Quando la crisi è nera e il blackout è totale, bisogna tenere a mente gli obiettivi e il cammino per arrivarci. La ragione non basta: l’Europa vale di più.

Io, se fossi in Grecia, non ci capirei niente. Davvero, proprio niente, perché nonostante io sia in Italia e capisca – ma poi, sarà vero – l’italiano, trovo difficoltà a capire, a ricostruire, a mettere da parte fonti, articoli, spiegazioni, ragionamenti, prese di posizioni utili a farmi un’idea in italiano, figuriamoci in greco. E sì che sarebbe divertente imparare a parlare dicendo più suoni con la I che consonanti – è una cosa che mi fa ridere, lo iotacismo.

Io, se fossi in Grecia mi chiederei come e dove si intersecano la storia, il futuro, l’Europa, la politica, l’economia, come dipanare la matassa; come un nodo gordiano del giorno presente, come un intricato ingarbuglio di parole e retoriche in cui tutto è stato già detto e mette fatica solo il dover pensare da che parte andare. Fatica e scoramento, senso di impotenza sono le cose che sento davanti al collasso sistemico, davanti ad errori in cumulo e malafede incrociata; e soprattutto, sento l’impossibilità di riuscire a parlarne senza suonare retorico, superficiale, disinformato. Come se fossi finito in una terra dove non è possibile riacchiappare una strada definita, con la sensazione di star guardando  macerie fumanti, e odore di gomma bruciata, come in una favela decadente spuntata per responsabilità di tutti nel cuore della storia, della cultura e del pensiero del nostro mondo.

Io se fossi in Grecia mi aggrapperei all’unica parola di cui cerco segni in questa baraonda, e cioè Europa. Europa è quello che siamo, Europa è il più straordinario esperimento giuridico, sociale e politico degli ultimi cinquant’anni, Europa è ciò che ha fatto sì che fra questi mari e queste terre ci fosse la pace. Ma l’Europa è anche tecnocrazia e burocrazia asfissiante, il percorso intralciato, accidentato e mai finito di una democrazia e di una comunità incompiute, l’Euro e le sue storture, lo strapotere delle banche e della finanza; Europa è stato il trasferire il conflitto dal piano militare al piano sociale. Ma c’è, sì, l’Europa che è stata; e c’è poi l’Europa che vorrei e che voglio, l’Europa che vorrei che fosse, l’Europa per i miei figli, quando ci saranno.

L’Europa che gli permetterà di girare, di vagare, senza passaporti, l’Europa delle occasioni e delle opportunità, l’Europa delle uguaglianze e delle libertà, l’Europa unita, l’Europa antifascista. Perché senza antifascismo non c’è l’Europa, e così perdere l’Europa, qualsiasi Europa, anche questa qui – sgangherata, disfunzionale, sbagliata – significherebbe comunque, comunque, perdere un pezzo, un frutto, delle pagine migliori della Resistenza. Significherebbe fare un passo indietro rispetto a questo cammino, oppure un passo avanti in un’altra direzione, sicuramente ignota, o comunque ammettere il fallimento e l’inadeguatezza del cammino percorso fin qui. E non c’è nulla che mi interessi di più del mantenimento, della costruzione, della valorizzazione di una strada che ci porti verso l’Europa migliore che possiamo avere, quella che, fortunatamente, non ci dobbiamo inventare. Altiero Spinelli e gli altri confinati nel carcere di Ventotene l’hanno fatto per noi, quando hanno capito che per sconfiggere il fascismo e gli ultimi strascichi del ventennio nero, tutto ciò che bisognava fare era il mettere in gioco la sacralità dello stato nazionale, che da strumento era diventato feticcio.

E’ in quelle parole, secondo me, che possiamo ritrovare il filo rosso sepolto dal rumore delle prove di forza muscolari delle parti in campo oggi, fra Bruxelles, Berlino, Atene e Francoforte, come a camminare sulla polvere di una terra bruciata fino a che non si riesce a ritrovare una strada nascosta.

La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.

Manifesto di Ventotene 

Era il 1941, e Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, militanti antifascisti al confino, disegnano un’Europa democratica e solidale, un’entità sovranazionale affidata alle mani del popolo. Un traguardo dal quale siamo ancora molto lontani, persi come siamo nel mezzo della crisi greca che potrebbe far saltare tutto, provocare l’uscita della Grecia dall’Euro e dall’Europa, mostrare a noi stessi e al mondo che dall’Europa si può entrare ma se ne può anche uscire.

