Il diritto di contare è esattamente il film che ci si potrebbe aspettare di vedere già dalla visione del trailer. Non si ha a che fare propriamente con un cinema di rottura o in qualche modo destabilizzante, poiché tutto (e dico proprio tutto) ciò che viene proiettato sullo schermo è già stato pienamente accettato e digerito dal pubblico destinatario. E quando si ha a che fare con prodotti del genere diventa assolutamente necessario mettere da parte analisi superflue sul cosa per lasciare spazio al come.

Mi spiego meglio.

L’ultimo lavoro di Theodore Melfi riprende in tutto e per tutto il filone obamiano (The butler e Selma, per intenderci) dei racconti positivi che vedono afroamericani uscire dal vittimismo ed emergere in un ambiente fatto di soli uomini bianchi. Nel caso in questione, le protagoniste sono relegate ai margini professionali e ritenute come lavoratrici più vicine alle casalinghe che non a scienziate della NASA. E, esattamente come in The butler e Selma, i singoli protagonisti lottano contro le ingiustizie avendo alle spalle un’intera collettività alla conquista dei propri diritti.

Viene (purtroppo) da sé che la storie di queste donne, relegate ai margini sociali a causa del sesso e del colore della pelle, sia raccontata con toni assai epici, spesso e volentieri cadendo nella retorica e nei cliché cinematografici più spiccioli (il cartello “White only” non può essere semplicemente tolto, ma dev’essere abbattuto impetuosamente con una mazza). In altre parole è talmente forte la volontà di voler dare a tutti i costi una morale che la sceneggiatura travalica (volutamente) i confini della realtà per giungere in un territorio più vicino alla favola. La vicenda, dunque, si svolge in un mondo dove tutto appare assolutamente nitido e dove i cattivi sono perfettamente distinguibili dai buoni (la contrapposizione è netta soprattutto a livello recitativo). Lo spettatore assiste così ad un anti-documentario, ad un film in cui più che la vicenda oggettiva in sé, ciò che importa è tutto il pathos e il sentimento drammatico costruito interno ad essa.
E in questo la regia è formidabile, complice un montaggio perfettamente funzionale che detta temi e ritmo a tutta la pellicola, in un circolo vizioso fatto di climax che culminano in determinate scene madri.

Si potrebbe parlare delle recitazioni a tratti fin troppo macchiettistiche di Kirsten Dunst e compagnia, ma anche qui bisogna tener conto della volontà di delineare in maniera così precisa la cattiveria degli “antagonisti” per mettere in luce le doti delle protagoniste.

Non avrebbe dunque senso giudicare la plausibilità di un film che non ha come pretesa quella di raccontare un fatto storico, bensì essenzialmente suscitare ancor maggiore interesse attorno ad un tema che non passerà mai di moda.

Che poi in questa recensione io lo abbia fatto lo stesso e abbia lasciato intuire quanto questo film non mi sia piaciuto, quello è un altro discorso.


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Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".