Era solo questione di tempo prima che il caso esplodesse (di nuovo). Ovviamente i presupposti erano già nell’aria da tempo e anzi si può dire che in fondo il problema sia sempre lo stesso quando si parla della rete: “chi paga per la condivisione libera dei contenuti?”.

 

Stavolta il casus belli è l’uscita di iOS 9.0 che permette, per la prima volta, di sviluppare e implementare le funzioni di ad blocking per i browser disponibili sui dispositivi Apple. Detto meno in linguaggio tecnico: prima tutte le fastidiose pubblicità che popolano i siti internet non potevano essere bloccate in maniera “legale” cioè permessa dalla Apple stessa. Con questo aggiornamento invece è data la piena possibilità agli sviluppatori di creare applicazioni in grado di eliminare popup, banner e altre caselle pubblicitarie dai contenuti che si fruiscono da Iphone e Ipad. Non una grande innovazione a livello tecnologico direte voi, e avete ragione.

Gli ad-blocker sono disponibili da molto tempo per tutti i browser desktop ed è innegabile che questo abbiamo migliorato di molto l’esperienza degli utenti che finalmente non si vedono più tormentati da pubblicità di ogni tipo ogni volta che entrano, escono i per sbaglio puntano il mouse sulla zona sbagliata di una pagina web. Addirittura ci sono applicazioni tipo Pocket che letteralmente strappano il contenuto utile di una pagina (tipo un articolo) e ve lo piazzano su una scheda alternativa senza nulla che non sia il semplice testo (prego, non c’è di che).

Tuttavia, come ha spiegato benissimo Nilay Patel con questo articolo su the Verge (Welcome to hell: Apple vs. Google vs. Facebook and the slow death of the web), la mossa del gigante di Cupertino nasconde in realtà una precisa volontà di attaccare Google direttamente nel suo campo: la pubblicità online. Come probabilmente ormai molti sanno, i network pubblicitari di Google sono a tutti gli effetti l’unica attività redditizia (enormemente redditizia) dell’azienda: una strategia molto ben studiata che ha permesso a Google di diventare un monopolista dell’advertising online, sopratutto mantenendo una facciata di attenzione agli utenti quasi impeccabile.

Effettivamente le linee guida per la pubblicazione degli annunci su Google sono molto chiari: creare annunci pertinenti, chiari, utili agli utenti e che saranno pubblicati solo se le pagine a cui rimandano sono effettivamente attinenti con l’annuncio. Insomma: pubblicizzate pure i vostri prodotti e servizi, l’importante è che questa pubblicità si effettivamente d’aiuto agli utenti per trovare ciò che cercano o potrebbero cercare. La mossa di Apple non è solo uno sgambetto ad un’azienda rivale quindi, ma è anche un attacco diretto a questa politica di incontro fra domanda e offerta messa in campo da Google: da oggi in poi la pubblicità online è semplicemente un male, anzi il male. Sopratutto se viene dalla concorrenza. E la cosa migliore è che la maggior parte dei siti al giorno d’oggi usa tanti di quelle schifezze pubblicitarie che questa mossa appare come un atto assolutamente disinteressato e rivolto al bene unico degli utenti, ormai sfibrati dalla continua intrusione nella loro navigazione. Tuttavia il problema nasce quando si prova a guardare il fatto da un’altra prospettiva: la pubblicità online è estremamente fastidiosa, sopratutto perché penetra in uno spazio (o meglio in un tempo) molto più privato della pubblicità tradizionale, ma è solamente grazie a questo network pubblicitario che molti siti possono mantenersi e mantenere i loro contenuti gratuiti. Chi si limita a fruire dei contenuti a volte non si rende conto di questo fatto: un sito, un blog, un giornale online, una produzione di video ha dei costi molto alti, sia per quanto riguarda l’infrastruttura, ma ancora di più per le risorse umane. Chi paga per tutto ciò?

Semplicemente il metodo è lo stesso utilizzato per la tv: si vende uno spazio (un tempo) e con quei soldi si fa girare la baracca.

Ecco perché la mossa di Apple è qualcosa di più. Mettere in crisi questo sistema è forse doveroso ed è qualcosa che gli utenti fanno già da tempo. Ma il fatto che la mossa sia messa in atto da un’azienda come Apple, che sposta quote di mercato immense, ha delle ricadute gigante per tutti quegli editori che si mantengono grazie a questo sistema.

Il risultato purtroppo non può che essere la nascita di sistemi sempre più chiusi per garantirsi la sopravvivenza.