Ebbene, bisogna ragionare nelle condizioni date, e cercare di trarne il meglio. Ho passato giorni a mettere da parte link e materiali per cercare di capire, di ricostruire, di dare un senso al passato che ci ha condotti fino a qui; ed è un esercizio importante perché la storia è sempre memoria: ma nel momento delle decisioni, nella crisi nera, quando niente conta più e si è caduti nel blackout più totale, conta più il futuro, l’applicazione alla pratica che abbiamo davanti dei valori che vogliamo far vivere. E quel che mi sembra più evidente è che in Grecia, oggi, hanno tutti ragione. Tutti hanno validi argomenti per sostenere la propria tesi, e quel che si perde, nel conflitto delle ragioni, è il fatto che la ragione non basta, e che quel che conta è l’obiettivo; l’Europa, per me, come dicevo. E nella scelta fra le due ragioni, quella proclamata da Alexis Tsipras a nome del popolo greco, e quella rappresentata da Angela Merkel in nome delle istituzioni europee, mi sembra di trovarmi davanti a due scelte che, per strade diverse, portano entrambe più lontano dall’Europa, e non più vicino.

La Troika ha ragione

La dinamica creditore-debitore è la prima dinamica politica della Storia. E’ una dinamica intimamente politica perché è una dinamica di forza: c’è qualcuno che controlla, qualcuno che viene controllato, qualcuno che deve dare, qualcuno che aspetta di avere, qualcuno che fa le condizioni, qualcuno che le subisce, e non è necessariamente il creditore che fa le condizioni. Tutto dipende dall’ancestrale, contadina, tribale e mediterranea convinzione che contrarre un debito è, essenzialmente, un disonore: perché non ce la fai da solo, devi chiedere aiuto. I contadini, nei paesi di campagna, dal direttore della banca, andavano di notte e col cappello in mano.

 

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Il motivo per cui siamo arrivati fino a qui, non possiamo dimenticarlo: i greci hanno barato. Ed è una cosa che è stata detta e ridetta, ma che non si può tralasciare: la Grecia nel 2009 ha rivelato di aver truccato i conti. Li ha truccati nel 2004 per entrare nell’Euro, li ha truccati nel 2008 per rimanerci: e truccare i bilanci? Ma che vuol dire? E’ una roba difficile da capire. Diciamo che la Grecia ha nascosto il fatto di essere indebitata fino al collo attraverso magie finanziarie e grazie all’aiuto proprio di quelle banche finanziarie, della grande finanza, della casta delle alchimie monetarie da cui oggi proclama di volersi divincolare, che descrive – a ragione – come speculatori lobbisti senza scrupoli. Parliamo di questa cosa qui.

In decine di montaggi finanziari, rivela l’inchiesta, “le banche fornivano liquidità immediata ai governi in cambio di rimborsi futuri, e questi debiti venivano omessi dai bilanci pubblici”. Un esempio: la Grecia rinunciò ai proventi della lotteria nazionale e delle tasse aeroportuali per anni a venire, in cambio di una liquidità immediata. Questo genere di operazioni non sono state contabilizzate come dei prestiti. Ingannando così sia le autorità di Bruxelles, sia gli investitori in titoli del debito pubblico greco, che ignoravano la vera dimensione dell’indebitamento e quindi il rischio d’insolvenza. (…) Secondo l’economista Gikas Hardouvelic “i politici vogliono passare la patata bollente a qualcuno, se un banchiere gli dimostra come farlo, lo fanno”. Sulla stessa lunghezza d’onda Garry Schinasi, esperto della task force di vigilanza sui mercati all’Fmi: “Se un governo vuole imbrogliare, ci riuscirà”.

