquadrare chiaramente il soggetto economico di cui si sta parlando. Dopotutto la compagnia che produce la app o il servizio per mettere in condivisione un bene, di fatto non ha ricavo dall’attività che svolge l’utente, ma solo dall’utilizzo del servizio di scambio di informazioni che essa stessa offre.
Quindi di norma non si può tassarla per qualcosa su cui non guadagna.
Sarebbe come mettere sotto inchiesta la Telecom perché tramite linea telefonica sono state organizzate rapine o attentati.

Alla stessa maniera il confine fra scambio fra privati e prestazione lavorativa è difficile da tracciare in maniera netta, se ricade fuori dalla definizione di lavoro in senso stretto.
Se io do un passaggio in macchina a qualcuno e lui decide di pagarmi metà della benzina e darmi una piccola ricompensa, è una prestazione lavorativa? Non necessariamente.
Se ti presto la mia bici e tu in cambio mi regali un chilo di caffè, dovrei dichiarare il valore del chilo di caffè nel 730?
In pratica un’impresa diffusa, senza dipendenti né vincoli, che guadagna sull’uso di un servizio in appoggio ad un altro, ma che non fornisce direttamente quello finale all’utente.

In secondo luogo c’è l’aspetto tecnologico: se i tassisti si oppongono a Uber non è per concorrenza sleale, ma per luddismo. Si vuole arrestare il progresso.

Se il comune di Parigi impone la tassa di soggiorno agli ospiti AirBnB è una mossa per fare cassa sfruttando il “turismo del domani”, non un tentativo (per quanto vano) di per evitare il collasso economico e sociale di un città che fonda buona parte della sua economia sul turismo.

Come si può bene vedere le caratteristiche uniche di questo tipo di attività hanno delle conseguenze enormi.

Sostanzialmente inadeguati

I problemi fin qui emersi sembrano tracciare un profilo piuttosto tetro dei giovani startupper che hanno fondato queste attività e delle loro idee.
Ma la realtà è che le contraddizioni e le problematiche emerse, così come l’incapacità di affrontare il problema da parte delle strutture statali, sono questioni dalle radici profonde che hanno origine nella costituzione stessa delle nostre forme di aggregazione politiche, sociali ed economiche.

Come abbiamo visto di fondo c’è anche un difficile rapporto con le forme innovative di guadagno che consente la tecnologia: dopotutto il problema di fondo non è così diverso dallo sharing online.
Il ragionamento di fondo è lo stesso: che sia un film, un software o una bici, perché non posso utilizzare liberamente ed eventualmente condividere ciò che ho acquistato?

Ma, come nel caso del P2P la questione ad un certo punto comincia a farsi pesante ad un certo punto: chi paga gli artisti o gli sviluppatori di un software se una sola copia rifornisce migliaia di persone?

Chi garantisce che in una stanza presa in affitto su AirBnB non ci sia un’infestazione di parassiti o che l’acqua sia potabile, se non c’è obbligo di controlli sanitari come per gli alberghi?

Le questioni sono sovrapponibili e chiamano in causa i limiti al bisogno di regolamentazioni, che ci impone la vita organizzata in una comunità.

Si potrebbe pensare che la questione allora sia da porsi in questi termini: siamo disposti a rinunciare a garanzie sindacali e sanitarie, malattie, ferie e sicurezze solamente per poterci fare una settimana a Copenaghen con 300€ o il sabato sera in taxi al prezzo di un cocktail?

Ma credo che sia sbagliato porre solamente sotto questa luce il problema, perché le contraddizioni sollevate dalla sharing economy sono realistiche: abbiamo troppe cose, le sfruttiamo male e queste sono causa di inquinamento e sprechi, potremmo sfruttarle molto meglio collettivamente.

Filling the gap

Ecco che la soluzione comincia a delinearsi: una regolamentazione dell’economia della condivisione potrebbe essere possibile e potrebbe anzi diventare un vantaggio a livello sociale ed economico anche e sopratutto per il territorio che ospita queste attività. Dopotutto non è impensabile: prendiamo ad esempio le Benefit Corporation che cominciano a nascere in America e in Italia, oltre che in molti altri paesi.
Creare nuove forme societarie per rispondere ai mutati scenari è assolutamente possibile e anzi, puntando a dare degli incentivi per tutte le attività che hanno un positivo impatto sociale, si può produrre contemporaneamente ricchezza, beneficio sociale e gettito fiscale.

Perché non pensare a delle associazioni di categoria di car-sharer che possono detrarre dalle tasse il costo delle spese per l’automobile e hanno un incentivo per ogni viaggio fatto a pieno di passeggeri?
Tutto questo al semplice prezzo di una visita medica obbligatoria una volta all’anno, tasse automobilistiche e assicurazione in regola, nonché automobile di classe energetica elevata.
Questo è solo uno dei tanti esempi che potrebbero essere fatti per regolamentare la condivisione.

Le risposte a questo problema non potranno che passare attraverso una riscrittura delle regole economiche, questo è certo.
Ma sicuramente non sarà con uno statalismo estremo e con la totale liberalizzazione che si potrà arrivare ad una soluzione rispettosa di tutti, lavoratori, consumatori e cittadini.

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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.