Un buon indice per valutare il grado di complessità di un personaggio storico sono le reazioni espresse alla sua morte. Per Fidel Castro questo è quanto mai vero visto che, tra le figure superstiti del ‘900, la sua è in assoluto una delle più controverse e ha di conseguenza scatenato le reazioni più diverse: dalla disperazione per la fine di un’era di libertà alla gioia per la morte di un dittatore.

In realtà ho sempre odiato una simile polarizzazione nel giudizio sui grandi protagonisti della Storia, tanto più per epoche così recenti; vedere tutto nel proverbiale nero o bianco crea il peggior contesto possibile per poter sviluppare una propria opinione.

D’altronde questo è il conto da pagare se si vuole parlare di Fidel Castro: scavare lo spesso strato di scorie depositato dal decennale scontro tra URSS e USA è la prima operazione da fare se si vuole avere un’immagine più verosimile del leader cubano, altrimenti drogata e distorta da entrambi i contendenti fino al parossismo.
Se per i primi Fidel è stato l’ennesimo nemico del capitalismo da portare rapidamente sotto l’ombra del marxismo declinato alla maniera di Madre Russia, per gli americani il Comandante è diventato l’emblema del guerrigliero commie in tuta mimetica; uno dei tanti capi popolo da ribaltare alla prima occasione possibile, salvo poi diventare nevrotici per essersi ritrovati nel famoso “giardino di casa” un caudillo rimasto egregiamente in sella per più di mezzo secolo.
Bisogna partire proprio da qui, dal rapporto tra Stati Uniti e Cuba, per capire un po’ meglio quello che ha fatto Fidel e l’importanza che ha avuto per il suo paese: perlomeno io ho deciso di farmi un’idea di lui da quel punto ed è proprio per questo che – secondo me – Fidel Castro è principalmente stato il leader dei partigiani che hanno liberato Cuba dall’occupazione (in tutti sensi, anche fisica) americana, occupazione che aveva trasformato l’isola in un – perdonate il termine – puttanaio dove tutti i corrotti e i mafiosi del continente facevano i loro affari con la connivenza del dittatorello di turno messo in piedi da loro stessi.
Castro si è “semplicemente” posto alla guida di un movimento di liberazione da un nemico straniero, per ristabilire la giustizia sociale e recuperare la sovranità nazionale del suo paese; un processo, nella sua essenza, non tanto diverso dalla guerra partigiana in atto in Italia tra il 1943 e il 1945 contro l’occupazione nazi-fascista. Mi rendo conto di fare un accostamento azzardato, di paragonare due esperienze distanti sotto molti punti di vista, ma i motivi che portarono i fratelli Castro ed altri studenti universitari a dare l’assalto alla caserma Moncada (primo, disastroso atto della Rivoluzione) quel 26 luglio del 1953 non sono tanto diversi da quelli che fecero salire in collina i partigiani in Italia esattamente 10 anni prima. La politica, nell’uno e nell’altro caso, ebbe pochissima importanza, perlomeno nella fase iniziale. Fidel non fece la rivoluzione per portare la falce e il martello nei Caraibi ma per prendere a calci nel culo gli americani e tutti quei cubani collaboriazionisti e complici di un potere corrotto e usurpatore che sfruttavano il suo paese. Allo stesso modo in Italia tra i partigiani si annoveravano monarchici, badogliani, comunisti, cattolici, anarchici: loro principale scopo non era quello di ripristinare la monarchia, portare il Regno di Dio o il bolscevismo, era quello di prendere a fucilate i tedeschi fino al Brennero e far pagare ai fascisti il loro ventennio di dittatura.
Per tornare a Fidel Castro e concludere: tutto quello che è venuto dopo la vittoria della Rivoluzione – la via cubana al socialismo, l’avvicinamento all’URSS, la fondazione del Partito Comunista di Cuba – è una storia molto complessa e serviranno anni per metabolizzarla e poterla interpretare con la giusta prospettiva storica; per me è sufficiente la lezione del “primo” Fidel, quello forse più scevro da ambiguità e controversie, data agli Stati Uniti e al mondo intero: essere la prima potenza mondiale non significa avere il diritto di trattare il resto del pianeta come se fosse il proprio giardino di casa.


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Tommaso Caldarelli ne dice: Francesco Gagliano è quello fico; ha 27 anni e vive a Roma. Testa da storico che cammina a piedi per l'Italia e tutti aspettiamo che inizi a scriverne, magari a ritmo della grancassa con cui è bravo a dare il ritmo; lo trovate, a volte, a zappare la terra, perché ne sa il valore. Alle elementari giocavamo ad un gioco di cui terremo segreto il nome; da allora abbiamo cambiato vari giochi, e giochiamo ancora. Scrive "L'irrequieto".