Giudicare un film sulla base dell’originalità di una sceneggiatura è un esercizio di critica la cui utilità lascia molto spesso il tempo che trova. Da Smetto quando voglio, a Il racconto dei racconti fino ad arrivare a Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento, la strada intrapresa dal cinema italiano per uscire dalla crisi che ha colpito le sale negli ultimi anni pare sia che consiste nello strizzare l’occhio ai cosiddetti “blockbuster” hollywoodiani. Il ché significa mettere da parte un certo tipo di cinema d’autore per far posto a prodotti di genere e meno di nicchia.

E intendiamoci: non c’è assolutamente nulla di male in questo. Lo dicono gli incassi di queste pellicole ma soprattutto la presa che hanno sul pubblico di massa.
Tornando a noi.
Si può dire che La pazza gioia di Paolo Virzì porti al cinema una formula, quella dei pazzi (una strana coppia, oltretutto) che escono dalla dimensione terapeutica in cerca di libertà, già vista e rivista sia sul mercato italiano (Si può fare di Giulio Manfredonia) che su quello estero (da Qualcuno volò sul nido del cuculo sino al più recente Blue Jasmine).
Ma sapete cosa? La pazza gioia è un film bello, bellissimo.
In primis perché Virzì (che personalmente reputavo poco più che un idiota prima de Il capitale umano) si conferma essere un regista furbo ma anche molto abile a lavorare con tutti i suoi attori, capace di svolgere un lavoro certosino con gli interpreti (inutile citare la recente scoperta della bravissima Matilde Gioli) affidando loro una vis comica e caricaturale che non irrita mai lo spettatore (che è anche uno dei motivi per cui i cosiddetti puristi del realismo all’italiana detestano profondamente Virzì).
Proprio come aveva fatto Woody Allen con Cate Blachett, Virzì costruisce un personaggio su misura di Valeria Bruni Tedeschi (forse ancora più brava che ne Il capitale umano). Viene quindi messa in contrapposizione la figura della stronzetta altolocata post-berlusconiana con quella di una trucida depressa con tendenze suicide (il personaggio di Micaela Ramazzotti). Da qui si parte verso una più ampia contaminazione tra dramma e commedia, dove sarà quest’ultima ad avere la meglio. A partire dal contesto della comunità terapeutica, dove tutto è divertentissimo ed edulcorato, mentre il sentimento di pena, che verosimilmente si potrebbe provare verso i personaggi, si trasforma in tenerezza e simpatia. Le due matte, tuttavia, non sono donne incomprese vittima di trattamenti psichiatrici ingiusti, bensì persone effettivamente disturbate e pericolose. La compassione che lo spettatore prova verso le due protagoniste, quindi, fa apparire ingiusti certi divieti o terapie che a fine film troveranno totale giustificazione. In questo consiste la lezione di cinema che Virzì dispensa con La pazza gioia, che dimostra come la direzione di un regista sia in grado di rovesciare i toni indipendentemente da quanto scritto sul copione.

La regia è quella tipica della commedia e spesso lascia il posto alla bravura delle due protagoniste. Non vi sono forti scelte di montaggio se non qualche volta per finalità comiche.

È un film, infine, profondamente ottimista, dove il dramma viene sempre trasformato in umorismo (eccetto per un’unica sequenza nel finale) e dove anche le differenze sociali e culturali tra le due protagoniste vengono messe da parte per far posto ai sentimenti.
Ma va bene così, perché La pazza gioia, nonostante sia presentato a Cannes, non è cinema d’autore. È qualcosa di più.
È un cinema commerciale che amo da impazzire.

 

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".