Una conversazione tra il nostro videomaker Francesco, che vi parla del video più bello del Mondiale, e un esperto di calcio che vi ricorderà tutte le emozioni provate al Mondiale giusto in attesa che i campionati riprendano.

Francesco, esperto di video, si è appassionato al Mondiale ed è rimasto sveglio a guardare Germania-Algeria, ad esempio. Giacomo Mozzo, che è ospite oggi nella rubrica, ha continuato a riguardare il video di Beats con Neymar.

 

Giacomo:

Dopo una settimana dalla fine di questa sbornia di partite, finalmente il tempo di buttare giù considerazioni e sensazioni su quel mese che ha sempre un po’ una storia a sé stante. Il mese che ogni quattro anni accomuna calciofili e non, portando a conversazioni e discussioni mai immaginabili nei quarantasette successivi. Si perché c’è poco da fare, non bisogna aver paura di incorrere nella più classica delle frasi fatte: ogni quattro anni, da metà giugno a metà luglio circa, tutti diventiamo come d’incanto c.t., esperti opinionisti e scafati osservatori.

Questo articolo doveva partire come un’analisi, una recensione (spero che il mio partner non s’offenda per questa definizione) di un video. Il classico video che, alla vigilia di una rassegna di tale importanza, carica l’attesa e l’avvicinamento di pathos e adrenalina.

Si è invece tramutato in un variegato racconto di quello che questo mondiale ha significato per noi e di quello che ci ha lasciato in quest’estate senza campionati. Forse troppa carne al fuoco, oppure eccesso di zelo. Saprete perdonarci.

 

Francesco:

Dovevo scrivere un articolo per questo mese, ma è difficile. Perché è così difficile? Manca il tempo, si sa. E poi c’erano i mondiali. Che poi l’articolo era proprio sui mondiali, su un video che aveva come protagonista Neymar, che protagonista non lo è stato.

L’idea non è male, la produzione ovviamente è totale e il risultato è che, se ti capita come pubblicità prima del video del tuo cantante preferito su Youtube, lo guardi tutto, cinque minuti tutti d’un fiato. I luoghi comuni si sprecano, ma sono ben rappresentati, pesati, pensati. Dal ritratto di Sir Bobby Charlton nel classico salotto inglese, dove una coppia attempata spera di poter ripetere i bagordi vissuti nel lontano 1966, alla giovane ragazza spagnola che probabilmente si scalda prima di una partita. The game before the game. Peccato che Inghilterra e Spagna ci abbiano prematuramente salutato, ma i commenti calcistici li lascio a chi conosce l’argomento. L’unica cosa che mi sento di dire invece è che probabilmente lavarsi i piedi nel lavandino con le calze addosso porta bene, o comunque male non fa.

Difficile anche non amare le pubblicità nostrane, sicuramente meno spettacolari ed esose dello spot della Beats, ma non meno emozionanti. Mi riferisco all’ultimo capolavoro Fiat, con Brunone nazionale e il Trap al comando, concetti semplici e basilari, ma molta cura al sound. Meu amigo Charlie Brown, la classica da trenino del sabato del villaggio (turistico).

Giacomo: 

Un tipico ritrovo, tale da meritare uno spazio dedicato, è stato probabilmente quello per le partite del Brasile, la mitica Selecao. La squadra che ognuno, da bambino, in cuor suo ha tifato, almeno per un breve periodo.

Ma si sa, quei tempi sono ormai lontani e dimenticati. E allora ecco che le serate davanti alla tv per i match dei verde-oro si trasformavano puntualmente in torcide contro quei giocatori tanto bravi quanto antipatici, contro una squadra tanto forte (sulla carta) quanto favorita da “episodi” arbitrali alquanto sospetti.

Si tifava alternativamente Croazia, poi Cile, poi Colombia. E per gli ottavi di finale, tifare per La Roja del tecnico argentino Jorge Sampaoli era quasi una questione di principio, una sorta di obbligo morale (per informazioni, dare un’occhiata al video in fondo. Impossibile non emozionarsi).

Poi vabbè, il 7-1, senza Neymar e con Fred centravanti titolare. E quasi un senso di colpa e compassione.

Germania - Argentina: Giacomino ci credeva (cit. e foto di Cecilia Pigozzi)
Germania – Argentina: Giacomino ci credeva (cit. e foto Instagram di Cecilia Pigozzi)

Francesco:

“Sti brasiliani continuano a buttarsi, al minimo contatto si lasciano cadere!” e poi ti ritrovi con la vertebra rotta, per dire. E quando decidi che l’articolo lo scrivi lo stesso sti qui perdono sette a uno. E allora non ha più senso, e in piscina non ci puoi andare perché l’estate non comincia più. Perché è così difficile?

 

Giacomo: 

Insomma, un mondiale è qualcosa che bene o male si ricorda sempre. Una perfetta occasione per ritrovarsi, bere birra, mangiare patatine e scappare a fumare una sigaretta ad ogni intervallo (e quest’anno, con tutti i supplementari giocati, di intervalli ce ne sono stati parecchi).

E alla fine, soprattutto se l’Italia incorre in una prematura eliminazione, del risultato frega poco a tutti. Si può tifare l’Argentina per un coro, odiare la Germania per i più svariati motivi socio-economico-politico-culturali, ma alla fine di tutto resta il ricordo di serate estive passate tra pallone, bestemmie, battute e risate. Solo il tempo di un rapido commento su Messi che non è Maradona, di un sentito insulto alla Merkel che festeggia in tribuna, poi si spegne tutto. E arrivederci al 2016, anche se gli Europei non sono proprio la stessa cosa.

 

Francesco:

E’ stato difficile anche decidere che squadra tifare. Uscita la tua nazionale ti lasci trasportare da emozioni rapide, che inspiegabilmente affiorano dopo una giornata di lavoro e ti fanno battere il cuore per il Belgio (il Belgio!), l’Olanda oppure la Colombia. E adesso, ad una settimana dalla finale, posso dire tranquillamente che l’emozione più forte me l’ha regalata un video. Forse chi l’ha pensato ha un po’ esagerato, si è lasciato trasportare, ma a mio avviso non l’ha fatta fuori dal vaso, e a me, la pelle d’oca, è venuta.

Giacomo:

Ma direte: “E’ passata una settimana da sto mondiale, cosa continuate a parlarne? Perché fare un articolo adesso?”.

Sacrosanto! Il mondo pallonaro non riposa mai, è un circolo senza soluzione di continuità. Le squadre di club sono già tutte in ritiro, il calciomercato è ripreso ancor prima del mondiale (e le trasmissioni dedicate, quelle, non si sono mai fermate), tra pochissimo riprenderà anche il tran-tran dello stadio ogni due domeniche. Quindi siamo passati dal parlare da c.t. al parlare da manager e dirigenti, dal 4-4-2 o 3-5-2 ai “prestiti con diritto di riscatto” o le “contropartite tecniche”, dall’instabile e poco convinta unione tra tifosi della stessa nazionale alle ben più tradizionali e radicate divisioni tra opposte fazioni.

Noi calciofili convinti torniamo a sentirci più soli, più incompresi, in attesa della prossima competizione di “pubblico dominio”. Ma è anche questo il bello del gioco, della sfida infinita.