Una delle facce più affascinanti del mondo dello sport è senza dubbio quella legata alle sorprese. Quella delle vittorie inattese, dei trionfi inaspettati. La storia è piena di episodi epici, di leggende da tramandare e raccontare estasiati. E se certe storie non le vivi di persona, ma ti vengono solo raccontate, o (peggio ancora) le vivi solo attraverso i video di Youtube, allora è impossibile non affezionarcisi.

È forse questo il motivo per cui non mi appassionai troppo all’impresa della Grecia agli Europei del 2004:  ero già ben consapevole di ciò a cui stavo assistendo, ero ancora troppo legato all’ideale romantico di un calcio giocato a viso aperto, un calcio che non fosse semplicemente “catenaccio e contropiede”. Ma per la Danimarca del 1992 la storia è diversa. Più lontana, forse più adatta a romantici e nostalgici. Una storia che deve necessariamente partire con un flashback.

Il 13 maggio del 1990, allo stadio Maksimir di Zagabria, si giocava il derby più caldo di Jugoslavia, quello tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa Belgrado. Si capisce subito che quella partita non verrà mai giocata, quella partita non deve essere giocata. Ormai da mesi la Jugoslavia è percorsa da venti di guerra, da forti sentimenti nazionalistici che vedono contrapporsi diversi popoli, diverse etnie, diverse religioni. E tutto esplode in quel caldo pomeriggio, quando gli ultras della Dinamo, i Bad Blue Boys, e quelli della Stella Rossa, i Delije, si scontrano selvaggiamente fuori e dentro lo stadio. Non sono più semplicemente due gruppi ultras rivali, ma rappresentano ormai due eserciti nemici. Il calcio non c’entra nulla, se non come strumento di propaganda, come potentissima arma in mano ai partiti nazionalisti. Il calcio trascende la propria dimensione prettamente sportiva, diventando simbolo di una battaglia a tutto campo, ben presto di una guerra. Una guerra che squarcerà i Balcani per 5 lunghissimi anni, portando alla disintegrazione dello stato Jugoslavo in Croazia, Slovenia, Bosnia e ciò che resta della Jugoslavia.

E non a caso, un drappo esposto dai Bad Blue Boys in quell’infausta giornata di metà maggio recitava: “La guerra è iniziata al Maksimir”. Dilaniata da queste fortissime istanze indipendentiste, la Jugoslavia non ha più ragione d’esistere. Come stato, come squadra. Giocherà anche le qualificazioni ai campionati europei del 1992, vincendo il girone e ottenendo il diritto a partecipare. Ma pochi giorni prima della manifestazione viene esclusa, e sostituita dalla squadra giunta alle sue spalle: la Danimarca.

Convocati in fretta e furia a dieci giorni dall’inizio dell’Europeo, costretti ad interrompere bruscamente le proprie vacanze, i giocatori danesi si presentarono all’appuntamento senza un’adeguata preparazione alle spalle. Inoltre, il giocatore di maggior talento del movimento calcistico danese, quel Michael Laudrup che aveva militato nella Juventus nel corso degli anni ’80, aveva deciso di non rispondere alla chiamata del proprio allenatore, Richard Møller-Nielsen, per vecchi dissapori che già l’avevano portato a lasciare la nazionale.

Lo stesso commissario tecnico era in quei giorni impegnato a ristrutturare casa. Insomma, non certo le migliori premesse per una spedizione continentale.

I migliori giocatori reclutati da Møller-Nielsen furono così Peter Schmeichel (l’unico che poi avrebbe avuto una luminosa carriera, nelle fila del Manchester United), Brian Laudrup (fratello di Michael), e i pressoché sconosciuti Lars Olsen, Flemming Povlsen e Henrik Larsen.

Le avversarie del girone sarebbero state la Svezia padrona di casa, la Francia di Jean-Pierre Papin ed Eric Cantona, l’Inghilterra di Alan Shearer. Nell’altro girone spiccavano l’Olanda dei milanisti Rijkaard, Van Basten e Gullit, la Germania (alla prima esperienza da “riunificata”) e quella strana entità chiamata CSI (Comunità degli Stati Indipendenti), nata dalla disgregazione dell’Unione Sovietica. Una perfetta rappresentazione della rivoluzionata cartina geopolitica europea.

La data del debutto danese è fissata per l’11 giugno 1992, a Malmö. L’avversario di turno l’Inghilterra. La partita non è certo indimenticabile e la squadra di Møller-Nielsen riesce a resistere alle sfuriate della nazionale dei Tre Leoni. Salvata a più riprese dalle parate di quel fenomeno di Schmeichel, rischia addirittura il colpaccio nel finale, quando la traversa dice di no a John Jensen. Ma va bene così. L’onore è salvo, il punticino portato a casa. Altre due partite prima di reintrare in Danimarca e riprendere le vacanze. Nel frattempo, Svezia e Francia pareggiano 1-1. Tutte ad 1 punto, tutto come prima.