Per quanto sia difficile ammetterlo,la pubblicità almeno è democratica e libera: per chi la fa,per chi la vende, per chi la compra e in parte per chi la subisce. E questo garantisce, in parte almeno la libertà dei contenuti prodotti.
Ma se alcune grandi piattaforme iniziano a essere gli unici spazi dai quali e garantito un ritorno sicuro, c’è la stessa garanzia? Se non vogliamo più vedere la pubblicità nella consueta forma di un banner o di un pop up, quale forma adotteranno queste piattaforme per mantenere fedeli gli utenti senza infastidirli?  Pubblicità implicite in ogni contenuto visualizzato?
Articoli e video che sponsorizzano questo o quel prodotto?

facebookvsgoogleplus

Effettivamente è qui che si inizia a capire la strategia di Facebook.

Il social network più grande del mondo ha le idee molto chiare: deve diventare e restare sempre di più l’unico strumento e l’unico portare utile per la navigazione sul web.  Vi sembra esagerato? Pensateci: internet è nato come piattaforma per lo scambio di informazioni scientifiche. Quando poi la tecnologia si è estesa al grande pubblico, si sono create due cerchie di informazioni con cui entrare in contatto: quella dei conoscenti,attraverso mail e chat,oppure progetti condivisi e quella più ampia delle informazioni globali con cui si veniva a contatto attraverso portali, giornali online,siti specializzati e forum.  Facebook ha prima di tutto portato al suo interno i contatti più vicini (gli amici) aggregando tutte le funzioni che prima passavano via mail e altri canali e ha iniziato pian piano a cercare di implementare anche il secondo livello di informazioni.

Società, giornali, televisioni, case editrici: tutte hanno una pagina aziendale ormai. Ma dopo la presenza, è importante portarci i contenuti: ecco ad esempio Istant Articles che tenta appunto di creare una piattaforma per gli editori che sia sostenibile a livello di ricavi.

Questi sono solo alcuni esempi superficiali e incompleti che tentano di mettere in luce alcuni problemi, quello che si può capire chiaramente è semmai la tendenza e la strategia che i colossi del digitale stanno mettendo in atto:
1. Creare sistemi chiusi che siano sempre più l’unico sistema necessario per fruire del web, ma che sopratutto in cui sia indispensabile la piattaforma centrale per sostenere tutti i contenuti prodotti.
2. Far entrare sempre di più gli utenti in questi sistemi chiusi e renderli dipendenti da questa o da quella piattaforma, facendoli uscire il meno possibile.

Ma questo processo è irreversibile? Davvero si sta andando verso una morte del web come lo conosciamo?

In un certo senso si: pensare che questo metodo possa andare avanti per sempre è impensabile, ma non è nemmeno detto che non ci siano maniere alternative per continuare ad avere dei contenuti indipendenti e di qualità su piattaforme non brandizzate come Google o Facebook o Apple. Così come è assurdo pensare che tutto si trasformi in una gigantesca orgia di condivisione gratuita senza alcun ritorno economico. Effettivamente ci sono delle idee interessanti che stanno nascendo, ma sopratutto si sta iniziando a capire e coltivare una cultura diversa fra gli utenti.

Dove hanno fallito abbonamenti a servizi di news e ai giornali, account freemium e via dicendo, sta riuscendo questa interessante start up che si chiama Blendle e che ha portato un’idea che pare stia funzionando.
Micropagamenti per gli articoli interessanti, garanzia soddisfatti e rimborsati, acquisto solamente degli articoli interessanti e una grande scelta di testate disponibili.

Probabilmente, se la soluzione fosse così semplice, sarebbe troppo bello. Però è innegabile che ci siano delle maniere per creare un sistema sostenibile per la creazione di contenuti indipendenti: come sempre la soluzione passa attraverso l’educazione degli utenti. Ma se pensiamo al 1990, quando è stato creato Napster ed è nato il primo conflitto fra cultura della condivisione e necessità economiche dei produttori di contenuti, credo che di passi in avanti se ne siano fatti molti. Gli utenti pian piano sono più inclini a pagare per quello che trovano utile sulla rete, aiutati anche dalla facilità nell’effettuare pagamenti rapidi e senza troppi problemi di sicurezza e burocrazia. E sopratutto un dettaglio che gli editori tradizionali non hanno mai capito: coinvolgere e conoscere i propri utenti è uno strumento straordinario per creare un’esperienza per la quale sono disposti a pagare. Ovviamente non sarà qualche piccola start up a poter cambiare le sorti di questa guerra fra colossi del web. Così come non sarà la pubblicità online come viene fatta ora a salvare l’indipendenza di chi produce i contenuti.

Ma, se c’è una cosa che l’economia del mondo digitale ha insegnato ormai, è che non importa quanto piccola sia un’idea: se è buona è possibile che riuscirà davvero a diventare qualcosa di enorme e rivoluzionario.

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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.