La civiltà moderna, creata senza pensarci da chi non la voleva: 800 anni dai prati di Runnymede

Le cose accadono senza pensarci, mi ha detto qualcuno. Di più, direi io: le cose accadono oltre la propria volontà, vanno per conto loro, si scoprono mentre si fanno o addirittura si scoprono dopo che si fanno, hanno un effetto ulteriore, sicuramente imprevisto e magari persino non voluto. La storia, e la Storia, fanno come gli pare, e questo è un fatto, non perché ci sia una guida magnifica e occulta che la spinge, ma perché il tempo, il futuro e il passato, sono prima di tutto un affare politico, questione di rapporti di forza e di relazioni fra individui e gruppi; su queste relazioni, si installa poi l’impensato, l’imprevisto, il di più che c’è e che poi appare.

Questi pensieri così arzigogolati mi sono venuti in mente a partire dalla frase con cui apro, e che mi è parsa legarsi perfettamente – ancora: non a caso – con l’argomento su cui stavo lavorando. Un compleanno importantissimo per la storia dell’umanità tutta è passato sotto silenzio: 800 anni fa, sui prati di Runnymede sul Tamigi, veniva concessa e firmata dopo una guerra politica e militare la Magna Charta Libertatum. Da un lato, col foglio in mano, i baroni inglesi; dall’altro, con in mano la penna, Giovanni Plantageneto, conte del Maine, duca di Normandia, re d’Inghilterra, duca d’Aquitania e Guascogna e conte di Poitiers. E Duca di Normandia, dicevamo, sì, ma fino a un certo punto, perché dobbiamo immaginare la scena: il casino medievale perfetto, con castelli, catapulte, cavalieri, poveri cristi servi della gleba con una spada mezza spaccata in mano, a combattere agli ordini di un tizio che manco conoscono e che, finita la guerra, li rimanderà a zappare la terra.

Un delirio di spadate che travolge la Normandia, formalmente possedimento inglese (volendo essere più precisi, è l’Inghilterra che era possedimento francese, visto che Guglielmo il Conquistatore era francese: ricordiamo che la Francia ha rivendicato il trono inglese almeno fino al 1500. Honi soit qui mal y pense, d’altronde), nel 1204. E la travolge perché il fratello di Giovanni, quel Riccardo Cuor di Leone che tutti ricordano per essere bravo, bello e giusto nel Robin Hood della Disney, era partito qualche tempo prima per la Terza Crociata. L’idea era quella di riconquistare Gerusalemme, che Saladino teneva e controllava fin dal 1187.

Per quel che ci importa Riccardo Cuor di Leone per lavarsi la coscienza e tirare su un’armata si ferma giusto giusto un attimo prima di vendersi la madre: requisisce il tesoro della corona, inizia a vendere le cariche pubbliche all’asta, minaccia quelli che le cariche le hanno già (“o paghi o te ne vai”, dice a un vescovo), e sopratutto alza le tasse a tutti; è la fantastica “Decima del Saladino“, escussa dai preti in Francia e Inghilterra: ogni libero doveva il decimo della sua rendita annuale per armare le Crociate, potete immaginare l’entusiasmo, una roba da circa 100mila sterline – gli scozzesi chiesero se per caso Riccardo fosse andato fuori di testa, e lo invitarono a rivolgersi altrove; Riccardo poi parte nel 1189, arriva in Sicilia, devasta Messina e si accampa fino a che il Re Tancredi non lo paga per andarsene.

Un impegno lodevole che porta frutto: Riccardo vede naufragare la propria flotta nel Mediterraneo, decide di sterminare un po’ di arabi presi in ostaggio, riconquista la città di Acri, marcia verso Gerusalemme ma in vista della città si mette a litigare coi francesi su come conquistarla, poi gli giunge notizia che in patria il fratello Giovanni gli sta per fare le scarpe, allora rimonta sulla nave, naufraga ad Aquileia, viene beccato dal Duca d’Austria che lo sequestra, poi lo cede al Sacro Romano Imperatore che chiede un riscatto alla famiglia per restituirlo; il fratello offre addirittura dei soldi perché se lo tengano, ma la madre (Eleonora d’Aquitania) impone nuove tasse – chiede di nuovo a tutti i liberi un quarto del proprio reddito – racimola il riscatto e lo fa liberare. Pochi mesi dopo, Riccardo muore, e gli succede il fratello, Giovanni, detto il Senza Terra.

