Che rapporto hai col militante di Casapound che c’è dentro di te?

La Lega Nord di Matteo Salvini manifesta a Roma. Sotto il palco ci sono anche i suoi improbabili alleati, i militanti di Casapound Italia; intervistati, i fascisti del terzo millennio si dicono semplicemente “mussoliniani” e rivendicano il fatto che i loro morti siano “i morti della Repubblica di Salò”. Qualcuno ha notato che da qualche tempo non si fanno più giri di parole: questi bei ragazzoni si chiamano, vengono chiamati, si presentano nello spazio pubblico senza termini edulcorati. Sono fascisti, punto e basta: “Per me non c’è problema, basta che siano nonviolenti”, dice Matteo Salvini. Sarà.

Sia come sia, ci tengo a dire che non sono loro che mi fanno paura o mi impensieriscono. Dirsi fascisti nel 2015 è un atto di un certo peso: significa rivendicare apertamente quello che la storia ha già giudicato come un fallimento, e come ha notato Luigi Manconi, la strategia è semplice: innanzitutto, non legittimarli; se si auto legittimano, contrastarli. Il resto è folklore. Dovremmo preoccuparci di quattro, quaranta o quattrocento ragazzi che per hobby si prendono a cinghiate la sera? Sì, dovremmo eccome, ma non perché sventolano le bandiere nere o perché sanno cantare a memoria Giovinezza. Dovremmo preoccuparci, e molto, perché l’antifascismo non è per niente in salute. E non intendo l’antifascismo militante, ma quello diffuso, la pratica quotidiana, la vita, i rapporti. In breve, l’antifascista che è, che dovrebbe essere, in ognuno di noi è molto debole. E per contro, il fascista che è in noi, in ognuno di noi, il violento, è molto forte. A me è questo quel che sembra di vedere.

Provo a spiegarmi: beninteso, non è che il mondo deve utilizzare per la vita le mie categorie di analisi; io le provo a dire, poi ognuno ci faccia quello che gli pare. Ebbene, io per distinguere i fascisti dagli antifascisti non uso le appartenenze di partito o le asserite preferenze elettorali: per me è sempre stato abbastanza facile dividere. Guardo una persona e mi chiedo: va bene che il mondo è cambiato e che probabilmente le dittature non sarebbero le stesse, ma se domani tornasse un dittatore; se domani venissero soppresse le libertà civili, venisse proclamata la legge marziale e venisse installato un regime fondato sulla violenza e sulla sopraffazione, lei o lui, quella tipa o quel tizio davanti a me, che farebbe? Salirebbe in montagna o la butterebbe in caciara? Si schioderebbe da casa o rimarrebbe dove è? E una volta salito in montagna, cosa farebbe, esattamente?

Ecco, mi faccio queste domande e anche molti dei cosiddetti “compagni” non mi sembrano esattamente immuni da critiche o da preoccupazioni in questo senso. Mi suona anche un po’ di luogo comune, ma per me è un metro di analisi che funziona; e mi fa piacere quando qualcuno dei compagni, quelli sì, di cui mi fido, mi conferma in questo modo di pensare.

Ora, come dicevo, a me Salvini e i suoi alleati fanno paura solo nella misura in cui negli ultimi, diciamo, 60 anni non siamo riusciti a rinforzare un sentire comune, una pratica individuale e collettiva radicata sull’antifascismo e sulla nonviolenza. Questa cosa io – probabilmente sarò molto sensibile all’argomento -ma la vedo ovunque: nei rapporti interpersonali, nelle dinamiche di gruppo, nelle vite associative, nelle storie di ognuno; nelle faide sotterranee nei circoli politici, nel non volersi migliorare, nel non prendere la propria vita e farne qualcosa di migliore. Una delle chiacchierate più importanti degli ultimi tempi è stata quella fatta su Facebook con un membro di una nota band di zecche alzacasino: “E lo sai come si fa tutto ciò che noi facciamo?” mi ha detto, “Io cerco di farlo provando ad essere ogni giorno un po’ meglio del giorno prima”, ha chiuso. E io sono stato contento di aver parlato con lui, così.

