1.

L’ultima, in ordine di tempo, è giusto di qualche giorno fa. Dopo aver ammesso la violenza sulla tassista romana, il profilo Facebook di Simone Borgese deve essere chiuso. Motivo: gli insulti che sono piovuti sulla sua pagina. “Bastardo, sei anche un padre di famiglia”. “Infame schifoso” e tanto altro. Lo stesso genere di insulti che si trovano anche nelle pagine e nei commenti dei siti che riportano la notizia. Il tenore, solitamente, è di questo tipo (sgrammaticature comprese): “Veramente la città dovrebbe essere tappezzata dalle sue foto, xchè chi non viaggia in internet, deve poter conoscere il volto di questo essere immondo ..o no? Tuteliamolo anche, ma per favore ha violentato una donna che svolgeva il suo lavoro, e la cosa ancora più schifosa è che il maiale ha moglie e figlia …vergognati”. Fateci caso, perché è più o meno lo stesso tono che anche qualcuno dei vostri contatti avrà sicuramente usato, linkando la notizia. Magari con meno sgrammaticature, ma il concetto è quello: c’è un’Italia buona e una cattiva, ci sono i bravi cittadini da una parte e i mostri dall’altra. Borgese è il mostro. Chi lo insulta – chi propone la gogna pubblica, chi chiede la castrazione chimica, chi, da dietro una tastiera, scrive “Uccidetelo!” e “Ergastolo e buttare via la chiaveeeee!” con la consueta coda di e urlate e di punti esclamativi – è il bravo cittadino. 

1.1

A questo punto è necessario fare una nota, soprattutto a uso del fan delle trasmissioni di Paolo Del Debbio che vedo agitarsi là in fondo. Lo riconosco perché regge un cartello con scritto “Vogliamo più sicurezza!” e si agita pronto a urlarmi dietro qualcosa. So già che cosa – una serie di concetti che suonano più o meno così: “Ma allora tu giustifichi uno che fa queste cose? Tu giustifichi che qualcuno possa stuprare una donna? A te va bene che una persona esca di casa, vada a lavorare, e possa andare incontro a questo genere di violenze?”. Be’, indovina una cosa: no. Sto provando a dire qualcos’altro, invece, che ha a che fare con la reazione di fronte all’individuazione del mostro. Prima, però, un altro esempio.

2.

In questo caso basta un nome: Mattia Sangermano, il giovane No-Expo che ha avuto la malaugurata idea di parlare davanti a una telecamera. Una vittima perfetta: giovane, sotto molto aspetti il pirla di cui ha parlato suo padre, con in più un eloquio degno di un figlio illegittimo di J-Ax. E infatti i bravi cittadini non hanno perso tempo a deriderlo e ad attivare la gogna pubblica che sembra divertire tantissimo e andare molto di moda, ultimamente. Tanto che pare che addirittura il giornalista di TgCom 24 che lo ha intervistato, sul suo blog, abbia chiesto di mettere fine al linciaggio mediatico (“Minchia ma TgCom 24 è l’emblema del potere, se credo a TgCom 24 sono un coglione”).

E, parlando sempre della protesta dei No Expo, c’è anche un filmato che mi pare rappresenti al meglio la dinamica dei bravi cittadini contro il mostro.

Le idee, in questo caso, non contano nulla. Quello che conta è che si è deciso che il bravo cittadino è quello che ha preso la spugna e si è messo a pulire i muri di Milano. Il bravo cittadino – fate caso anche a questo – forte del fatto di sentirsi nel giusto, tende ad alzare la voce, a sovrastare quanto espresso da chi ha di fronte. Che, essendo contro di lui, è per forza nel torto. Tra le due parti – è abbastanza evidente anche questo – il bravo cittadino è quello che, a corto di argomenti, passa all’insulto, fuori da qualsiasi contesto (emblematica la 72enne che, alla fine del video, urla un magistrale “Stronza!”).

3.

Ed è questo, credo, alla fine il punto. Che il bravo cittadino pare essere contro la violenza – quella di un padre di famiglia che in preda a un raptus picchia e violenta una tassista, quella dei black bloc che deturpano la città – ma l’unica modalità che ha per rispondere a questa violenza è usare, ancora una volta, della violenza: verbale, mascherata da concetti semplici e condivisi, esibita sui social sotto forma di linciaggio mediatico. È comparabile, questo tipo di violenza, con uno stupro? No. Ma è comunque una forma di violenza, vomitata fuori, esibita e perlopiù in larga parte tollerata, perché considerata giusta. Una forma di violenza che mi pare in grado di raccontare molto dell’Italia.

Ma c’è ancora il fan di Paolo Del Debbio che si agita, là in fondo. È quello che regge il cartello con scritto “Je suis i cittadini di Milano che puliscono la città”. Dice, alzando già un po’ la voce, che, a quanto gli risulta, i cittadini meneghini alla violenza dei black bloc non hanno risposto con altra violenza, ma con un atto positivo: quello – appunto – di prendere una spugna e rimettere a nuovo la città.  Eppure non sono del tutto d’accordo: mi sembra che ci sia, nel cancellare le scritte sui muri, anche la volontà di cancellare e nascondere qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi spazio per idee che non siano popolari e condivise. Un modo per crearsi uno spazio delimitato e sicuro, in cui crogiolarsi con la propria idea del bravo cittadino. Non so quanti, dandoci dentro di spugna accanto a un bancomat, abbiano provato a pensare che dietro quella protesta ci fossero anche delle motivazioni. Condivisibili o meno, ma delle motivazioni. O abbiano, invece, preferito pensare al momento di farsi fotografare davanti a un muro di nuovo candido, sorridenti, pregustando già la valanga di mi piace che su Facebook spettano ai giusti.

 

 

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Francesco Sabaini ne dice: Max fa il giornalista e, forse meglio, lo scrittore. Parallelamente svolge la professione di Grande Censore della Canoscenza sui social netuorcs, specialmente quando si lancia nei suoi strali di una lunghezza cosmica, che ti viene voglia di tagliarti la gola da solo prima della metà. Poi, quando ci bevi le birrette a Veronetta, mescola divinamente la succitata onniscenza con la classica attitudine veronese da bar. E tutto finisce al posto giusto. Uno che adora i Massimo Volume allo stesso modo dei Pantera, per dire. Scrive "Tumbleweed".