I missili a Gaza sono solo un lato della guerra totale fatta da Israele al popolo Palestinese. La promessa di una terra per il popolo eletto sta creando campi di detenzione e vite umane ridotte al minimo. L’origine di questo male è da ricercare tra le pieghe della struttura dello stato israeliano. 

Mi trovo in difficoltà, oggi, ad affrontare quest’argomento. Da un lato l’urgenza asfissiante, dall’altro la consapevolezza che in molti saprebbero scriverne molto meglio. Da una parte la necessità, per Lungoibordi, di parlarne; dall’altra un argomento che se non affrontato in modo dettagliato potrebbe risultare immutato da cinquantanni a questa parte.

Immagino, e spero, che conosciate tutti la cronaca di quello che sta succedendo, ancora, a Gaza in questi giorni. Avete tutti i siti del mondo a portata di click per informarvi. Si dice che tre ragazzi israeliani siano stati uccisi da Hamas, si dice che poi estremisti ebrei si siano vendicati uccidendo un bambino e che ora Israele si stia scatenando contro Hamas, uccidendo però civili a Gaza. Ad essere sinceri anche Hamas sta lanciando dei missili contro Israele, che vengono però intercettati dal sistema israeliano Iron Drome. Il rapporto di vittime tra Israele e Palestina è superiore a 1 a 10.

Sul profilo Twitter di Neta­nyahu è stata retwittata questa immagine

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Il presunto patto tra Hamas e l’intera popolazione palestinese

e poi questa

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Il leader di Hamas a Gaza, il nemico che i missili vorrebbero prendere.

dove vengono raffigurati i leader di Hamas, e dove viene latentemente fatta combaciare l’intera popolazione palestinese con gli appartenenti ad Hamas. Oltre a queste due propagandistiche immagini, si legge che durante i telegiornali israeliani siano state pubblicate tutte le foto dei leaders di Hamas come fossero dei singoli obiettivi. Fermandosi un attimo, e pensando malgradotutto, sorge un problema che è comune a tutte le guerre ma che qui è anche qualcosa di più: se stanno morendo così tanti civili a Gaza allora questi nemici precisi, singoli, sono solamente una creazione. Non una creazione del nemico – questi sono realmente i capi di Hamas – ma la creazione illusoria di un nemico preciso da andare a scovare direttamente. È la creazione mediatica della volontà di scovare questi nemici. Come accade sempre, questi capi sono al sicuro nei rifugi, mentre i bombardamenti avvengono nelle città piene di gente. Quindi gli israeliani sono stupidi? No, ovviamente. Dietro questa sproporzione di obiettivi “lavorano” due questioni fondamentali: far pensare al mondo che Hamas corrisponda alla totalità del popolo palestinese e fare in modo che, tra questo popolo, cresca il terrore e possa far pressione su Hamas stessa per una tregua. Ecco che d’un tratto l’attraente categoria di “vittime collaterali” inizia un pochino a cedere lasciando spazio dinamiche più profonde e meno generali.

In Palestina, inoltre, non c’è solo Hamas, anche il movimento politico Al Fatah, che al contrario di Hamas ha cercato per molto tempo un accordo con Israele, è molto influente. Dire quindi che si stanno lanciando missili per colpire i militanti di Hamas non è molto credibile, e non è nemmeno intelligente dal punto di vista probabilistico. È abbastanza noto che il popolo palestinese sia diviso al suo interno e, ancora, non sia capace di creare un forte legame con il mondo arabo tutto intorno, l’Egitto in primis. Hamas non è in grado di creare una resistenza unita e, per questo, non è nemmeno in grado di creare serie – intendo totali – minacce ad Israele.

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Per farvi un’idea delle proporzioni riguardanti i morti (1)

Mi sono chiesto quindi come leggere questi bombardamenti. Come la dura vendetta di uno stato potente contro uno più piccolo? Hanno forse lo scopo di far cadere un missile sulla testa di un capo di Hamas? Combattono il terrorismo? Tutto questo o niente? Tutto. Ma anche altro. E ci sono alcuni elementi concatenati tra loro che fanno di queste azioni qualcosa di particolare e preciso, di diverso da tutte le altre guerre: le condizioni dei Palestinesi in tempo di “pace”, il significato di “avere-una-terra” per gli ebrei e le particolari condizioni democratiche di Israele sono buone questioni per capire meglio perché siamo qui e soprattutto come ci siamo.

I passaggi appena elencati sono tutti intrecciati tra loro. Senza scadere in banali giudizi contro la religione come causa della guerra proviamo ad immaginarci i problemi di un popolo la cui esistenza è garantita dal fatto di essere il “popolo eletto” e di aver avuto, fin dall’inizio dei tempi, una “terra promessa”. Ovviamente la terra è promessa al popolo eletto e solo a quello, anche se la storia ebraica è una storia di diaspore la promessa di una terra come la promessa dell’avvento di un messia è ciò che mantiene nel tempo (nel presente, da un futuro impreciso) la garanzia – quasi biologica – di essere popolo. Essere ebrei è una categoria fondata sull’essere popolo eletto, e si è popolo eletto solo con una terra promessa. Questo ha unito gli ebrei nei secoli. Ora, avviene negli anni ’50 che gli ebrei iniziano ad avere una terra promessa ma non gli è permesso accedervi nella sua totalità. In qualche modo questa promessa rischia di non essere mantenuta, ci sono altri popoli: la terra non è permessa.