Ecco, l’unica salvezza che possiamo pensare di costruire contro la nuova ondata di destra che è lì, alla nostra porta, è il metterci in gioco completamente e come persone. La sciatteria, il non capire le dinamiche, il non avere lo sguardo largo, lo scegliere la via più rapida, il non approfondire quel che accade, il voler semplicemente buttare la bomba per vedere la gente che ci sta sulle palle bruciare, il chiudere le discussioni con argomentazioni sciatte, tutto questo, bella gente, secondo me crea agganci, moschettoni, occhielli su cui i fascisti potranno gettare le loro corde, e si arrampicheranno su di noi anche se noi non vogliamo, e quando avranno usato l’ignoranza e la superficialità che diffondiamo intorno a noi per i loro sporchi comodi non potremo giustificarci dicendo che stavamo sventolando la bandiera rossa. In uno dei posti dove preferisco andare ho sentito una volta una frase: “Chi non si forma, si ferma”. Io ci credo molto, perché chi si ferma guarda indietro, prima o poi.

Credo che l’antifascismo sia una pratica quotidiana e intima. Penso che l’ignoranza non sia permessa, nell’era dell’informazione globale, soprattutto per chi si presenta al mondo come antifascista. Non sapere stare in un rapporto personale con sé stessi, di coppia, di gruppo, in una dinamica collettiva per volgerla al meglio, alla costruzione, al più e non al meno, penso che sia inaccettabile, che peggiori il mondo e che prepari la strada a chi vuole costruire un mondo peggiore. Scrivo queste parole l’8 marzo: a me, mia madre ha insegnato che il primo femminismo è negli uomini che lavano da soli le proprie mutande, che il personale è sempre politico e che quindi il politico è sempre una parte personale del sé ineludibile, fondamento del proprio stare al mondo. Penso che di questo si possa prendere coscienza o far finta di niente: è una scelta.

 

E antifascismo e nonviolenza, nel momento storico in cui siamo, mi dispiace, credo fermamente che vadano a braccetto, almeno in tempo di pace; e la nonviolenza non è una cosa da anime belle e da fricchettoni, è una cosa che si impara, si studia, si migliora, si approfondisce e si pratica. Ci sono dei libri, intendo: si aprono, si leggono, si impara e poi si fanno le cose. Per questo non mi sento a mio agio nel condividere l’appello diffuso dai compagni  che sono sotto processo per il corteo dello scorso 15 dicembre: non si può assaltare lo Stato e pretendere di essere poi assolti dallo Stato stesso, con una sentenza dal sapore per me evidentemente politico. Io in quelle piazze c’ero, io sono cresciuto nei collettivi universitari e nel movimento, dove mi hanno insegnato che metti in pratica le pratiche politiche (scusate il gioco) che ti puoi rivendicare fino alla fine, anche e soprattutto davanti al potere. Altrimenti, cambi pratiche politiche. Che poi, basterebbe riascoltare i maestri.

Imputato, il dito più lungo della tua mano è il medio; quello della mia è l’indice, eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato al di sopra di me, ma al di sopra di me, per quello che hai fatto, per come lo hai rinnovato,
il potere ti è grato.

Fabrizio de André, Sogno numero due

Insomma, invece di avere paura e di indignarci, ancora, e sempre a buon mercato per la manifestazione di Salvini e della Lega; invece di guardarci allo specchio ed essere fieri di noi perché abbiamo sempre votato a sinistra, abbiamo letto i fumetti de sinistra, siamo informatissimi sull’ultimo link de sinistra che abbiamo condiviso su Facebook; a me piacerebbe che ci guardassimo tutti dentro e capissimo in che rapporti siamo con il violento, il fascista, l’ignorante, il superficiale, il disinformato che c’è in ognuno di noi. Perché secondo me c’è. E va gestito. Si può fare: e  oh, non sto dicendo che io sono bravissimo, mamma mia quanto sono intelligente e nonviolento. A volte ci riesco, a volte no. È una roba complessa, ma io penso che ne valga la pena, perché io ho paura che l’alternativa sia ritrovarci a sentirci inutili, quando ci chiederanno: e tu, da che parte stai?

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".