Senza Terra perché passa la gran parte del suo regno – breve – a fare la guerra al Re di Francia Filippo Augusto per riconquistare qualche pezzo di terra sul continente francese, che il fratello Riccardo aveva perso; guerra per la quale, ancora, ha bisogno di un monte di soldi che ottiene tassando tutti, sì, come nel film Disney, mandando gli sceriffi a ravanare nelle case della gente: un’altra stecchetta da un decimo del reddito. Anche questo impegno lodevole porta frutto: il Re Filippo Augusto di Francia sconfigge la coalizione di Giovanni d’Inghilterra a Bouvines nel 1214 e caccia gli inglesi dal continente semidefinitivamente. Una botta che a Londra ancora se la ricordano, e che definisce i confini e i destini d’Europa da quel momento in avanti. Ed è qui che, nelle campagne inglesi, qualcuno si incavola di brutto.

Customs: è il nome delle tasse inglesi. Ma no nel 1200, oggi: Her Majesty Revenue and Customs è il nome dell’ufficio esazioni. Le tasse sono possibili perché sono custom, sono consuetudini, tradizioni, e come tali vanno onorate nella misura in cui la tradizione le autorizza. La tradizione, nel diritto, è una roba abbastanza pericolosa, perché è dura ad affermarsi, ma se si radica diventa blindata e inamovibile. Un comportamento scelto, scelto, scelto e riscelto diventa parte di sé, del sistema, si integra e si salda col resto. Ora, pari al Re medievale, che è primo fra pari, ci sono i nobili, marchesi e baroni e conti e tutta questa gente con gli scudi dipinti; la loro principale attività quotidiana era, boh, tipo nulla: erano liberi, nel senso della libertà di Antico Regime. Potevano fare quel che gli pareva, perché avevano la terra e liberi e servi che gliela lavoravano. Gli unici obblighi che avevano erano quelli del sistema feudale: consigliare, aiutare il re; e pagare un tributo in caso di emergenza (“consilium et auxilium“). Ma erano decenni, da Riccardo in giù, che questo Re continuava a chiedere tasse d’emergenza: l’emergenza stava diventando normalità, si stava radicando, stava diventando tradizione. I baroni e i possidenti sarebbero presto stati costretti a pagare delle tasse normalmente. Sarebbe stato inaccettabile: le tasse, orrore, mon dieu.

Così, quando a Bouvines Giovanni viene battuto dai francesi e rientra in Inghilterra con le ossa rotte, i baroni gli danno giusto il tempo di cambiarsi e lo bastonano duramente: è la rivolta dei Baroni, che si conclude, dopo negoziati vari e il tentativo di tirare dentro il Papa, con la capitolazione  del Re a Runnymede, un prato nel nulla poco distante da Londra. La nobiltà estorce a Giovanni la firma sulla Grande Carta delle Libertà, la Magna Charta Libertatum di cui festeggiamo in questi giorni l’ottocentenario; un documento che ha fatto la storia del diritto perché lì vengono messe per iscritto le prime libertà civili, fondamentalmente due: primo, nessun uomo libero può essere detenuto arbitrariamente dal Re; secondo, vengono confermate le tradizionali imposte feudali, ma vengono messe per iscritto. Il Re non può inventarsi nuove tasse senza il parere del Consiglio dei Baroni – che piano piano diventerà il Parlamento – e questo lo dice un documento: per la prima volta dunque il Re è vincolato a qualcosa che somigli ad una legge. La Magna Charta causa l’inizio di una reazione a catena che, come vedremo fra un attimo, ci porterà per salti ben ampi alla civiltà moderna.

C’è però un dato che è importante notare: nessuno, ma proprio nessuno degli attori in causa in questa storia, da Riccardo Cuor di Leone, ai baroni, al Re, ai cittadini inglesi, volevano fare qualcosa di rivoluzionario, volevano portare avanti la civiltà, volevano donare qualcosa che fosse di alto contenuto al mondo. Eppure, costoro innescheranno un percorso che porterà esattamente a questo esito, la civiltà moderna, senza pensarci. Senza volerlo. Probabilmente, avendolo saputo, sarebbero stati persino radicalmente contrari.

I Baroni volevano i loro soldi: pochi, maledetti e subito. Non volevano limitare particolarmente il potere del Re, perché diventare Re fa gola a tutti, no? Magari un giorno l’arbìtrio torna comodo. Volevano però che il Re non si allargasse, e comunque non volevano che lo facesse quel Re, pronti a riproporre la questione laddove fosse diventato Re uno di loro. Non vedevano al di là del proprio naso: hey re Giovanni, fuori il grano, caccia i soldi e torna a giocare nei tuoi domini, lascia stare i nostri; torna a girare il paese come una trottola con i giudici, fai i tuoi bei tornei con i pennacchi e tutto il resto. Sarai pure Re ma devi stare buonino.