Lo stato di Israele viene creato. Ma immaginate cosa può significare per un popolo la cui esistenza si fonda sulla propria terra il non aver permesso di accedere a parte della promessa. Significa che la propria sopravvivenza è appesa ad un filo, che bisogna costantemente “chiedere il permesso” di esistere. Ah, con chiedere il permesso intendo anche modalità di bussare alle porte molto intense, come l’operazione Piombo Fuso. È letteralmente e teologicamente questione di vita e di morte. Ma Israele è uno stato, e quello stato garantisce l’esistenza degli israeliani.

Un popolo la cui esistenza biologica è garantita dalla promessa di uno stato e dall’elezione divina non potrà mai essere una vera democrazia. Per il semplice motivo che esso deve garantirsi una continuità biologica precisa e deve garantire i diritti a tutti-coloro-ai-quali-è-stata-fatta-la-promessa. Nonostante la terra abbia questa importanza rimane sempre un lato di questo stato, ora fisico, che echeggia nell’aria impalpabile come promessa e per questo, in Israele, i diritti non sono garantiti in modo democratico ma etnocratico. L’etnocrazia garantisce diritti agli ebrei anche nei territori in guerra, in quelli colonizzati, in quelli strappati al popolo palestinese; la terra è una promessa traballante e quindi viene rafforzata la “razza” – parola pericolosa parlando di ebrei, ma adatta. Non è quindi l’appartenenza territoriale ad assegnare i diritti, i confini dello stato di diritto sono sfuocati, mischiati con le colonie. Se pensiamo alla politica interna israeliana è facile cogliere tre punti fondamentali dell’etnocrazia: Israele è un colonizzatore, è nazionalista e tiene una logica del capitale su fondamento etnico. Queste tre semplici e banali caratteristiche tolgono ai cittadini arabo-israeliani tutto quanto.  

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Dal reportage a Gaza “Good Morning Gaza!, 2013” di Mattia Cacciatori (2)

Tutto questo porta ad una giudeizzazione della Palestina. La necessità di Israele, per la sopravvivenza del suo popolo, è di fare in modo che la promessa venga mantenuta e di fare in modo che gli ebrei possano usufruirne. Per fare questo, per far trionfare sulla propria terra il proprio popolo – riuserei la parola razza: la propria razza – il solo metodo possibile è il controllo militare e coloniale.

Spesso si dice che gli ebrei siano i nuovi nazisti. Anche questo, come tutti questi brevi slogan, è impreciso, anacronistico e fuorviante. C’è però un immenso “tuttavia” da considerare. Ci sono dei punti in comune. C’è un popolo che in nome della propria razza – se non volete usare questa parola, della propria esistenza – ha totale potere di vita e di morte di un altro popolo e delle condizioni di vita e di morte di quest’altro popolo. I morti collaterali non lo sono, Israele non può cercare Hamas – Hamas non fa paura se non ai singoli cittadini Israeliani, ma Israele teme ogni vita altra nella sua “promessa” – Israele ha diritto di gestire la morte di tutti i palestinesi e i missili sono solo un veloce metodo ma il metodo che usa, più forte, anche quando non sentiamo l’urgenza di scrivere: sono le colonie e le prigioni a cielo aperto.

Le vite dei Palestinesi sono gestite nella loro intensità, nei loro ritmi, nei loro riti, da Israele. Il viceministro della difesa israeliano, Danny Danon, ha proposto di togliere corrente e benzina a Gaza (oltre a chiedere l’annullamento degli accordi di pace).

Il problema è che possono farlo, fisicamente. E questa richiesta è emblematica della situazione appena descritta. Con una seduta parlamentare possono decidere di condannare la vita di Gaza. Dopo il 1961, dopo Eichmann, si ritorna a Gerusalemme ed il male ritorna ad essere banale. Ministri hanno in mano la vita di un popolo e anche quando questo popolo vive in tempi di “pace”. Il campo di concentramento a cielo aperto è ben descritto in questa recensione di Lavoro Culturale che sento di citare senza modificare nulla:

I palestinesi della Galilea e di al-Naqab (il Negev) continuano a subire espropri e confische di terre, demolizioni di case, e sono esposti a nuove serie di leggi razziste che minano i loro piú essenziali e basilari diritti. I palestinesi della Cisgiordania continuano a essere umiliati quotidianamente ai check-point, arrestati senza processo, privati delle loro terre a favore dei settlers e della Israel Land Authority. Inoltre, continuano a non poter raggiungere i propri villaggi e città a causa del sistema di apartheid fatto di muri e barriere che circondano le loro case. Coloro che tentano di superare questo sistema pagano con la vita, oppure vengono arrestati. La gente di Gaza è ancora sottoposta a una combinazione barbarica di assedio, bombardamenti e incursioni nella più grande prigione a cielo aperto della terra. Ovviamente non possiamo dimenticare che milioni di rifugiati languiscono ancora nei campi di rifugiati e che il loro diritto al ritorno in Palestina sembra essere completamente ignorato dai potenti della terra”.

Sono tutti questi i dispositivi che tendono ad abbassare la vita dei palestinesi al minimo umanitario indispensabile – per questo l’appello “restiamo umani” è d’obbligo –, questa è la guerra continua e vera e propria di Israele anche quando i missili sono a terra e questo è un nuovo male radicale e banale, per citare Arendt, è la tattica di Israele di governare le persone riducendo la loro umanità quasi al limite, al limite di semplice esistenza fisica. Il tutto perché la promessa venga mantenuta.

NOTE:

(1) Grafico preso da http://www.rtbf.be/info/monde/detail_israel-palestine-les-ravages-d-un-conflit-en-chiffres-et-graphiques?id=8308250

Foto di copertina di Mattia Cacciatori (www.mattiacacciatori.com), dal reportage “Hamas speaks up, Gaza, 2012”

(2) Foto di Mattia Cacciatori, dal reportage “Good Morning Gaza!, 2013”

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Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".