Credo non valga nemmeno la pena soffermarsi sugli aspetti tecnici di Inside Out.
Detta in soldoni, è indubbiamente un film bello, bellissimo, la cui genialità va al di là dei soliti discorsi sulla regia, realizzazione e design dei personaggi.
Ennesimo capolavoro della Pixar? Credo proprio di sì. E scusate se vado subito al sodo, ma Inside Out è uno di quei film capace di suscitare emozioni forti (e si badi bene, stiamo parlando di un qualcosa di diverso dal suscitare la lacrimetta facile allo spettatore come farebbe un Colpa delle stelle qualunque) e allo stesso tempo destabilizzare anche il pubblico adulto demolendo alcuni stereotipi da Mulino Bianco riguardanti la psiche umana.

Sulla carta Inside Out appare il solito film della Pixar (e non che ci sia niente di male) basato sull’idea di sostituire dei concetti astratti come gioia, tristezza e rabbia con delle incarnazioni antropomorfe (come d’altronde  lo stesso Pete Docter aveva già fatto con Monsters & Co.).
L’idea di base, poi, non è nemmeno chissà quanto originale. Senza scomodare Viaggio allucinante di Richard Fleischer del 1966, anche Woody Allen era entrato nel corpo umano con Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere), offrendo una rappresentazione comica delle nostre funzionalità corporee.

Pure la narrazione è resa nella maniera più classica possibile. Si tratta, infatti, di un normalissimo buddy road movie con i soliti due protagonisti che affianco non c’azzeccano nulla e che eppure saranno costretti ad affrontare un viaggio insieme per il raggiungimento di un fine (gli opposti al cinema fanno sempre presa sul pubblico).

Ok. Ma allora perché la critica di tutto il mondo lo considera un capolavoro dell’animazione?
Perché è uno dei film più belli della Pixar e senz’altro il più bel lungometraggio d’animazione degli ultimi anni. E non nascondo che mi trovo anche in difficoltà a spiegarvi perché Inside Out sia un lavoro così eccellente. Certo, strappa risate ogni tre per due, ha almeno tre momenti di grandissimo cinema e moltissime trovate che se non sono propriamente geniali poco ci manca. Ci si può soffermare anche sul fatto che sia un film rivolto soprattutto ad un pubblico statunitense come critica alla somministrazione sfrenata di psicofarmaci ai minori (ma, a proposito di questa chiave di lettura, vi rimando all’ottimo articolo di Rivista Studio).  Ma c’è dell’altro. C’è qualcosa in Inside Out che non può essere spiegato a parole ma solo con l’utilizzo di immagini. E questo, più di tutto, è vero cinema.
Ma soprattutto, se c’è una cosa che mi ha colpito più di tutto. Raramente (ma dico raramente), soprattutto in un film targato Walt Disney, mi è capitato di assistere ad una rivalutazione così coraggiosa ed intelligente del concetto di tristezza.

Per cui, se non l’avete ancora fatto, fiondatevi in sala.

Unico neo? Lo stesso Pete Docter ha rassicurato gli scettici circa il fatto che Inside Out fosse un prodotto effettivamente rivolto ai bambini, nonostante nel corso del film vengano toccati concetti verosimilmente poco afferrabili da un pubblico giovane.
Pochi cazzi, in verità. Inside Out è un film per adulti al novantanove per cento. Certo, ai bambini piacerà vedere pupazzetti colorati che si muovono e fanno battute per tutto il film, ma di fatto questo è un film che, per tematiche (e soprattutto per il modo in cui queste vengono affrontate), si rivolge prevalentemente ad un pubblico adulto, e forse nemmeno alla totalità di quest’ultimo.

Ps: la scena finale del gatto spiega tutto ma proprio tutto quel che c’è da sapere a proposito dei gatti.

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteNon è la morte di Aylan, è la sua storia
Articolo successivoAvocado mon amour
Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".