Breve disamina politico-costituzionale dei motivi per cui non c’è da allarmarsi così tanto.

Italicum e riforma del Senato: oggi si apre la settimana decisiva per i progetti di riforma dello Stato. L’ennesima settimana decisiva da qualche tempo a questa parte, e io, come al solito, non ho nulla da mettermi. Ovvero, non ho capito il motivo dell’allarme generale che sento suonare sui giornali, quale sia, in altre parole, il motivo per cui le riforme proposte sarebbero primi allarmi di sconquassi, morti civili, attentati alla Repubblica. Le materie costituzionali ed elettorali sono della massima importanza, ed è dunque giusto mantenere alta l’attenzione su questi argomenti. Ma per seminare l’allarmismo, parlare di svolta autoritaria, di torsione della democrazia, a me sinceramente pare presto.

Sul superamento del bicameralismo paritario e perfetto, sembra, si è tutti d’accordo. D’altronde un bicameralismo così perfetto c’è praticamente solo in Italia: due camere identiche che hanno la stessa legittimazione e la stessa funzione non esistono nei paesi paragonabili all’Italia. C’è consenso anche sull’idea che il nuovo Senato non debba votare la fiducia al governo, non debba avere la piena funzione legislativa e debba occuparsi di materie essenzialmente limitate. Fin qui, quindi, tutto bene: le questioni controverse sono altre. Chi si oppone alla riforma finora presentata chiede a gran voce che il Senato rimanga elettivo: Vannino Chiti in testa guida la fronda di chi pensa che “o al Senato vengono attribuite maggiori competenze, o deve rimanere elettivo”, lo ha detto in una recente intervista. La frase, e la posizione, mi risultano oscure: non ho capito quale rapporto viene posto qui fra il principio elettivo e l’attribuzione delle competenze, in altre parole non ho capito perché un Senato con più competenze potrebbe non essere elettivo e un Senato con meno competenze potrebbe, invece, avere un’elezione di secondo livello senza che questo causi sconquassi. Il Senato disegnato dalla riforma Renzi ha competenze paragonabili a quelle di moltissime “seconde camere” di paesi democraticamente avanzati. Le ultimissime polemiche toccano una questione un po’ più delicata: l’equilibrio numerico fra Camera e Senato per l’elezione delle cariche di garanzia. Si dice: con una Camera immutata a 630 membri e un Senato ridotto di numero; e inoltre, con una legge elettorale iper-maggioritaria, esiste il rischio concreto che un partito, con poco sforzo, possa eleggersi da solo il “proprio” presidente della Repubblica. Sono allo studio varie soluzioni (diminuzione del numero dei parlamentari della camera, convocazione di altri grandi elettori in occasione dell’elezione del Capo dello Stato) sulle quali non ho contrarietà, probabilmente chi le propone ha anche ragione, ma ancora una volta la base mi sembra eccessivamente allarmista. O meglio, in America il problema non si porrebbe: chi se ne importa delle appartenenze di partito, i delegati regionali incaricati di votare per il capo dello Stato se ne assumono la responsabilità davanti ai loro elettori, e siccome sono pochi (100 senatori contro 630 deputati), e il loro voto conta, eccome, non lo cederanno tanto facilmente; sarà questo a funzionare da bilanciamento al sistema, il controllo popolare e diffuso, e l’ansia di rielezione dei delegati. Chiaramente qui non siamo in America, chiaramente le cose sono diverse e quindi ben vengano ulteriori correttivi: ma il pensare che il sistema sia più equilibrato se ad eleggere le cariche di vertice viene convocata una pletorica assemblea comprendente parlamentari, delegati regionali ed eurodeputati (?) mi sembra quantomeno speranzoso. In ogni caso, va bene.

Sull’Italicum, ovvero sulla materia elettorale, la questione secondo me è ancora più semplice. Di sistemi parlamentari più o meno puri e funzionanti in Europa ce ne sono due: quello inglese e quello tedesco. Il primo si basa sul collegio uninominale secco, che ha un effetto maggioritario sul parlamento perché si può governare, vincendo i collegi giusti, anche con la minoranza dei seggi popolari, perché quel che conta è avere la maggioranza dei seggi. Inoltre il trasformismo parlamentare è malattia sostanzialmente ignota e, in ogni caso, far cadere il governo per una manovra di palazzo sarebbe repellente agli occhi degli inglesi, che alle istituzioni, avendole inventate, ci credono. I tedeschi si basano su un proporzionale puro sbarrato al 4%, in cui le coalizioni si fanno dopo il voto e quindi, no, non c’è mai uno che ha realmente “vinto le elezioni” come vuole Renzi. Tuttavia, i ribaltoni sono impediti dall’istituto della sfiducia costruttiva, quella per cui puoi buttare giù il governo solo se ne hai già pronto uno per sostituirlo.

Ecco, se si potesse scegliere fra questi due sistemi la questione si risolverebbe in fretta, ma siccome siamo gente complicata, vediamo quali sarebbero i problemi dell’Italicum. La proposta Renzi è un maggioritario di doppio turno basato su collegi elettorali ragionevolmente piccoli, in cui ogni partito potrà candidare un ridotto numero di parlamentari. Il che vuol dire che nel collegio Viterbo-Tuscia il Partito Democratico o Forza Italia o qualsiasi altro partito avranno cura di candidare soltanto delle persone che siano realmente collegate con il territorio, come è normale per quanto riguarda i collegi uninominali, che preferirei, o questi plurinominali, che ci si avvicinano. La presenza del doppio turno garantisce che i cittadini, prima di attribuire il premio di maggioranza, ci pensino bene, decidendo fra i due partiti che meglio hanno fatto alle elezioni. Quindi, ancora una volta, non capisco dove sia il problema: nell’ ”enormità del premio di maggioranza”, che a me poi così enorme non pare, soprattutto visto che viene attribuito automaticamente quasi al 40% (una percentuale, come è noto, astronomica) o, eventualmente, solo dopo il ballottaggio? Nella presenza di un “micro-listino-bloccato” per la circoscrizione elettorale, invece delle preferenze, come vuole il Democratellum del Movimento 5 Stelle? Di certo non sono disposto a tornare al sistema delle preferenze, che sono fonte di una quantità incredibile di distorsioni, di fenomeni di voto pilotato e mafioso, del peggior malaffare all’italiana, e davvero stupisce che una forza che si propone come alfiere della legalità come il Movimento 5 Stelle stia basando la sua opposizione a questa legge sulla reintroduzione delle preferenze che non esistono, quelle no, praticamente in nessuna democrazia avanzata paragonabile all’Italia, e su una proposta alternativa che, come ha notato chi ne sa più di me, che presenta una quantità di problemi davvero importante. Forse l’unica questione su cui varrebbe la pena tornare è la ripartizione nazionale dei resti, una questione un po’ tecnica per cui, con una serie di calcoli, alla fine si può venir eletti a Prato con i voti di Caltanissetta.
Ma al di là di questo, dal punto di vista strettamente giuridico-costituzionale, no, non stanno arrivando i cosacchi né le camicie nere a Montecitorio. Chi vuole opporsi a queste riforme dovrebbe trovare degli argomenti un po’ più convincenti di quelli finora presentati sui giornali che lasciano, va detto, un pochino insoddisfatti.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".