Il governo greco ha imbrogliato, il governo greco ha sbagliato, al governo greco è stato permesso di sbagliare per convenienza e per proposito (ma ci torniamo alla fine). Le cause, in questo momento, ci interessano di meno, perché siamo al punto: dopo gli errori del governo greco, quando si è rivelato che la Grecia era al collasso finanziario, qualcuno ha prestato dei soldi alla Grecia. Più correttamente, si è ritenuto di utilizzare i soldi dei cittadini, dei governi europei, per farsi carico dei debiti delle banche del nord Europa che avevano prestato molti soldi alla Grecia, per comprare, fra le altre cose, portaerei e armi; il debito greco è passato da mani private a mani parapubbliche, i famosi creditori internazionali: Banca Centrale Europea, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale. Sulle cause e sulle responsabilità torniamo poi: per ora fermiamoci al dato. Qualcuno ha prestato dei soldi alla Grecia, la Grecia deve restituirli.

La Troika, la Merkel, volendo dire così: i cattivi in questa storia, hanno ragione. Da vendere, purtroppo. Una ragione formale, documentata, insuperabile. Una ragione che non ha nulla di nuovo, e che è stata indagata, in tutta la sua forza, in uno dei drammi più belli della letteratura moderna.

La Troika ha un credito, la Grecia ha un debito: la Troika può esigerlo, la legge glielo consente, direbbe Porzia, mascherata da avvocato, davanti a Shylock. La Troika ha ragione: ma la ragione non basta, l’etica non serve, se non salva le persone. L’etica autosufficiente, senza spiragli e senza cuore, ha un nome: galera.

Una delle riflessioni più importanti che un capo scout a un certo punto si trova a fare è quella sulla severità: che ruolo ha la severità all’interno di una dinamica educativa e di crescita? Nella mia poca esperienza, piano piano sono arrivato a capire: poca o nessuna. Il che non significa che non mi venga di esserlo, che non sbagli, ma la severità ha senso, aiuta, promuove e fa procedere, se è un gioco, se è uno stimolo, se è sostenibile. La severità per la severità, la severità per proteggersi, la severità per paura, la severità come fine, come a mettere i punti – full stop – alla fine delle frasi per rimarcare, è stupida. La severità su chi non può sostenerla, su chi non ha i mezzi per sopportarla, non è solo stupida: è violenta.

La Troika, i creditori della Grecia, hanno ragione. Devono avere i loro soldi indietro. Ma la ragione non basta, e la severità con cui trattano un popolo povero che non ha alcuna speranza di pagare i propri debiti, e dunque di restituire ciò che deve, non è solo stupida e violenta, è anche controproducente. Come si sia arrivati a questo punto, è responsabilità nostra, e ci torneremo; ma quest’ansi a di proteggersi, di rimarcare le proprie ragioni, di blindarsi dietro la propria severità per evitare come la peste, essenzialmente, che si palesi che il padrone, che il cattivo, alla fine è buono; per la paura che passi il messaggio che le regole sono strumenti, e se si chiede con sufficiente insistenza le si può piegare; tutto questo, non è solo stupido e violento, è anche improduttivo. La Grecia è un paese povero, i suoi debiti non potrà mai pagarli. La Troika ha ragione: ma la ragione non basta. Così, l’Europa si perde.

Tsipras ha ragione

Molto si è parlato del discorso con cui Alexis Tsipras ha annunciato al popolo greco l’intenzione di ricorrere al referendum; Essere Sinistra l’ha definito “la voce più alta e nobile” contro le richieste ricattatorie delle istituzioni creditrici di Atene. Ma a me, lo scarto fra queste parole, pur belle, e il cammino dell’integrazione europea, mi sembra netto, fino ad essere doloroso.

Amici greci, in questo momento pesa sulle nostre spalle, attraverso le lotte ed i sacrifici, la responsabilità storica del popolo greco per il consolidamento della democrazia e della sovranità nazionale. La nostra responsabilità per il futuro del nostro paese.

Sovranità nazionale? Siamo a questo? Ma non l’avevamo già archiviata con Altiero Spinelli?

È ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.

Lo so, Tsipras nel suo discorso parla chiaro sull’Europa: “In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei popoli. Che in Europa non ci sono proprietari ed ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte fondamentale dell’Europa, e l’Europa è una parte della Grecia. Ma senza democrazia, l’Europa sarebbe un’Europa senza identità e senza bussola”. E chiaramente, ha ragione: ma la ragione non basta. Perché, e la faccio semplice, se alla base della richiesta di votare No al referendum greco ci fosse l’affermazione, anche solo  l’assunzione dell’ipotetico rischio del dire :“Se questa è l’Europa, allora meglio nessuna Europa”, allora no, io non ci posso stare, non posso tifare per il no.

