In che modo la sentenza sullo stupro di Firenze ha a che fare col femminismo? “Più che altro ha a che fare col maschilismo”.

La professoressa Rosati insegna Storia e Filosofia nei licei da quando la conosco – direi 22 anni, quindi, togliendo i 5 in cui non avevo l’uso della ragione. In una certa fase della sua vita ha coltivato l’hobby della gravidanza agonistica. Se ho bisogno di parlare con un gigante del pensiero contemporaneo, di solito inizio da lei. Evitate il suo sugo.

La prima domanda è: vuoi che ti dia del tu o del lei?

Professoressa Rosati andrà benissimo.

No, pensavo facesse ridere, invece niente.

La cosa non mi stupisce.

Insomma, hai letto della sentenza? Che ne pensi?

No, veramente inizierei chiedendoti cosa ne pensi tu.

Ah, ok. Dunque, la sentenza dice che non c’è un reato punibile. Direi che quindi, almeno secondo la legge, si è trattato di comportamenti liberi, e credo che, boh, la libertà vada insieme alla responsabilità. Lo dico principalmente guardando la cosa dal lato dei ragazzi, che hanno vissuto liberamente una dinamica che magari chiedeva un po’ più di attenzione e se ne assumono le responsabilità, se non penali, sociali, morali, pubbliche, o altro.

Quindi si è trattato di un’orgia consensuale, diciamo.

La sentenza dice questo.

E perché la ragazza allora continua a lamentarsi?

Lo scrive nella lettera che ha pubblicato: perché comunque sia andata, si tratta di un’esperienza che l’ha segnata e che ha stravolto la sua vita.

E ci mancherebbe altro.

Ma non ero io, comunque, che intervistavo te?

Prego.

Niente, ti volevo chiedere: in che modo questa storia ha a che fare col femminismo?

Direi piuttosto che ha a che fare col maschilismo. C’è un branco di ragazzi che si sente autorizzato a fare un orgia con una ragazza che si dimostra minimamente disponibile, e siamo sempre alla donna che è l’oggetto. E secondo me il maschilismo non è un fatto solo maschile: per quello che vedo, nelle ultime 4-5 generazioni è anzi un fatto prevalentemente delle donne, che sono le prime maschiliste. Perché vedono nelle altre donne delle avversarie, perché agiscono prevalentemente per compiacere gli uomini, rispondono a degli standard sociali impostati secondo i modelli degli uomini. C’è un maschilismo femminile che è davvero molto forte. Ti faccio un esempio, alle mie studentesse io sono costretta a dire che non devono rifare il letto ai loro fratelli, e sai che mi rispondono? “Nostra madre ci obbliga”

Quindi le madri c’entrano in questo problema.

Eccome. Le madri c’entrano al 99%. No, aspetta, diciamo meglio: direi che le madri c’entrano al 60% e i padri al 40%. I maschi, gli uomini, i padri, continuano ad essere convinti che non debbano fare nulla in casa, quando devono tenere i figli per un pomeriggio la frase tipica è “mia moglie mi obbliga a fare il babysitter”, che a me sembra una scelta semantica abbastanza indicativa. Nella mente del maschio italico fare semplicemente il padre non è contemplato. Chiaramente, le madri sono le responsabili della situazione, perché gestiscono l’89% della cura familiare, ed educano le figlie a fare qualcosa e i figli a non farne altre. Questo succede nella pratica quotidiana, non necessariamente riguardo quella sessuale, ma una cosa non esclude l’altra no? Anzi, per me il comportamento quotidiano che tieni è il primo specchio del tuo rapporto con la sessualità e la fisicità.

Sì, direi che il discorso fila.

Cioè sono più femministi i filippini che gli italiani….in alcuni paesi dell’estremo oriente c’è una condivisione dei ruoli molto maggiore.

Martedì sera le reti femministe toscane hanno manifestato davanti alla Fortezza da Basso sostenendo che la giustizia dovrebbe “processare i violenti e non le vittime”, la rete è affollata di manifestazioni che criticano la sentenza perché sarebbe imbevuta di moralismo. Che ne pensi di [mi interrompe]

Senti Tommà, parliamoci chiaro, il movimento femminista italiano non è esistito e non esiste; nel senso che non è riuscito ad incidere profondamente nel costume italiano come doveva e voleva. Mettiamola così: in una prima fase le donne italiane hanno chiesto l’uguaglianza dei diritti politici, poi è arrivata la stagione della lotta per i diritti civili e su questo abbiamo avuto dei risultati: il divorzio, l’aborto, le grandi riforme degli anni ’70 col nuovo diritto di famiglia. Ma il nucleo, il cuore del movimento femminista rimane la frase: il personale è politico. E su questo, il movimento ha fallito, perché i rapporti di forza nelle famiglie e nelle relazioni sessuali non sono cambiati. Com’era la frase? “Compagni nelle piazze, fascisti dentro al letto”

Ho in mente lo stereotipo dell’attivista femminista che dopo queste tue considerazioni non sarebbe contentissima.

Mah, il femminismo ha varie anime. All’inizio c’era la frangia del movimento che era separatista, donne da sole, lesbica è bello. Poi, si è iniziato a dire che l’uguaglianza fra le donne e gli uomini dovesse essere radicale, e questo ha avuto come esito la teorizzazione che la donna dovesse diventare un uomo, rinunciare alla famiglia e puntare sulla carriera. Più di recente abbiamo avuto un recupero della specificità delle peculiarità della donna nella famiglia e del senso della sua femminilità. Ma questo non significa che sia accettabile tornare al punto di partenza dal quale in realtà non ci siamo mai mossi: la cura della famiglia è ancora tutta sulle spalle delle donne. Faccio un esempio, quando si parla di asili nido o di congedi parentali, che sono anche misure corrette e degnissime, si dice sempre che lo si fa “per aiutare le donne”. Ma aiutate ‘sto cavolo.