Il secondo match è invece a Solna, contro la squadra ospitante. Una squadra che si sta costruendo un grande futuro, pronta a stupire il mondo solo due anni più tardi, con uno straordinario terzo porto ai mondiali statunitensi. Dopo il pareggio a reti bianche tra le deludenti Francia ed Inghilterra, è una partita che sa di spareggio. E la vince la Svezia, 1-0, con gol di Thomas Brolin, all’epoca prolifico attaccante del Parma dei miracoli. Fino a questo punto niente di sorprendente dunque. Una Danimarca ordinata, ben organizzata, ma forse troppo timida e rinunciataria, ha ottenuto un punto, è sul fondo della classifica e soprattutto non ha segnato la miseria di un gol. Si, proprio un inizio da vera Cenerentola. Una rapida comparsata, nulla più.

L’ultima partita è contro la Francia, di nuovo a Malmö, dove l’avventura era cominciata.

Tutti pensano che sia finalmente giunto il momento dell’ultimo ballo, si punta solo, per uscire a testa alta, a metterla dentro almeno una volta. Ed è quello che succede dopo soli 8 minuti, grazie alla marcatura di Henrik Larsen. Dopo il pareggio di Papin, la Francia sarebbe qualificata per le semifinali, ma a poco più di 10 minuti dal termine Lars Elstrup, da subentrato, realizza il gol che fissa il risultato sul 2-1. Un altro segno del destino. Il miracolo può continuare, perché la contemporanea vittoria della Svezia sull’Inghilterra porta le due formazioni scandinave a braccetto alle semifinali.

E le due soprese, quella svedese e quella danese, dovranno affrontare ovviamente la Germania e l’Olanda, che nell’altro girone non hanno avuto problemi a far rispettare le gerarchie, sbarazzandosi senza affanni di scozzesi ed ex sovietici.

Adesso però sembra davvero arrivato il momento di riaprire gli occhi e risvegliarsi dal sogno. Di fronte non ci sono più la presunzione e lo snobismo di Francia e Inghilterra, bensì la freschezza, la classe, il talento dell’Olanda dei fenomeni. Fenomeni come Marco Van Basten, Ruud Gullit, Frank Rijkaard, Dennis Bergkamp. Invece, ecco un’altra partenza sprint, un altro gol nei minuti iniziali a firma Henrik Larsen. Ma l’Olanda non ha nessuna intenzione di abdicare, è campionessa europea in carica, è troppo forte. Pareggia subito, con Dennis Bergkamp, ma poco dopo è ancora sotto, perché quello sconosciuto di Henrik Larsen è in un autentico stato di grazia. 2-1.

Per tutta la ripresa è Olanda contro Schmeichel, ultimo baluardo a difesa di un pazzo sogno. Baluardo che deve però cedere a soli 4 minuti dalla fine, momento in cui il milanista Frank Rijkaard pareggia, portando la sfida ai supplementari. E dopo 30 minuti di pura sofferenza e strenua, commovente resistenza, si giunge alla lotteria dei calci di rigore. Ormai non contano più la classe e la tecnica, conta solo la lucidità. I danesi non ne sbagliano uno: Larsen, Povlsen, Elstrup, Vilfort, Christofte. Come una poesia da mandare a memoria. Per gli Orange, invece, sbaglia solo un giocatore: il più forte, il più rappresentativo. Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht.

Cenerentola è arrivata all’ultimo ballo, la finale di Göteborg. Dove ovviamente l’avversario si chiama Germania, perché in fondo “il calcio è un gioco semplice, dove 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine vince la Germania”. Ma stavolta non è così, non può essere così. Stavolta il finale è come se fosse già scritto da qualche parte. Apre John Jensen, chiude Kim Vilfort. Proprio Vilfort. Lui che per tutto l’Europeo ha fatto avanti e indietro tra Svezia e Danimarca per assistere la figlia malata di leucemia. Proprio la persona a cui importa meno di tutti di quel momento storico, di un popolo che grazie a lui sta per festeggiare un’impresa da favola.

Finisce 2-0.

La Danimarca è campione d’Europa. La Danimarca ha vinto un Europeo a cui non doveva nemmeno partecipare, a cui era stata ammessa a causa di una guerra insensata, che stava mettendo gli uni contro gli altri coloro che un tempo erano fratelli.

Qualche sera fa, un amico mi ha confidato di aver addirittura utilizzato l’epopea della Danimarca del ’92 come paragone per la sua tormentata storia d’amore con una ragazza. Perché la Danimarca del ’92 è stata un po’ tutto questo: una storia d’amore, un’emozione inattesa e meravigliosa, un messaggio di speranza ad un continente scosso da guerre e scandali.

 

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Francesco Bonato ne dice: Giacomo Mozzo ama la precisione. E non parlo di quella consuetudine che prevede che ci si faccia trovar pronti all’ora che si è deciso, nel luogo che si è deciso, perché state sicuri che lui è in ritardo. Parlo di quella ricerca del particolare, dell’ordine, delle cose fatte bene col tempo che ci vuole per farle; attenzione maniacale per l’attuale che ti porta ad essere in ritardo per quello che devi fare dopo. Magro, potremmo dire anche smilzo, con i piedi buoni e il cuore grande, ha passione per lo sport, in particolare il giuoco del calcio. Viene spesso paragonato ad un’enciclopedia, pozzo di sapienza e archivio di statistiche, le quali sapientemente utilizza per condire belle storie. Altro? Ama viaggiare. La sua valigia rimane così perfetta che, a vederla, non capite se deve ancora partire o è appena tornato.