Perché ha ragione Tsipras: il popolo greco non c’entra nulla con gli errori dei suoi precedenti governanti. E allora, proprio per questo, una forza di sinistra insignita del mandato di governare un paese allo stremo come la Grecia, fa quello che è tenuta a fare la sinistra: rimanere dove serve, accogliere la sofferenza, pagare anche per gli altri. Altrimenti, che sinistra è?

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Sento molti compagni e militanti che dicono: “Ci siamo stancati di prenderla in quel posto”. Bravi, buon viaggio; rimango affezionato ad una frase, che per me non perde di valore: oltre la sinistra, c’è solo la destra. E Christian Raimo, che è uno dei più lucidi intellettuali di questo paese, si chiede perché non siamo tutti schierati nelle piazze e nelle strade a sostegno del popolo greco. Ha ragione, ma la ragione non basta.

Io mi chiedo se effettivamente, il sostegno vero al popolo greco passi per il no al referendum, che ci porterebbe ad iniziare una traversata in acque inesplorate; mi chiedo se il governo Tsipras finirebbe per uscire dal referendum, con il no in tasca, più forte o più debole, costretto dal voto popolare a non poter più mediare, riaprire i negoziati, trovare la sintesi che occorre. Perché se macelleria sociale deve essere – e potrebbe esserlo, perché la Grecia non funziona, e la Troika ha ragione – preferisco che la macelleria sociale venga governata da sinistra, e non da una sinistra che abdica alle sue responsabilità solo perché ha deciso di non poter scendere più a compromessi prima di tutto con sé stessa. Per molti compagni e militanti, il referendum è prima di tutto uno schiaffo alla Merkel, l’occasione di tirare una bella bomba in faccia ai tedeschi e alla loro austerità, una splendida prova di estetica del conflitto. Se è così, mi dispiace, io non posso seguirvi. Perché la democrazia è un’altra cosa.

Alexis Tsipras e il suo governo chiedono una cosa molto semplice e di grande buon senso: una conferenza internazionale in cui tutte le parti in causa si mettano sedute e si rendano conto che il debito greco nella situazione attuale è semplicemente inesigibile, e lo cancellino, lo rinegozino, lo spalmino su un periodo di tempo molto più lungo. Una conferenza internazionale, insomma, sul modello della conferenza di Londra che nel 1953 permise alla Germania di vedersi abbuonato gran parte del proprio debito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una richiesta di estremo buon senso, purtroppo irrealizzabile, perché manca un dato fondamentale: la convenienza.

La conferenza di Londra venne pilotata dagli Stati Uniti d’America e dal piano Marshall, e gli Stati Uniti volevano inondare l’Europa di fondi per la ricostruzione perché volevano rinforzare l’occidente europeo mentre la Russia si appropriava dell’est dell’Europa. Non c’erano benefattori, c’era la Guerra Fredda: ricostruire l’Europa, all’America, conveniva, e per questo abbuonarono i debiti ai tedeschi. Salvare la Grecia, oggi, non conviene a nessuno: non conviene ai creditori della Grecia, ottusi nel loro non vedere più al di là del proprio naso, perché hanno paura che salvata la Grecia si crei un precedente, e altri stati poi possano pensare che dall’austerità si può scappare; non conviene, ed è qui che la Grecia è davvero sola, nemmeno agli altri paesi poveri dell’Europa – Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia – che hanno subito il trattamento della Troika e adesso non vogliono fare la figura dei figli della serva, e per questo sono pronti a lasciare da sola la Grecia. Nel conflitto delle ragioni, dicevo, si perdono di vista le responsabilità. E la Grecia è il nostro fratello minore, è l’ultimo della fila, è il contraente debole e noi, invece di stare al suo passo, abbiamo verso di lui delle responsabilità gigantesche di cui credo sia necessario fare ammenda.