Questi problemi li ritrovi anche nelle tue alunne?

Te lo dicevo, sono almeno 5 generazioni che la situazione è critica. Da una parte le ragazze sono meno legate a concettualizzazioni come maschio, femmina, lesbica, gay, femminismo, maschilismo, in questo senso una certa uguaglianza si dà per acquisita; dall’altra rifletto molto su quali modelli parentali hanno e su quali valori impostano la loro libertà sessuale. Non aiuta il fatto che in Italia non ci sia nessun tipo di educazione sessuale, il sesso viene visto come una cosa losca e promiscua invece che come una normale espressione della personalità. A meno che le ragazze non siano le tipiche “impegnate in politica” o vivano in altri contesti educativi strutturati, vedo molto spesso che vivono la loro sessualità in maniera poco serena. Ci sono i casi di prostituzione precoce già alle scuole medie.

E se ti chiedessi se ti senti una moralista? Le ragazze non dovrebbero poter fare quel che vogliono del loro corpo, in libertà?

Ma moralismo che vuol dire? La libertà non veniva insieme alla responsabilità? Che esperienze hanno vissuto queste ragazze in famiglia, che modelli hanno avuto, da che contesti sociali vengono? Proponiamo alle ragazze la sessualità e l’affettività come esperienze di condivisione, affetto, dono e formazione verso l’altro? E’ essere moralisti questo? Oh, entro certi limiti si deve poter discernere fra il bene e il male, se non altro in termini utilitaristici: questa cosa mi fa del bene, questa cosa mi fa del male. Perché alcune esperienze segnano la personalità e la vita delle persone e soprattutto delle donne. Questo è moralismo?

No, in effetti. Hai parlato del contesto sociale, questo è un aspetto che mi interessa particolarmente. Quanto conta?

Conta, ma non ne farei l’unico elemento rilevante. Se ci sono famiglie in situazioni degradate è chiaramente più facile che le ragazze vivano situazioni di disagio, ma ci sono fenomeni di emulazione molto forte. Ah, vorrei chiarire una cosa, per me non c’è nessun problema con la prostituzione; mi chiedo però perché ci sia ancora il bisogno della prostituzione nel 2015, la domanda da parte degli uomini. E comunque, se parliamo di persone adulte e libere è un conto, se parliamo di minorenni in balia degli eventi è diverso; e mi piacerebbe discutere del fenomeno dei baby aborti che sta dilagando. Mi ascolti?

Continua, prendo appunti.

Anche le violenze domestiche rientrano nel modo di concepire il rapporto fra i sessi. Finché nelle famiglie non passerà un modello più paritetico delle responsabilità parentali non ci sarà un progresso vero nella società italiana; vogliamo parlare di chi fa il lavoro domestico? Di chi si sobbarca le cure parentali? Ma tanto, è una battaglia a cui le donne italiane hanno rinunciato, un po’ perché sono costrette a rinunciare al lavoro per la famiglia, un po’ perché la tensione conflittuale su questo è calata e le donne sono le prime a non voler lottare. Intendiamoci, se tu vuoi fare la casalinga per me è una scelta degnissima, ma il dare per scontato che a parità di titoli le donne debbano lavorare e occuparsi della famiglia per me è inaccettabile. E immagino che le statistiche dimostrino che la situazione non fa che aggravarsi scendendo a Sud.

Lessi una volta di un’autrice di un romanzo erotico che disse che aveva tutta l’intenzione di continuare a scrivere letteratura di quel tipo perché “in Italia di sesso si parla poco e male”. E’ una frase che mi colpì.

E grazie. L’Italia è un paese sessuofobico, omofobico, cattolico nel senso più deteriore e ipocrita. I modelli parentali non trasmettono serenità, non si affronta mai la sessualità come un’espressione dell’essere umano ma come una roba di piacere, di pisello, di fica. Non lo fa la scuola, non lo fa la famiglia, e questo porta la sessualità ad essere ancora un fatto egotico, masturbatorio, non una roba di piacere, affetto, spontaneità. Così le donne sono e rimangono un oggetto di soddisfazione del piacere maschile; loro poi sono maschiliste, si comportano come i maschi. Vogliamo usare il lessico specifico? Non c’è stata un’integrazione fra affettività e genitalità. Il sesso è trasmesso come un momento genitale, staccato dall’affettività. Contento?

Tutto perfetto, come volevo, grazie. Non mi vengono in mente altre domande, tu hai qualcosa in più che ti piacerebbe dire?

Ti potrei dire le letture che mi sono fatta su questi argomenti e che credo che mi abbiano formato.

Spara.

La rivoluzione sessuale” di Wilhelm Reich e “L’arte di amare” di Erich Fromm. Più, naturalmente, il Vangelo.

Il Vangelo.

Certo.

Ti rendi conto che c’è chi potrebbe sostenere che concludere l’intervista col Vangelo squalifichi l’intero discorso?

Facessero. Il Vangelo è il manuale d’amore più importante mai scritto. Il problema è semmai la Chiesa, che sulla sessualità balbetta e riesce ad avere solo un atteggiamento repressivo.

Direi che ci siamo. Sabato non vengo a pranzo, che parto.

Ciao, buon viaggio.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".