Non era certo un civilizzatore il re Giovanni – chiamato Bad King John, parliamo di un tizio che aveva imprigionato la moglie e ammazzato il nipote, in più era anche “peggio che stupido” secondo gli storici inglesi; lui voleva semplicemente più soldi, più potere, fare le sue guerrette per avere più terra in Francia, e si sentiva titolare di un’autorità che aveva solo in Dio il limite. La Magna Charta fu il risultato una lotta di potere, una cosa bieca: Giovanni aveva lasciato spazio perché era politicamente debole e sconfitto, tutti gli altri gli saltarono addosso violentemente per prendersi pezzi di potere, e denaro, e terre. Il tono della carta non è quello di un documento di diritti, ma di una capitolazione militare: “Giovanni, per grazia di Dio re d’Inghilterra, signore d’Irlanda, duca di Normandia ed Aquitania, conte d’Angiò” blablabla siccome è una pippa e ha preso un sacco di botte, magnanimamente concede questo e quello.

Anche il diritto a non venir imprigionati senza giusta causa fu inserito perché gli sceriffi del Re ti facevano vedere il sole a scacchi fino a che non pagavi, e forse pure dopo, arbitrariamente, così. E comunque, non crederete mica che tale diritto si applicasse a tutti? Certo che no, solo agli uomini liberi. E fino alla Rivoluzione Francese sei libero solo se non devi niente a nessuno, in breve, solo se sei un barone o un cittadino con un pezzo di terra. Il popolano ha solo la libertà di piegare la testa, e comunque fino a che glielo permettiamo.

Fra tutte le parti in causa, non ci fu uno che disse: ma dai, facciamo qualcosa di alto. Tutti volevano o soldi o potere: e occhio, né i soldi né il potere sono brutti di per sé, dipende dallo spirito e dalle motivazioni. E tutti, su quel prato, volevano soldi e potere solo per avere soldi e potere. Una lotta politica dura, un gioco di sopraffazioni incrociate, un meccanismo intricato di violenza, un arzigogolo strano.

Che la Magna Charta per i conterranei valesse meno che zero è palese: William Shakespeare, nel suo King John, non fa menzione del documento, come se non esistesse. Nessuno dei coinvolti immaginava che il loro mettere per iscritto, fissare, ciò che per loro era solo una consuetudine da riaffermare violentemente, desse il via ad una serie di conseguenze impreviste.

I principi che costituiscono il cuore della Magna Carta hanno ispirato molti documenti storici: Thomas Jefferson li inserì nella Dichiarazione di Indipendenza americana e nel Bill of Rights, la prima parte della Costituzione degli Stati Uniti. Gandhi citò il documento nella lettera d’addio che scrisse quando lasciò il Sudafrica, nel 1914: secondo lui, in base alla Carta “non dovrebbero esistere diseguaglianze basate sulla razza tra sudditi della corona”. Echi della Magna Carta risuonano anche nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e nella Convenzione europea sui diritti dell’uomo del 1950. Nelson Mandela la citò nel famoso discorso che tenne nel 1964 mentre era sotto processo per sabotaggio, in Sudafrica.

Prima che il Terzo Stato si costituisse in Assemblea Costituente a Parigi nel 1789 alla Pallacorda, il Primo e il Secondo Stato credevano di avere le traveggole: “Voi chiedete la libertà? Ma anche noi, oh: le nostre libertà”. La riaffermazione, dunque, delle normali consuetudini, al massimo un’evoluzione, una cosa normale; ma la lezione americana era stata ben imparata, e a loro volta i costituenti puritani e un po’ massoni di Philadelphia l’avevano imparata da quel documento, sepolto nella storia e che, per chi lo aveva firmato, valeva al massimo come una cambiale.

Le cose accadono senza pensarci. A volte, certo: ma gli effetti non ci appartengono. Il mondo cambia in conseguenza delle cose che accadono, a volte persino contro le nostre intenzioni. Su un equilibrio installato per un motivo,  se ne potrà appoggiare un altro di motivo diverso, se la dinamica lo chiede e la tenacia lo permette.

Nel festeggiare gli 800 anni della Magna Charta, festeggiamo la libertà e il progresso che si insinuano anche dove non erano previsti, persino dove non erano voluti; che rendono strumento ciò che era pensato per altro. Auguriamoci che succeda sempre così.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".