La Grecia e la spina dell’Europa

Amici greci – mia raza, mia faza – abbiamo volontariamente sbagliato nel consentire ai vostri governanti di sbagliare, non siamo stati abbastanza attenti mentre truccavano i bilanci, (grazie alle banche e alle potenze finanziarie di cui oggi, giustamente, volete liberarvi) pur di entrare e rimanere nell’Euro – dove probabilmente non potevate entrare, o comunque non subito e comunque non così – mentre vi indebitavate con le banche private del nord Europa che vi prestavano dei soldi, che non potevate ripagare, e che avete utilizzato per mantenere una delle spese per gli armamenti più alta che il mondo occidentale conosca, cibata da una delle pubbliche amministrazioni più corrotte di sempre, la quale ha passato gli ultimi vent’anni a comprare armi da fabbriche tedesche e francesi in cambio di sontuose tangenti; e tutto, solo perché siete terrorizzati dalla Turchia, che in effetti vi mette la paura che a Cipro toccate ogni volta con mano.

Quando nel 2011 avete rivelato al mondo la verità, cioè che i vostri bilanci erano falsi, abbiamo sbagliato a non essere abbastanza forti da evitare che il vostro presidente del Consiglio democraticamente eletto venisse defenestrato; non siamo stati abbastanza attenti, forti e informati, e probabilmente non ci è interessato a sufficienza, che dei debiti che avevano le vostre banche si facessero carico gli organismi sovranazionali, e dunque i soldi dei contribuenti europei, quando bastavano pochi spiccioli per chiudere la questione e magari la volontà politica di prendersi meno cura di qualche banca che aveva fatto investimenti azzardati. C’è questo fatto, però, che far fallire una banca nel cuore dell’Europa, magari una banca tedesca imbottita di titoli greci dal valore di carta Scottex; persino nel caso la banca abbia sbagliato tutto e sia governata da speculatori senza scrupoli – come è senz’altro – far fallire questa banca, dicevo, non è un affare semplice, non è una cosa facile, e in generale può avere ripercussioni a livello dell’intero sistema economico. Le banche, ci ha insegnato la crisi americana, sono troppo grosse per fallire, e purtroppo non è possibile per l’attore pubblico prestargli dei soldi per salvarle e nel contempo indicargli, nemmeno in linea di massima, cosa dovrebbe farci con i soldi dei contribuenti che riceve: erogare mutui, far ripartire l’economia, dare credito alle aziende invece di reinvestire in speculazioni. Sarebbe più opportuno, volendo salvare le banche, nazionalizzarle, ma questa è una scelta che pare ormai demodé, e comunque è molto costosa e nessuno sembra più volerlo fare.

Abbiamo consentito che un’elite conservatrice tecnocratica ottusa si installasse in una posizione di forza contrattuale totale nei vostri confronti, dall’alto della quale può fare di voi – e di noi – quel che vuole, può dettare le condizioni e può dire bellamente che le condizioni che vi propongono non cambieranno, nonostante siano condizioni totalmente inesigibili. Può utilizzare la propria ragione come una clava.

Abbiamo consentito che veniste messi all’angolo, abbiamo permesso che sbagliaste, ci siamo ficcati tutti insieme in questo pasticcio, che è un pasticcio politico, perché questa è una sconfitta politica. Come nel migliore dei contrappassi, in realtà, il controllo della situazione ce l’avete voi, greci: la spina dell’Europa è nelle vostre mani. In queste ore si dice tutto e il contrario di tutto: con il sì si rimane in Europa, con il no si rimane in Europa. Io questo non lo so, votate come vi pare, scegliete il sì, scegliete il no, a questo punto vale tutto, perché il referendum non è nemmeno più il punto.

Il punto, io torno all’inizio, è l’Europa. Non posso prevedere il futuro, ma se esiste anche solo la possibilità che votando no voi intendiate “piuttosto che questa Europa, meglio nessuna Europa”, allora per favore votate sì. Se votando no, pensate di poter dare una mano a costruire un’Europa migliore, l’Europa che io cerco, se credete che l’Europa migliore che possiamo avere passi per il no a questo referendum, vi prego, spiegatemelo e fatemelo vedere.

Perché giuro, se in questa baraonda in cui ci siamo ficcati tutti insieme si perde l’Europa e la possibilità di vivere così fra di noi, se in questo continente tornano le divisioni e le guerre, se quel che abbiamo si perde solo perché il conflitto delle ragioni fa troppo rumore per fare un secondo solo di silenzio e capire dove stiamo andando, io vi vengo a cercare tutti, dal primo banchiere della Troika all’ultimo pastore di Salonicco e vi faccio passare il quarto d’ora peggiore della vostra vita.

In Grecia avete tutti ragione: ma la ragione non basta. L’Europa vale di più. 

 

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".